Se tra il bene e il male si mettono i muscoli

Adrenalina - Gran parte di quanto succede sul ring è studiato a tavolino e c’è molta «scena», ma nel wrestling il contatto fisico c’è eccome
/ 10.01.2022
di Moreno Invernizzi

«Quando esci da un combattimento ti senti come dopo un incidente stradale; tutto indolenzito e con qualche ammaccatura in più» sottolinea Luca Rusconi, in arte Belthazar (nella foto, in volo), wrestler e promoter di questa disciplina alle nostre latitudini. «Di adrenalina ne scorre a fiotti, prima, durante e dopo i nostri incontri». Ma cos’è il wrestling? Prima di tutto un’arte, uno spettacolo in cui gli interpreti, gli atleti, si calano nei rispettivi personaggi portando sul ring una storia, raccontata agli spettatori attraverso spettacolari mosse. L’elemento centrale del wrestling è infatti la volontà di coinvolgere il più possibile il pubblico, trasportandolo con varie emozioni, e facendolo sorridere ma anche arrabbiare, a seconda di come gli organizzatori decidono di svolgere il copione. «Ridotta in termini semplici, quella che portiamo sul ring di norma è la classica lotta tra il bene e il male, tra il buono e il cattivo, esaltata dai personaggi pittoreschi che la impersonificano. Il fil rouge dei combattimenti è questo, ma inscenato ogni volta con personaggi e ambientazioni diverse.

Non è scontato che a vincere sia sempre il personaggio bravo: per fare un buon lavoro, capace di entusiasmare la platea ma anche di lasciarla col fiato sospeso, devi far sì che ogni tanto sia anche il cattivo ad avere la meglio». Il fatto che il canovaccio del combattimento sia già scritto non significa però che durante il suo esito pratico non si possa verificare qualcosa di imprevisto: più un atleta è bravo, più ampio sarà il margine a sua disposizione per improvvisare e variare il suo match, adattandolo magari anche al tipo di pubblico che si trova di fronte. «In principio solitamente si tende a pianificare di più. Poi, più acquisisci una certa esperienza tra le corde del quadrato, più il repertorio con cui puoi personalizzare la tua interpretazione aumenta». Senza però stravolgerne il finale, quello, sì, già scritto: «In fondo la conclusione è l’unico vero punto imprescindibile nel wrestling.

Quando sali sul ring, sai già come finirà. Del resto del copione hai solo una traccia di massima, che lascia comunque ai singoli interpreti un discreto margine di improvvisazione. Non da ultimo, la capacità di adattamento degli atleti permette di ovviare a eventuali imprevisti, come quando una determinata sequenza prestabilita per una ragione o per l’altra non viene completata. Questo per dire che in un wrestler, oltre alla componente fisica, c’è anche un po’ quella del cabarettista, dell’attore di teatro». Le origini del wrestling risalgono all’inizio del secolo scorso. È in particolare negli Stati Uniti che fa la sua prima apparizione, prevalentemente come forma di intrattenimento.

Il vero cambiamento lo conosce però negli anni Trenta, quando vengono introdotte alcune mosse che lo rendono più spettacolare, «anche se non si può ancora parlare di combinazioni vere e proprie: per quelle bisognerà infatti attendere ancora qualche anno». Fin verso gli anni Sessanta-Settanta, quando il wrestling conosce la sua prima epoca d’oro. Personaggio simbolo di quegli anni è l’italiano Bruno Sammartino, vera e propria icona del wrestling, capace di fare un sold out dietro l’altro nella mecca del Pro Wrestling, il Madison Square Garden di New York: «Rispetto agli atleti di oggi, Bruno era un wrestler molto tecnico». La vera rivoluzione la si ha però nel 1982 quando Vince McMahon acquista dal padre la allora World Wrestling Federation (oggi WWE), che dà il «la» a una sorta di globalizzazione della disciplina. Un nome spicca su tutti, Hulk Hogan, che diventa un vero e proprio fenomeno culturale e icona assoluta degli anni Ottanta.

Sono anche anni, questi, in cui il wrestling va forte grazie all’enorme cassa di risonanza data dal relativo merchandising e non da ultimo pure da un cartone animato proprio dedicato a questa disciplina. Memorabile, poi, è l’incontro-esibizione tra Antonio Inoki e il pugile Muhammad Alì, nel 1976. «Il match forse più pubblicizzato della storia, sebbene all’atto pratico si rivelò quasi un flop per tutta una serie di dietrologie; ma questa è un’altra storia…». A importare in Ticino il wrestling è stato proprio Luca Rusconi, al rientro della sua formazione in America del Nord, nel 2012, anno in cui a Cadempino l’atleta di casa nostra propone il primo show nei panni di organizzatore (continuando comunque a calcare il ring). Ne seguiranno altri, a cui, dal 2015 si affiancano i corsi aperti a tutti gli interessati; un progetto, quello della creazione di wrestlers nostrani, che tutt’oggi va avanti con buon seguito.

«Promotori di eventi di wrestling non ci si improvvisa. È un’abilità che si apprende con l’esperienza, viaggiando all’estero, incontrando persone che questo mestiere l’hanno fatto per molti anni prima di te. Per affinare le mie conoscenze sono stato più volte negli Stati Uniti e in Canada, continuando poi a coltivare la mia istruzione in materia tramite libri, filmati o partecipando a seminari. Quando si propone un incontro, ci sono diversi aspetti di cui devi tener conto. Non è il semplice mettere un atleta contro un altro, così a caso: devi considerare il tipo di wrestling che ciascuno propone, il suo stile, il genere del personaggio interpretato ma soprattutto capire se dall’abbinamento dei due personaggi possa davvero scoccare quella scintilla capace di appassionare il pubblico: è lui il vero giudice».

Tolti i panni del promoter, è tempo di vestire quelli dell’atleta, per cui ci si chiede che tipo di wrestler è Belthazar e quanto e come si allena. «Belthazar è un lottatore che non si arrende mai, nemmeno davanti alle sconfitte… come la recente perdita del titolo di Campione Europeo a vantaggio della superstar americana D3. Belthazar guarda sempre avanti con nuovi obbiettivi. In palestra ci vado tutti i giorni, alternando allenamenti ai pesi o di condizione fisica. Mentre sul ring salgo una/due volte la settimana. In Nord America, dove il wrestling ha tutta un’altra dimensione, con tanto di scuole esclusivamente riservate a questa disciplina, le sedute erano addirittura quattro-cinque a settimana di tre ore ciascuna».