Allarme crepacci e frane rocciose

A partire dalla metà di settembre si sconsiglia nel modo più assoluto la scalata dell’Adula per la via normale. La presenza di nuovi crepacci e frane di sassi la rende particolarmente insidiosa.

A testimonianza della sua pericolosità molte guide si rifiutano di accompagnare i propri clienti fino in vetta. Ed è stato confermato proprio di recente anche da un comunicato in merito alle verifiche effettuate dall’Ufficio dei pericoli naturali degli incendi e dei progetti (UPIP): «L’arretramento medio dei ghiacciai è di 2-3 volte superiore a quanto rilevato negli ultimi anni e, rispetto a quanto misurato nel 2021, si registrano i seguenti arretramenti: Basòdino 29 metri, Valleggia 29 metri, Bresciana (Adula) 18,5 metri, Corno 16 metri, Tencia (Croslina) 15 metri».

Arretramenti che generano per l’appunto nuovi pericoli. La via panoramica rimane la più sicura. Si hanno tuttavia allarmanti notizie di cadute rocciose anche su questo percorso. Agli alpinisti più temerari si consiglia dunque di prendere contatto con le guide locali allo scopo di informarsi sulle vie da intraprendere, e capire quale periodo è più opportuno programmare. 


Il «poderoso respiro» del massiccio dell’Adula

Alpinismo - In marcia tra tempeste di pioggia ghiacciata, saliscendi vertiginosi, e preoccupazioni per il futuro del ghiacciaio
/ 24.10.2022
di Jacek Pulawski, testo e foto

Si sale, sempre un po’ più in su. Dopo il Monte Generoso (1701 mslm) e il Pizzo Gallina (3060 mslm) è la volta della regina delle vette del nostro cantone, ovvero l’Adula che raggiunge i 3402 mslm e dà il nome alle omonime alpi anche dette Alpi Mesolcinesi. Queste corrono lungo il confine tra canton Ticino e canton Grigioni e costituiscono la parte più orientale delle Alpi Lepontine, al di là del Passo del Lucomagno.

La catena delle Alpi dell’Adula conta 39 vette, e la montagna più alta e più significativa del gruppo, l’Adula per l’appunto, è anche la più ambita dagli alpinisti in quanto ardua e capace di sorprendere ogni volta che la si affronta. È anche il posto in cui mi reco all’inizio di ogni stagione alpinistica per ricordarmi di portare rispetto all’alta montagna: è una maestra severa, e delle lezioni sempre nuove che mi impartisce ogni anno, capisco l’importanza sempre dopo, durante le successive scalate.

Quella di tanti alpinisti, come la mia, è ogni volta una sfida personale, che nel mio caso e in questa circostanza assume le sembianze di una partita a scacchi tra un giovane arzillo e il nonno esperto, sempre pronto a fermare il gioco per spiegarne strategie fondamentali e trucchi di ogni genere. Qui, sull’Adula, ho infatti capito che l’alpinismo di alta montagna non è soltanto una prestazione fisica, bensì una vera prova di pazienza e resistenza riservata a pochi.

Parto dalla diga di Compietto con l’intenzione di raggiungere la capanna Adula CAS per la via alta della Val Carassina. Si tratta della via più difficile, che si apre però sull’intera valle di Blenio, regalando gli scatti più belli. Dopo un primo tratto di sentiero che si snoda quasi interamente nel bosco giungo alla Cima Sgiu (2375 mslm). Le condizioni atmosferiche sembrano ancora buone e, se non fosse per le fortissime folate di vento, non noterei il temporale che sta giungendo dal lontanissimo Nord. Non faccio bene i conti con l’alta montagna. E questo è un errore grave del quale mi renderò conto troppo tardi: mai applicare i criteri di valutazione adeguati alla pianura. Mi rimetto in marcia.

In montagna gli spostamenti sono molto più lenti e la fatica cresce in modo esponenziale rallentando ulteriormente il ritmo di marcia. Continuo verso la Cima di Pinadee (2486 mslm). In condizioni atmosferiche ideali la via alta della Val Carassina è consigliabile a tutti coloro che non soffrono di vertigini e siano volenterosi di intraprendere un cammino in saliscendi, date le tante salite e discese. Il percorso è un miscuglio di tratti tecnici e vie ferrate che si alternano piacevolmente a pezzi di sentiero sui quali si avanza molto rapidamente.

Giunto in Cima di Pinadee, mi accorgo di avere alle spalle il temporale. Accelero il passo proseguendo verso la Cima di Bresciana (2390 mslm), dalla quale si scende verso la capanna Adula CAS che dista circa 400 m più in basso. Durante la marcia, l’impatto con la tempesta di minuscole particelle di ghiaccio, che mi sorprende, non è tra i più piacevoli. Il calo di temperatura tronca anche l’entusiasmo e le condizioni del terreno lasciano a desiderare. Mi manca un’ultima discesa per raggiungere il rifugio, ma le 3,5 ore di continui piegamenti di gambe e saltelli di roccia in roccia hanno ridotto fortemente la reattività e la forza dei muscoli.

Decido di evitare le lastre di granito ormai scivolose come il ghiaccio e procedo attraverso i fitti cespugli fuori sentiero. Giungo infine al riparo. Alla capanna Adula CAS (2000 mslm) incontro il responsabile Berry Stefanelli, che mi servirà la cena. È un personaggio dalle maniere curate, di poche parole e per niente banale. Il profumo che arriva dalla cucina mi fa capire che sappia in che cosa consiste la tradizione ticinese. Ci confrontiamo sui cambiamenti climatici: la siccità e il caldo hanno reso la vita di capanna sempre più estrema; la mancanza d’acqua ha reso aggressivi serpenti e vipere; e il ghiacciaio si sta ritirando nella sua lunghezza, larghezza e spessore. Berry mi racconta le preoccupazioni del geologo cantonale che, in visita a metà ottobre, si dice sempre più pessimista in merito al futuro del ghiacciaio soggetto allo scioglimento. Un processo accelerato dal riscaldamento di rocce scure che circoscrivono lo spazio da esso occupato, per non parlare del pulviscolo scuro che il vento getta sul manto bianco sporcandolo e causando a sua volta un’accumulazione di calore. Altro fattore che determinerà la sua futura scomparsa. (vedi articolo Istantanee del passato, di Amanda Ronzoni a pagina 12).

Dopo cena, ricordiamo con dispiacere anche la tragedia che qualche anno fa coinvolse tre alpinisti del Mendrisiotto e di come la vetta dell’Adula sia diventata ancor più insidiosa (vedi box). Quelli di Berry sono racconti di vita che toccano. Mi sposto nella mia stanza, pronto per dormire, ma quella notte non chiuderò occhio. Il vento che investe la capanna sembra così potente da poter penetrare fin sotto le coperte di lana.

La colazione ha luogo alle 05.00. Parto subito dopo e raggiungo la capanna Utoe (2400 mslm). Investito da un forte vento ghiacciato, è la seconda volta che smarrisco il sorriso. Capisco che toccare il crocifisso sulla vetta sarà molto più complicato del previsto. Nonostante l’ottimo abbigliamento sto letteralmente congelando. Proseguo nella marcia, diventata ormai contro vento e quindi lenta e faticosa. Un’ora dopo, sono sul punto di valutare il mio abbandono e di tornare in capanna, quando incontro un gruppo di tre esperti alpinisti attrezzati di corda e piccozze. Uno di loro era una guida delle Alpi bernesi. Nella fitta nebbia si stavano riparando dal vento che a questo punto è diventato talmente forte da frenare qualsiasi camminata.

L’alta montagna necessita di riserve mentali ed esperienza. Fattori che non si possono acquistare in un negozio di alpinismo, tantomeno si possono allenare in palestra. È il tempo a fornirceli, ed è la montagna a decidere quando si è pronti a riceverne le nozioni. Quell’incontro fortuito e inaspettato è per me una sorta di liberazione, un’iniezione di autostima e fede. Rispetto a me non erano in migliori condizioni fisiche, ma si distinguevano per la capacità di valutare la situazione in un modo che io non potevo nemmeno immaginare. In seguito a istruzioni ben precise mi propongono di seguirli.

Attacchiamo la vetta senza l’uso dei ramponi fino all’Adulajoch. Rispetto alle due volte precedenti, ho la sensazione che il ghiacciaio sia meno consistente e in alcuni punti sprofondo fino alle ginocchia. Avanziamo comunque in molta sicurezza e senza correre rischi, quei rischi che tanto temevo alla mia partenza dalla capanna. Lungo la corona di rocce sento e vengo investito dal «poderoso respiro» del massiccio dell’Adula. Sono venti freddi e potenti che ricordano uno tsunami di nevischio e che ci travolgono a una velocità di circa 90 km/h. Mi accascio sul ghiacciaio per poi rialzarmi e continuare fino alla prossima ondata di polvere bianca.

Giunti al bivio dell’Adulajoch mettiamo i ramponi e, di nuovo completamente esposti alla brutale forza del vento, ci prepariamo alla conquista della vetta, dove ci aspetta una vista spettacolare sul Güferhorn e sulla valle in cui sorge il Reno.