Bussole

 I luoghi di Nietzsche
 Inviti a letture per viaggiare

«Finalmente in Svizzera: i primi anni a Basilea, il Maderanertal, un’altra guerra ma da apolide, idillio Tribschen a casa dei Wagner, quella notte d’inverno a Flüelen con Mazzini, le vette dell’Oberland, poi a Lugano tra i carbonari…». 

Paolo Pagani spiega meglio di ogni altro come le teorie di un filosofo, di uno storico, di uno scienziato o di un economista siano strettamente legate ai luoghi nei quali ha vissuto e pensato. E dunque non è possibile comprenderlo a pieno senza aggirarsi tra città, biblioteche, università e private dimore. Su questo fondamento Pagani ha costruito il suo libro precedente, I luoghi del pensiero. Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo, e ora mostra come neppure il genio ribelle e iconoclasta di Friedrich Nietzsche faccia eccezione. 

Il pensiero di Nietzsche si dispiega in tre diversi spazi geografici, ciascuno legato a una fase ben precisa della sua esistenza e della sua filosofia. Dapprima la Germania, patria del pensatore antitedesco per eccellenza, dove tutto comincia e tutto finisce. Poi una parte svizzera semplicemente fondamentale: dieci anni di insegnamento a Basilea, la frequentazione di Richard Wagner a Tribschen (Lucerna), la scoperta di Sils-Maria, la passione per Lou von Salomé, l’incontro con Zarathustra, un sorprendente dialogo con Giuseppe Mazzini nella hall dell’albergo Imhof di Flüelen, sulla via per Lugano. E può sembrare paradossale che proprio nella tradizionale, pacifica e neutrale Svizzera Nietzsche abbia messo a fuoco le sue teorie più incendiarie. Infine, la scoperta del sud, del sole mediterraneo, un’esperienza già insidiata dalla pazzia che lo coglierà un giovedì, il 3 gennaio 1889, nella Piazza Carlo Alberto di Torino. / CV

Bibliografia

Paolo Pagani, Nietzsche on the road. Quattromila chilometri verso la follia, Neri Pozza, 2021, pagg.400, € 18.–.


A cavallo attraverso l’Australia

Viaggiatori d’Occidente - L’avventura straordinaria di Lennie Gwyther e Ginger Mick
/ 05.04.2021
di Claudio Visentin

Il capitano Leo Tennyson Gwyther, eroe della Prima guerra mondiale carico di ferite e di gloria, viveva con moglie e figli in una piccola fattoria sulle colline di Leongatha, a sud-est di Melbourne, nello Stato australiano di Victoria. Ma all’inizio del 1932, proprio quando avrebbe dovuto arare i campi e prepararli per la semina, si ruppe una gamba e fu portato in ospedale per alcune settimane. In quel difficile frangente Lennie, il maggiore dei cinque figli ma pur sempre un bambino di nove anni, prese in mano la situazione sbrigando tutti i lavori agricoli con l’aiuto del suo cavallo marrone Ginger Mick. I due erano inseparabili da quando Lennie lo aveva ricevuto in dono dal nonno per il suo secondo compleanno.

Quando il padre tornò finalmente a casa, tutti erano d’accordo nel premiare adeguatamente il ragazzino, ma la sua richiesta fu sorprendente: Lennie aveva seguito con passione sul giornale la costruzione del Sydney Harbour Bridge, il più grande ponte a campata unica del mondo, lungo mezzo chilometro, interamente in acciaio, e chiese di poter assistere all’inaugurazione, prevista dopo alcune settimane. Nient’altro sembrava interessarlo: quando le informazioni erano scarse avevano questa straordinaria capacità d’accendere l’immaginazione.

Con il padre convalescente però il bambino sarebbe dovuto andare solo, con Ginger Mick. La madre Clara naturalmente era spaventatissima all’idea, ma a poco a poco si lasciò convincere (e questa per me resta la parte più stupefacente dell’impresa). Lennie disegnò una mappa del percorso e il 3 febbraio 1932 partì per il suo viaggio straordinario di mille chilometri da Leongatha a Sydney, scivolando lungo la costa dell’Australia sino al Nuovo Galles del sud. Aveva con sé solo una coperta, una bottiglia d’acqua, una bisaccia con lo spazzolino da denti e abiti di ricambio.

Il viaggio non fu facile. Spesso la strada era poco più di un sentiero attraverso la spoglia prateria australiana. Freddo, nebbia, pioggia resero il cammino più faticoso e non mancarono i pericoli: le minacce di un vagabondo pochi giorni dopo la partenza e un incendio improvviso nel bush

Nel frattempo, però, la notizia dell’impresa si diffuse nel giovane Paese e i giornali cominciarono a occuparsi di lui. In quel 1932 l’Australia era stretta nella morsa della Grande depressione, la moneta aveva perso un terzo del suo valore, un uomo su tre era senza lavoro, agli agricoltori si offriva una miseria per la lana e il grano. C’era un bisogno disperato di buone notizie e Lennie, con la sua fiducia in sé stesso e la sua determinazione, diventò il simbolo di una nazione sprofondata in tempi bui e tuttavia ancora capace di superare gli ostacoli, di porsi obiettivi ambiziosi. 

Col sopraggiungere della fama il viaggio diventò più facile, sempre più persone gli offrirono vitto e alloggio. In una Canberra ancora ai primi passi come nuova capitale del Paese (le pecore pascolavano intorno agli edifici pubblici), Lennie prese il tè nel Parlamento con il Primo ministro Joseph Lyons. Al suo arrivo a Sydney lo accolsero il sindaco Sir Samuel Walder, venticinque poliziotti e oltre diecimila persone. 

Lennie fu portato in giro per la città come una celebrità, dalla nota spiaggia di Bondi Beach al gigantesco Taronga Zoo, dove poté cavalcare un elefante. Infine il 19 marzo 1932 Lennie e Ginger Mick parteciparono alla grande parata inaugurale del nuovo ponte, attraversandolo per primi insieme a gruppi indigeni, veterani di guerra, scolaresche e operai delle imprese di costruzione. Due giorni dopo allo stadio del cricket incontrò un suo idolo, Donald Bradman, che gli regalò una mazza firmata. Anche il viaggio di ritorno, durante il quale Lennie compì dieci anni, fu una marcia trionfale, conteso tra scuole e autorità. E, oltre quattro mesi dopo la partenza, ottocento concittadini lo accolsero il 10 giugno al suo arrivo a Leongatha.

Dopo la magnifica impresa, il bambino e il suo cavallo tornarono alla vita di sempre nel loro piccolo angolo di mondo sulle colline. A diciannove anni Lennie fu arruolato nell’esercito australiano impegnato contro i giapponesi nella Seconda guerra mondiale e combatté nel Pacifico. Al ritorno dal fronte si laureò in ingegneria e si trasferì a Melbourne, dove trovò lavoro in uno stabilimento della General Motors, si sposò e crebbe una figlia. In questa nuova vita, Ginger Mick non ebbe più parte; restò nella fattoria Gwyther dove visse fino a ventisette anni. 

È curioso pensare che i giorni migliori della tua vita possano capitarti a solo nove anni. Di certo la quotidianità non spense la passione di Lennie per le grandi imprese. Quando morì di cancro nel 1992, a settant’anni, stava costruendo con le sue mani uno yacht per navigare verso la Tasmania e la Nuova Zelanda. E a cent’anni dalla sua nascita, di nuovo in un momento difficile, la sua storia è un invito a coltivare i propri sogni e realizzarli con coraggio, senza curarsi troppo delle avversità.