A vela in solitaria dalle Scilly all’Irlanda

Settima tappa di Mamé
/ 19.06.2017
di Giorgio Thoeni

«Ci diamo appuntamento alle isole Scilly, poi attraversiamo fino in Irlanda. Navigheremo in solitaria, ognuno sulla propria barca». È Andreas a farmi la proposta. Con il Coco, la sua barca a vela di sei metri e mezzo, ha già conosciuto quel mare. Per me si tratta di una sfida decisamente interessante: è la prima seria opportunità di navigare da solo anche se «di conserva», come si dice, condividendo cioè il tragitto con un’altra imbarcazione. Un debutto tutto sommato rassicurante. 

Dovremo attraversare il Mar Celtico esposti a perturbazioni improvvise che rendono quel mare notoriamente insidioso. Navigare in solitaria è un sogno coltivato da tempo e la mia barca, sebbene anzianotta, in questi anni ha dimostrato di essere affidabile: seaworthy, come dicono gli inglesi. Mamé mi sta aspettando a Plymouth dove l’ho lasciata a svernare su un terrapieno. Uscirò dalla Manica costeggiando la Cornovaglia fino a Penzance, un piccolo porto di pescatori da cui partirò per attraversare il braccio di mare che divide l’estremità meridionale dell’Inghilterra dalle isole Scilly. 

Questo primo tragitto lo farò in compagnia di una coppia di amici che una volta arrivati rientreranno dalle isole per conto loro, in traghetto. Sarà un’opportunità per collaudare la barca in equipaggio prima di affrontare da solo la traversata. Per compiere questa modesta ma significativa impresa mi sono ritagliato un mese di vacanze lavorative, le ultime prima del pensionamento.

La prima parte mi porterà lungo le coste della Cornovaglia. Ci sono giorni dove a Plymouth il vento ha un profumo particolare. Nelle giornate più nuvolose, quelle che preannunciano una perturbazione, un inconfondibile sottofondo grigio e minaccioso all’orizzonte accompagna una brezza dal forte odore di terra. La stessa che si percepisce in vista della costa dopo una lunga navigazione in mare aperto. È una fragranza che ci insegue lungo tutta la Cornovaglia mentre davanti a noi sfilano paesaggi magici, misteriosi, strapiombi minacciosi e sublimi. Assomigliano molto a quelli da cui si affacciano le rovine del castello di Tintagel, massiccia roccaforte a picco sul mare conosciuta dal XII secolo dove si dice sia stato concepito re Artù. La grotta di Merlino è sempre lì, col suo antro inquietante lambito dalle onde. Ma quella che vediamo scorrere dalla barca è anche una campagna che da questo lato offre aspri dislivelli, puntellati da case che sembrano dipinte su tela, rifugi eretti sfruttando piccoli avvallamenti per difendersi dal vento spesso burrascoso. In basso incontriamo antichi porticcioli quasi nascosti in difesa della marea, rimasti intatti nei secoli. Come Looe o Polperro, nomi le cui origini si perdono nel tempo accompagnate da storie fiabesche. 

La prima sosta la facciamo a Fowey, sull’estuario del fiume omonimo. Le boe per i visitatori sono tutte occupate, dobbiamo accontentarci di una banchina che dovremo lasciare all’indomani di buonora alla volta di Falmouth da cui proseguiremo verso Penzance prima di fare il salto fino a St Mary’s Bay, la baia d’arrivo alle isole Scilly. Dove arriviamo giusto in tempo per il mio appuntamento con Andreas.

Inizia qui la traversata verso l’Irlanda della quale ho preso nota sul diario di bordo: «Il cielo è coperto, una leggera brezza soffia da Ovest. Sono le sei del mattino quando molliamo gli ormeggi in boa per uscire dalla baia. Prendiamo la rotta per 309 gradi in direzione di Baltimore, sulla costa dell’Irlanda del sud. Appena scomparso il profilo della costa, nonostante le previsioni, il Mar Celtico non si smentisce e ci accoglie con una serie di groppi con venti che rinforzano e raffiche e onde che rendono la navigazione dura e scomoda. Procedo tutto il giorno con la barca sbandata dall’andatura di bolina ma senza toccare la barra: mi guida il timone a vento che ho chiamato Leone, come il mio nipotino. È un perfetto secondo e tiene la rotta magnificamente. All’imbrunire il vento rinforza ancora. Prendo due mani alla randa e riduco la vela di prua. Devo navigare in sicurezza, soprattutto in attraversamento della via di traffico: quando ci arriverò sarà buio pesto. La notte è burrasca, forza 7-8 con vento a 30 nodi e raffiche fino a 40. Mamé tiene bene ma prende un sacco di botte dalle onde incrociate alte fino a tre metri che sbattono sulla fiancata della barca che plana in velocità. Sono tutto intirizzito per gli spruzzi d’acqua fredda che mi piovono addosso. Mi ostino a rimanere fuori in pozzetto da dove fisso la luce di posizione del Coco. È sempre più distante. “Tanto facciamo la stessa rotta”. Adrenalina e incoscienza. Parlo spesso ad alta voce per tenermi compagnia. Ogni tanto scendo al coperto e provo a riposare per quindici minuti. Ma la suoneria del timer non funziona così provo ad affidarmi all’autocontrollo. Per un po’ funziona ma verso le quattro del mattino precipito in un sonno profondo…»

Ho dormito tre ore durante le quali il vento è girato facendomi allontanare di diciotto gradi dalla rotta. La burrasca è passata e una buona stella mi deve aver protetto altrimenti poteva finir male. La giornata si preannuncia priva di un filo di vento e Mamé ciondola tranquilla senza avanzare. Non vedo più la barca di Andreas, si starà certamente preoccupando. Accendo il motore e mi rimetto in rotta ma in assenza di vento dovrò stare al timone fino all’arrivo. A metà pomeriggio intravedo una linea di terra: sono a circa venti miglia dall’arrivo! Sembrano interminabili. Al tramonto comincio a vedere le luci dei pescherecci e del faro del Barrack Point. Alle 23 sono all’ingresso della baia di Baltimore: stretto ma ben segnalato. Procedo fino al campo delle boe dove lentamente mi aggiro fra le barche in cerca di un gavitello dove agganciarmi. 

«Giorgio, sono qui!» È la voce di Andreas. Tiro un bel sospiro e mi affianco al Coco. È arrivato mezz’ora prima di me. Ci stringiamo la mano. Bando alle cerimonie, è tempo per me di assicurare la barca: è previsto un forte colpo di vento ed è meglio farsi trovare saldi all’ormeggio. Sono da poco passati i primi minuti del 28 luglio, ho navigato 42 ore percorrendo 176 miglia. Sono arrivato in Irlanda da solo e con la mia barca. Esausto e felice. 

Ci riposiamo qualche giorno poi decidiamo di proseguire fino a Kinsale, una sessantina di miglia che percorriamo doppiando il faro del Fastnet Rock, un grande scoglio solitario su cui si erge un faro costruito a metà del XIX secolo: è il punto più meridionale dell’isola ed è chiamato anche «Lacrima d’Irlanda» perché era l’ultimo scorcio di terra irlandese visibile dal mare dagli emigranti in partenza per l’America. Il suo nome oggi ricorda una storica regata d’altura che parte ogni due anni da Plymouth: una gara che nel 1979 si concluse tragicamente a causa di una formidabile tempesta che causò 15 vittime con 24 barche abbandonate e 194 ritiri su 303 partenze. Per me e Andreas si è trattato di un emozionante pellegrinaggio verso un simbolo leggendario nel ricordo di un episodio che ha cambiato la storia della vela.

InformazioniLe puntate precedenti sono apparse su «Azione» il 18.02.2013, il 17.06.2013, il 07.10.2013, il 02.12.2013, il 09.02.2015 e il 21.03.2016