Itinerario

Partenza: Moncrin (807 mslm)

Si può arrivare a Moncrin in macchina con la strada forestale. Per aprire la barriera all’inizio del tracciato, bisogna versare 10.- franchi nell’apposita cassa, al ritorno la sbarra si alza automaticamente.
L’alternativa è salire a piedi da Claro, mettendo in conto quattrocento metri di dislivello supplementari; però il percorso è bello e interessante.

Arrivo: A Sotarègn  (946 mslm)
Dislivello totale in salita: circa 300 m
Tempo di percorrenza: circa 4 ore (itinerario andata/ritorno)
Distanza totale: circa 15 km

Itinerario adatto a tutti e percorribile in ogni stagione. Il sentiero non presenta particolari difficoltà, ma bisogna sempre prestare attenzione, perché qua e là è ricoperto dal fogliame, che può nascondere qualche insidia.

Chi ha il tempo e la voglia, arrivato a A Sotarègn, può proseguire addentrandosi nella valle di Cresciano, che è una riserva forestale. Il bosco, lasciato a sé stesso, è un mosaico di specie arboree: abete rosso e bianco, larice, pino silvestre, faggio, ontano bianco. Tra Sasso Bianco e Ruschèda (1180 mslm) c’è un sentiero circolare dedicato ai grandi alberi. 

 

 

Bibliografia

Henry D. Thoreau, Walden o Vita nei boschi, La Biblioteca Ideale Tascabile, Milano, 1995.

Lars Mytting, Norwegian Wood. Il metodo scandinavo per tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna, UTET, 2021.

Daniele Zovi, Alberi sapienti antiche foreste. Come guardare, ascoltare e avere cura del bosco, UTET, 2018.

 

 

 

 

 

 


Il sentiero dei vecchi saggi

Un’escursione sui monti di Claro alla scoperta dei castagni secolari
/ 04.07.2022
di Romano Venziani, testo e immagini

«Ogni uomo guarda la sua catasta di legna con una specie di affetto», ha scritto uno che sapeva il fatto suo e aveva esperienza e tempo sufficienti per riflettere su quanto asseriva. È la primavera del 1845, quando Henry David Thoreau, stufo della caotica società americana (già allora!) e della sua assurda corsa alla modernizzazione, decide di andarsene ad abitare nei boschi del New England, ai margini della sua cittadina natale, Concord, nel Massachusetts.

Prende in prestito un’ascia, costruisce un capanno spartano, coltiva fagioli e vive lì per due anni, due mesi e due giorni in completa (o quasi) autarchia, animato dal genuino desiderio di «vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto».

Grazie alle riflessioni scaturite dall’esperienza di esilio volontario, Thoreau trae un libro, che avrà un successo straordinario, Walden o Vita nei boschi, considerato il primo romanzo ecologico, un’opera che ha affascinato e ispirato, attraverso tutto il Novecento e fino a oggi, i movimenti anticonformisti, ecologisti e ambientalisti, così come tutti coloro che aspirano a una vita semplice e a un ritorno alla natura.

Piace anche a me riflettere, quando mi trovo immerso nella natura, con le sue vibrazioni, i suoi profumi, i suoi suoni e i suoi silenzi. Mi viene spontaneo, è come un déclic, forse suggerito dal ritmo lento dei passi, che avverto appena mi lascio alle spalle gli spazi urbani, il traffico, i rumori e m’incammino liberando i pensieri, che si lasciano catturare dalle singolarità dei paesaggi.

E così, oggi, mi è tornato in mente Thoreau. Il déclic mi viene da tutte queste cataste di legna, che incontro sul sentiero che, da Moncrin, si allunga attraversando i nuclei montani situati a una quota costante tra gli otto e i novecento metri sopra i paesi di Claro e Cresciano.

Guardando dal basso, non immagineresti di trovare quassù un susseguirsi di ampi terrazzi, una provvidenziale eredità glaciale, che concede un po’ di respiro a una montagna altrimenti piuttosto impervia e che è stata sfruttata nei secoli dalla civiltà contadina come tappa intermedia nella sua vitale transumanza verticale dai villaggi del piano fin sugli alpeggi.

Hanno nomi strani, questi insediamenti, Moncrìn, Gùer, A Pózz, A Pombrös, A Soröröi, A Òra, A Sotarègn. Toponimi arcani, il cui significato, ormai perso tra le pieghe del tempo, non mi è noto. Anche i volumetti dell’Archivio dei nomi di luogo di Claro e Cresciano, ahimè, non mi sono d’aiuto, limitandosi a un laconico «monte con cascine e prati a una quota di…». Solo per Moncrin e Gùer si aggiungono un paio di annotazioni sostanziali, «bel pianoro, con cascine, prati e castagni secolari…».

Mi fermo su un dosso, da cui posso ammirare Moncrin, e subito avverto un’energia buona e salutare, un senso di tranquillità e di pace, che mi accompagnerà lungo tutto il percorso. Sopra di me, lassù in alto, un’accozzaglia di dirupi coronati di conifere, su cui volteggiano lente due aquile. Davanti agli occhi, invece, un ampio terrazzo, con gruppi di cascine addossate le une alle altre e qualcuna solitaria in mezzo ai prati. Il paesaggio è ordinato, l’erba ancora paglierina falciata per bene e la vegetazione diradata con cura. Segue un altro pianoro, con il nucleo di Gùer. Anche qui lo stesso ordine e la stessa cura del territorio, segno di un amore dei villeggianti per questi monti e di un profondo rispetto per le generazioni che li hanno preceduti e che qui, con ogni probabilità, hanno provato la fatica del vivere in tempi meno fortunati.

E poi ci sono le cataste di legna. Pile squadrate spuntano qua e là, isolate o appoggiate ai muri dei cascinali. Altrove ci sono ciocchi ammonticchiati a formare alti coni contro alberi o massi erratici. Alcuni mucchi sembrano opera recente, con scaglie e cortecce sparse ai loro piedi, ed emanano un profumo intenso e pungente.

Ed è qui che mi sono ricordato di Thoreau e di quanto ha scritto sull’affetto dell’uomo per la sua catasta di legna. Ma non è stato il solo, l’eremita di Concord, a tirare in ballo i sentimenti. Lars Mytting, giornalista e scrittore norvegese, che si è appassionato all’argomento guardando la meticolosità e l’amore con cui il suo anziano vicino di casa si occupava delle preziose scorte invernali, ha pubblicato nel 2011 un volumetto dedicato al rapporto dell’uomo con il legno, divenuto in breve tempo un bestseller.

Il libro di Mytting, che potrebbe sembrare un semplice manuale dedicato alle tecniche di tagliare gli alberi, lavorare la legna, conservarla, bruciarla, e a tutti gli attrezzi occorrenti, si rivela una riflessione profonda sul rapporto tra l’uomo e la natura e una preziosa lezione di vita.

«Gli appassionati della legna non amano esprimere a parole questo loro affetto: occorre ricercarlo nello loro cataste alte e ben formate» scrive Mytting, il quale, però, si spinge oltre e arriva a formulare l’ipotesi che «si può capire qualcosa di una persona osservando il modo in cui spacca e accatasta la legna». E ti snocciola tutta una serie di caratteri umani associandoli ad altrettante tipologie di mucchi di legna.

Così vengo a sapere che una catasta bassa indica un uomo cauto, «forse timido o con poco nerbo», che la persona abituata a vivere alla giornata ammucchierà poca legna, che, dietro una pila retta da un ordine minuzioso, si nasconde l’individuo perfezionista, forse introverso. Oppure ancora, una catasta dalla forma insolita, traduce uno spirito libero, un carattere estroverso. Mytting attira però l’attenzione sul pericolo dei crolli quando il mucchio di legna, tirato su dall’uomo ambizioso, si rivela essere troppo alto. Lo scrittore va avanti così, raccontando che, a fine Ottocento, «le donne delle regioni boschive del Maine consigliavano alle ragazze in età da marito di valutare i loro pretendenti a seconda del modo in cui accatastavano la legna». E conclude con un consiglio, se si accorgono che il futuro consorte non ha per niente preparato una legnaia, meglio non sposarlo, perché non bisogna dimenticare «che l’inverno arriva ogni anno».

Sulla scorta della sistematica di Mytting, mi diverto a catalogare le cataste che incontro sui monti e provo a buttar lì un paio di profili plausibili. I «boscaioli» di quassù, che immagino mentre contemplano affettuosamente la loro pila asciugandosi il sudore della fronte, sono previdenti e fedeli, con una certa vitalità, ma inclini alle esagerazioni e alla temerarietà. Non mi risulta una presenza di spiriti liberi o di un côté artistico, che ho già incontrato altrove.

Non ci sono però solo prati, cascine e cumuli di legna, quassù. Tutt’attorno si estendono boschi rigogliosi, che, di questa stagione, concedono ancora magiche trasparenze. Distinguo diverse essenze, ma a prevalere è l’albero del pane, il castagno, che ha colonizzato i versanti della montagna fin su, oltre i mille metri, dove gli sbarrano la strada, ritti sull’attenti, i battaglioni delle conifere.

«Un bosco non è solo un insieme di alberi – ha scritto Daniele Zovi – è anche un luogo dello spirito, una dimensione dentro la quale aleggiano paure e speranze, fughe e abbracci, sogni e visioni ancestrali».

Visioni e meraviglie che, lungo tutto l’itinerario, si presentano sotto la forma massiccia di castagni monumentali. Li intravvedo, lì, nel folto della selva, che difendono con autorevolezza il loro spazio vitale. Altri campeggiano in mezzo alle radure, solitari, con i rami ancora scheletrici e neri protesi verso il cielo, come se volessero acchiappare brandelli di nubi oggi assenti. Hanno tronchi ritorti e imponenti. Vi giro attorno improvvisando un’improbabile misurazione a passi. Così, a occhio e croce, stimo che i più grossi dovrebbero raggiungere, se non superare, i nove/dieci metri di circonferenza. E credo di non sbagliarmi di tanto.

L’Inventario dei castagni monumentali del Ticino e del Moesano, realizzato, quasi una ventina d’anni fa, da Patrik Krebs e Marco Conedera della Sottostazione Sud delle Alpi del WSL (l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio), che ho scartabellato prima di partire, rivela «una netta supremazia delle valli bagnate dal fiume Ticino: Riviera e Bassa Leventina comprendono 119 castagni monumentali, ossia il 39% di tutti i monumentali censiti». E parecchi dei puntini rossi evidenziati sull’annessa mappa del Ticino li trovo proprio qui, su questi monti.

Altri grandi vecchi mi aspettano lungo il sentiero. Hanno un corpo tozzo, quasi ingobbito, oppure sono alti, con il tronco solido, la corteccia corrugata e solcata da profonde cicatrici, qualcuno ha la pancia ridotta a una profonda cavità. Quanti anni avranno? Trecento? Quattrocento? Alcuni di loro, di sicuro, erano già qui quando laggiù sul piano cavalcavano gli ultimi balivi, altri potrebbero aver annusato il fumo dell’incenso sparso ai quattro venti dal turibolo di Carlo Borromeo, intento a scacciar streghe e a fustigare un clero godereccio e poco ortodosso. E chissà quanta gente avranno sfamato i loro frutti in quei tempi di miseria, o scaldata con il tepore dei loro ceppi.

Ai bordi dell’ampia radura di A Pombrös, ce n’è uno morto, ma ancora in piedi. Enorme e sventrato. Mi richiama un colossale dente del giudizio sbrecciato dalla carie. Poco più su, un altro, vivo e vegeto, con una ceppaia mastodontica, da cui sbucano grossi rami. Il tronco tormentato è solcato da un contorcersi di rughe. A guardarlo con attenzione, vi si scoprono figure inquietanti e curiose, il muso di un mastino, quello di un rinoceronte, uno strano e goffo pesce ricoperto di squame. Accanto ad alcune cascine, su un altro tronco secolare ormai defunto è cresciuta una giovane betulla, che trae nutrimento dal suo legno sgretolato. C’è una grande nobiltà in questi alberi secolari, sono generosi e solidali, anche quando hanno concluso il loro lungo ciclo vitale. Riprendo il cammino e subito mi si para davanti un altro grosso castagno, il tronco, forse indebolito dall’età, è stato schiantato da poco dal vento o dalla neve e se ne sta disteso, di fianco al sentiero. Ci dev’essere un intero mondo in quel corpo abbandonato tra i sassi. Tribù d’insetti scavano intricate gallerie, succhiano quello che c’è di buono dal legno morto, funghi e muffe crescono in silenzio, i picchi colorati vengono a tamburellarne la corteccia col loro becco appuntito, mentre una miriade di altri esseri microscopici ne fanno vibrare le intime fibre.

«Un bosco è un organismo complesso» scrive ancora Daniele Zovi. «È il risultato di azioni e reazioni, di alleanze e competizioni, di simbiosi e parassitismo; è un alternarsi di vita e morte, di crescite e crolli».

Al tramonto, i castagni monumentali, che ho conosciuto su questi monti, se ne stanno lì come vecchi saggi, immobili e pazienti, ad ascoltare le voci del bosco, in attesa del sonno. Perché anch’essi dormono, l’ha dimostrato il monitoraggio con apparecchiature al laser di alcuni alberi, in Austria e in Finlandia. Per tutta la notte, le piante distendono i loro rami, che si abbassano di parecchi centimetri, come se si rilassassero al termine di una lunga giornata.