Rasiglia. Santuario di Santa Maria alle Grazie fondato nel luogo dove è stata rinvenuta un'immagine della Santa Vergine. Il santuario è terapeutico per la fonte intorno al sito ma è anche dedicato alla pace tra le comunità vicine che lottano per la statua. Questo affresco raffigura l'angelo della pace che riconcilia le due comunità

Solitari luoghi dell’anima

Itinerario - Seguendo le orme di santi e miracoli tra i santuari terapeutici dell’Umbria
/ 28.11.2022
di Enrico Martino, testo e foto

Acque miracolose, grotte popolate da anacoreti arrivati dall’Oriente, draghi feroci, santi con nomi e attributi ereditati da antiche divinità silvestri. Un’Umbria delle meraviglie nascosta tra i boschi del Monte Subiaco e le valli ricche di sorgenti intorno a Foligno, solitari luoghi dell’anima dove guarigioni un tempo spiegabili solo con l’intervento divino, attirarono dall’inizio del secondo millennio folle di devoti e pellegrini in cerca di balsami, del corpo e dello spirito. I nobili arrivavano a cavallo, i poveri a piedi, ma tutti manifestavano la loro fede con riti apotropaici, atti e gesti scaramantici per allontanare il male, immersi nei paesaggi da ascesi mistica della Valnerina dove, nel quinto secolo, arrivarono numerosi eremiti siriaci per predicare il cristianesimo. Oltre trecento, secondo la tradizione, guidati da Mauro che insieme al figlio Felice e alla nutrice Eufrosia si stabilì in una grotta dalle parti di Sant’Anatolia di Narco, toponimo perfetto per una storia sospesa tra sublimi certezze di fede e incerti miracoli da cui nacque l’abbazia benedettina dei santi Felice e Mauro eretta nel dodicesimo secolo proprio dove si erano stabiliti.

Il suo mito di fondazione è scolpito sul bassorilievo della facciata romanica della chiesa, un drago ucciso dai due santi, metafora della bonifica delle paludi a opera dei monaci, la cui fortuna è legata alle acque terapeutiche prelevate direttamente per secoli da un presbiterio sopraelevato a cui si accede con sette gradini, sette come le virtù. Una simbologia che non bastò a proteggere l’abbazia da una fama di guarigioni con il passare del tempo sempre più dubbie che avranno fatto inorridire i due santi sepolti nella cripta insieme a Eufrosia, ormai abituati persino al fatto che la piccola grotta in cui sarebbero vissuti si affaccia sui tavoli di un ristorante adiacente alla chiesa.

Non lontano da Assisi, una torre campanaria e un’abside immerse in un bosco alle falde del Monte Subasio sono le ultime testimonianze del monastero di San Silvestro eretto tra il 1015 e il 1025 presso una sorgente ritenuta capace di stimolare la produzione di latte sia nelle donne sia negli animali, dove già secoli prima veniva venerato il dio silvestre Pan il lactifer, protettore del latte. Nella cripta intatta della chiesa, i fedeli hanno levigato per secoli le colonne romane con le loro mani per invocare la guarigione dei malanni alle ossa; un luogo abbandonato per secoli e quasi inghiottito dal bosco, riscoperto quasi per caso da Madre Teresa che gli ridiede una nuova esistenza con un altro ruolo e un altro nome, Eremo della Trasfigurazione.

Addirittura i due apostoli Pietro e Paolo sarebbero invece all’origine dell’unico santuario terapeutico dell’Umbria sorto in età moderna, quello della frazione Cancelli con una chiesa nata in funzione degli unici abitanti di questo grumo sperduto di case che da loro ha preso anche il nome lungo una strada che da Foligno si arrampica faticosamente tra le colline.

Quella dei Cancelli è una storia reale che supera la fantasia, generazioni dopo generazioni capaci di tramandarsi la vocazione di segnare, guarire con l’imposizione delle mani chi soffre di sciatica e artrosi. «Vengono scienziati e miliardari, dall’Italia e dall’estero, però noi Cancelli abbiamo sempre rifiutato di essere considerati guaritori, a guarire è la preghiera» precisa Maurizio Cancelli, pittore, insegnante, pastore e ristoratore davanti alla Camera degli Apostoli, l’antica casa della famiglia inglobata nella chiesa costruita tra il 1744 e il 1765 dove invoca i santi Pietro e Paolo sfiorando con le mani il malato. «Io sono un pittore e dico sempre che come mio nonno andava a pascolare le pecore io pascolo i miei colori, e anche se adesso tocca a me segnare, tutto è iniziato quando i due apostoli hanno ricambiato l’ospitalità dei miei avi trasmettendo questo dono ai loro discendenti maschi, a patto che vivessero qui. Non c’è niente di magico, è il gesto di saluto degli antichi patriarchi ebraici e questa tradizione è nata dall’ospitalità, per questo si può fare solo a Cancelli. I miei antenati testimoniavano i principi del primo cristianesimo e non hanno mai accettato compensi perché credevano nella condivisione, la grande lezione di Gesù. Non erano né ricchi né poveri, erano grandi e magari anche un po’ scomodi ma a loro non gliene fregava niente, basta ricordare il carbonaio Giovan Battista Cancelli che dopo avere segnato Pio IX gli ha detto “agghiate fede” nello scandalo generale».

Lungo la valle del Menotre che a Pale ha alimentato per secoli cartiere famose, da cui è uscita anche la carta su cui nel 1442 è stata stampata la prima edizione della Divina Commedia, l’Eremo di Santa Maria Giacobbe bisogna guadagnarselo risalendo un sentiero che zigzaga verso il cielo e una parete di roccia che avvolge come un’immensa abside questo nido d’aquila. Secondo la tradizione qui si sarebbe ritirata in preghiera Maria Giacobbe, una delle pie donne che unsero di unguenti il corpo di Gesù, una presenza ancora viva in uno degli affreschi che ricoprono volte e pareti della piccola chiesa, una Natività in cui la santa colloca Gesù appena nato in una culla a forma di calice, inequivocabile richiamo al Santo Graal che ritorna in un Cristo ai cui piedi sono posti due calici, e in una croce templare nascosta tra le rocce lungo il sentiero.

Nel piccolo cortile l’acqua della cisterna è stata venerata per secoli per le sue virtù terapeutiche «ma è solo acqua piovana perché qui non c’è nessuna sorgente, questo è un luogo per la terapia dell’anima non un santuario terapeutico» puntualizza Eraldo che si arrampica quassù ogni volta che qualcuno gli chiede di visitare l’eremo. Più a monte le sorgenti del Menotre creano cascate e laghetti scivolando tra le case di Rasiglia, un mondo di acque dove il sacro non è mai troppo lontano, spesso nascosto tra i boschi come il santuario della Madonna delle Grazie tappezzato da ex voto dedicati a santi terapeutici di cui non a caso Cosma e Damiano, i santi della medicina, sono indiscussi protagonisti.

La speranza di una guarigione miracolosa si materializza anche con le impronte di un ginocchio e di un bastone su una grossa pietra davanti alla porta di un eremo vicino a Molini di Cammoro, che secondo la tradizione apparterrebbero a San Paterniano riapparso più volte dopo la morte in un’imprevedibile forma di cranio per chiedere insistentemente la costruzione di una chiesetta nel bosco di faggi in cui aveva vissuto. Pietra e acqua, sono le chiavi del codice simbolico di un’Umbria più intima di boschi, sorgenti e silenzi che ha condizionato persino santi e miracoli.