Il mondo nel mirino

Fotografia - I reportage di viaggio dipendono più che dal luogo visitato, dalla progettazione del viaggiatore
/ 01.08.2022
di Stefano Spinelli

Sfogliando le pagine di The Americans dell’immenso Robert Frank – un libro di foto di viaggi in luoghi e in tempi lontani – m’imbatto nello strano sentimento di ritrovare in quelle immagini pezzi della mia storia. Non tanto perché quelle fotografie illustrino realtà o avvenimenti da me vissuti di persona, ma in quanto già il solo guardarle – come ponti verso un indefinito altrove – mi proiettano in quello stato emotivo che, viaggiando, la scoperta di nuovi orizzonti provoca in noi. E quelle foto, a modo loro, ai miei viaggi, alle mie immagini, ai sentimenti vissuti, mi hanno riportato.

A molti di voi sarà già successo di ritrovarvi all’improvviso immersi in realtà culturali nuove, fatte di luci, profumi, suoni, colori, e tante altre cose diverse da quelle a cui siamo avvezzi. Sbarcare in simili realtà, se ben disposti, significa venir felicemente sommersi da un marasma di nuovi codici, di nuovi linguaggi – perlopiù inizialmente incomprensibili – a cui dover far fronte. Espressioni del corpo, fisionomie, accostamenti di sapori, di colori, modi di stare insieme, di comunicare – verbalmente, graficamente –, e così via, potranno essere così diversi da quelli conosciuti da produrre in noi un’intensa condizione di spaesamento. Di straniamento. Tutto ci incuriosirà, ci apparirà interessante, degno di nota. In quel vortice di nuove sensazioni potremmo anche perderci – si pensi alla sindrome di Stendhal –, per i più rappresenterà invece una gioiosa occasione di rinnovamento, di crescita e di confronto.

La fotografia di viaggio dovrebbe saper parlare di questa condizione, grazie a un’attenzione particolare all’alterità. Ed è forse anche grazie alla fotografia, per chi la pratica, che poco a poco riusciamo a ritrovarci, a disegnare in simili contesti le coordinate materiali e concettuali dello spazio che stiamo esplorando, la rete di relazioni che lo avvolgono. Certo, ognuno a suo modo, senza pretese di scientifica oggettività ed esaustività, ma a partire dalle proprie esigenze, dal proprio stretto intendimento.

Non che questo esercizio sia attuabile unicamente recandoci all’altro capo del mondo, anzi. Realtà culturali prossime alla nostra, e persino la nostra stessa realtà quotidiana, se approcciate per il giusto verso, ridirigendo lo sguardo consueto che portiamo su ciò che ci circonda, ci permetteranno di andare incontro a territori a noi ancora vergini, tutti da esplorare. Però siamo in estate, e l’estate per tanti è tempo di vacanza, e le vacanze – lo sappiamo – spesso ci portano altrove. In questa ritrovata alterità proviamo allora ad applicare quanto detto sopra seguendo questi pochi suggerimenti, capaci forse d’indicare possibili percorsi.

Nel caso non ne aveste già sui vostri scaffali, prima di partire passate in una libreria ben fornita e cercatevi un libro di foto di viaggio di un buon fotografo. E non intendo quei manuali che vi dicono cosa fotografare, quando e come realizzare gli scatti migliori. Senza voler escludere a priori questo genere di pubblicazioni – talvolta vi si trovano ottimi consigli –, l’esercizio che qui propongo è quello di prendere un libro di fotografie e di analizzare le modalità – tecniche, compositive – con cui il fotografo ha affrontato i suoi soggetti: su quali si è concentrato – c’è omogeneità o diversità tra loro? L’uso che fa della luce; che ne è del tempo. Che cosa eventualmente collega una fotografia alle seguenti – e qui vi riporto all’idea della scorsa puntata di stampare almeno alcune delle foto che farete e di porle in un album, come fosse un libro.

Per facilitarvi la scelta, direi di acquistare un classico del Novecento, con foto scattate ancora su pellicola, magari in bianco e nero, ma non per forza. Una monografia che illustra un solo viaggio, o più viaggi nella medesima realtà. Oppure una raccolta di foto di viaggi in vari luoghi, come più facilmente si troverà. Facciamo qualche nome? Robert Frank, Sebastião Salgado, René Burri, Henri Cartier-Bresson, Ferdinando Scianna, Werner Bischof, Josef Koudelka, Luigi Ghirri, tanto per fare qualche esempio. Oltre a molto altro, hanno tutti realizzato anche libri di viaggi, ognuno a modo suo, con dei tagli ben particolari. Vi assicuro che il loro sguardo non vi lascerà indifferenti e potrà rivelarsi una buona fonte d’ispirazione.

Un secondo suggerimento è quello di elaborare una traccia di progetto. Non troppo precisato, che vi indichi anche solo delle linee direttrici da seguire. Siccome non sarà la realtà ad adattarsi al nostro progetto, starà alla nostra sensatezza adattarlo semmai, strada facendo, alle realtà incontrate. Il progetto dovrebbe tener conto delle vostre sensibilità e preferenze, e delle caratteristiche predominanti – fisiche, storiche, sociali, culturali… – del luogo dove vi state per recare. Che sia in un contesto urbano, metropolitano, o in una piccola località, che sia turistica o meno, in piena natura o in una selva di cemento, in ognuna di queste situazioni si può trovare un filo conduttore che ci permetta di costruire, a partire dal nostro originale punto di vista, un racconto non banale dei luoghi da noi visitati.

Evitiamo poi di fotografare il già visto e stravisto, usciamo da quegli inutili automatismi. Focalizziamoci su quanto invece più ci tocca, arriva a emozionarci, c’interroga, ci turba, c’incuriosisce. Avendone il tempo, chiediamoci prima di scattare se quell’immagine che vediamo aggiungerà davvero qualcosa di significativo e di visualmente interessante al racconto che vogliamo riportare a casa. Ricordiamoci che stiamo scattando fotografie e non dipingendo bei quadretti. Usiamo dunque le caratteristiche specifiche che distinguono il nostro mezzo e il linguaggio che più gli pertiene.

Nel corso dei giorni, proverei a dedicare un tempo stabilito esclusivamente alla fotografia. Nulla di troppo stringente, ovvio. Ma eviterei di girovagare tutto il giorno con la macchina fotografica appesa al collo, pensando o sperando che prima o poi qualcosa di fotografabile si possa presentare davanti all’obiettivo. Perché accadrà di sicuro, ma si può anche fotografare con l’occhio della mente e nello stesso tempo goderci senza mediazioni e frustrazioni il contesto in cui ci troviamo immersi. Almeno, io la vedo un po’ così. La quantità di tempo e in quale momento della giornata dare spazio alla fotografia dipenderanno da voi e dalle strette esigenze legate ai soggetti scelti e alla quantità e qualità di luce necessaria e disponibile.

Infine, l’attrezzatura da prendere con sé: anche questa sarà determinata dalla scelta dei soggetti. Ma, come regola, direi: non più dello stretto necessario. Batterie e schede di ricambio incluse. Provate a limitarvi a uno, massimo due obiettivi (forse i più caratteristici per il tipo di fotografia che volete fare? A voi la riflessione). Avrete meno peso da portarvi in giro – fattore non da poco, specie sotto al solleone –, e darete meno nell’occhio, così da poter lavorare con agio, senza troppi intoppi e arrovellamenti. Buone vacanze!