Darién, alle porte dell’inferno verde

Reportage - Un paradiso di biodiversità panamegno con duemila varietà di piante, oltre novecento specie di uccelli e centinaia di mammiferi e anfibi
/ 10.01.2022
di Enrico Martino, testo e foto

Due pilastri di cemento consumati dall’umidità del Tropico, improbabili Colonne d’Ercole all’inizio di un ponte pedonale. Finisce così, come non te lo aspetteresti mai, la Carretera Panamericana, trecento chilometri a sud della città di Panama dopo essersi sciroppata oltre dodicimila chilometri di deserti, foreste e montagne partendo dall’Alaska.

Su una delle colonne qualcuno ha cercato pietosamente di cancellare una scritta slavata, «proibito buttarsi di sotto», monito informale per chi volesse inoltrarsi nel micidiale Tapòn del Darién, Darién Gap per gli americani, la regione più impenetrabile dell’America Latina che segna il confine con la Colombia dove la Panamericana riparte per fermarsi definitivamente tra i fiordi della Patagonia cilena. Prima però bisogna oltrepassare il Darién, un paradiso di biodiversità con duemila varietà di piante, oltre novecento specie di uccelli, la più grande quantità al mondo, e centinaia di mammiferi e anfibi, ma anche un inferno verde così denso da nascondere il sole.

A Yaviza, l’ultima fermata prima del nulla, una delle strade più mitiche al mondo evapora nella polvere dopo avere strappato rosari di maledizioni barocche a qualsiasi autista. Un grappolo di case e tetti di lamiera assurto a Madre di tutti i traffici, popolato da ceffi patibolari approdati qui da mezza America Latina in cerca di quelli che vengono elegantemente chiamati negocios, e da chi da qui non è più riuscito a scappare. «Se arriva uno che sembra normale stai sicuro che gli controllano subito i documenti perché è l’unico fuori posto» ride Felipe che ostenta su un muscoloso avambraccio un pornotatuaggio che si anima a ogni movimento.

Già i conquistadores avevano capito molto in fretta in che mare di guai si erano cacciati iniziando proprio dal Darién la conquista della Tierra Firme, la terraferma del continente appena scoperto, come testimonia una lapide spagnola consunta dalla salsedine che ogni tanto emerge come un fantasma dalla bassa marea di una spiaggia lungo la costa. Sopra c’è scritto «quando entri nel Darién raccomandati a Maria perché nelle sue mani è l’entrata. E in quelle di Dio è l’uscita!».

Cercavano l’oggetto morboso dei loro desideri, l’oro, utilizzando anche i cani per dare la caccia agli indios, che appena potevano ricambiavano versandogli oro fuso in bocca «per saziare la loro avidità». Alla fine per togliersi gli spagnoli di torno avevano portato il conquistador Vasco Nuñez de Balboa davanti a un’immensa distesa d’acqua salata dicendogli che oltre questo Mar del Sur, il futuro Oceano Pacifico, c’era un paese lastricato d’oro, l’impero Inca che il suo luogotenente Francisco Pizarro avrebbe saccheggiato senza pietà.

Dopo questo effimero momento di gloria il Darién risprofondò in un secolare coma abissale, rianimandosi saltuariamente solo per la scoperta di qualche miniera d’oro, ma dalla fine del secolo scorso questa selva sperduta si è ritrovata nel posto sbagliato, al confine tra l’istmo centroamericano e la Colombia, una no man’s land affollata da narcotrafficanti, guerriglieri, e persino migranti arrivati da Yemen o Afghanistan in cerca di una strada per raggiungere gli Stati Uniti.

Per ascoltare le voci del Darién bisogna scivolare nel silenzio di un’alba rotta solo dal chop-chop delle pale dell’elicottero che punta deciso oltre il confine invisibile, quello che taglia l’Istmo di Panama da Punta Carreto sul Caribe a Punta Piña sul Pacifico. A sud inizia un Far-West tropicale nascosto dalla monotonia della selva, «guarda quel fumo laggiù» indica Rafael, il pilota, «è uno dei tanti incendi che segnalano il disboscamento illegale». Pochi minuti dopo una radura e un grumo di capanne in riva alle anse del rio Balsa annunciano Manené, l’ultimo avamposto di Panama dove vivono poche centinaia di indigeni Emberà e tre poliziotti che accudiscono con amore quasi paterno le loro armi e non hanno nessuna voglia di andare a vedere chi potrebbe aggirarsi tra le colline oltre il fiume.

Di guai ne hanno avuti abbastanza gli Emberà di Manené, «l’unico oro che ci è rimasto è quello dei denti, il resto se lo sono portato via gli spagnoli» commenta con rassegnata amarezza il cacique Porfirio a capo della comunità. «Adesso abbiamo altri problemi, soprattutto legati al Parco Nazionale del Darién che il governo ci ha scaraventato addosso senza neanche consultarci. Noi siamo i guardiani della selva da quando è nato il mondo, da mille anni custodiamo le montagne, prima coltivavamo mais, riso e banane, e di colpo ci hanno proibito di vivere come abbiamo sempre vissuto. Dobbiamo chiedere il permesso anche per costruire una piroga, c’è più attenzione per gli animali che per gli uomini, perché ci sono veterinari ma non medici».

Per sentire l’anima del Darién dicono che bisogna accarezzare l’acqua, ma a guardare il Rio Balsa deve essere un’anima decisamente fangosa, anche se a qualcuno piace così: «la nostra è color cioccolato, non è slavata come la vostra» dice con una punta di commiserazione una ragazza guardando la mia bottiglietta d’acqua minerale.

Più a nord, sotto una tettoia di paglia decine di occhi brillano nella penombra con l’aria di aspettarsi da me la soluzione ai loro problemi. «Devi portare nel tuo paese questo messaggio», quasi implora Juan Chiròs cacique della comunità Wounaan di Boca de Lara, con la disperazione di chi ormai non ci crede neanche più. «Siamo riusciti a proteggere la nostra cultura per millenni ma adesso le difficoltà sono troppe, è come se l’indigeno non avesse valore, molti bambini muoiono ogni anno a causa degli incendi provocati dai coloni mestizos. Alcuni ragazzi vorrebbero ribellarsi con le armi, altri emigrano ma così non c’è futuro per i nostri figli».

I Wounaan di Boca de Lara puntano su un futuro di turismo sostenibile, però i pochi visitatori comprano qualche oggetto artigianale, fanno un po’ di selfies e poi svaniscono come strani marziani in un rapporto totalmente mercificato. Nel frattempo i Wounaan cercando di resistere come possono, assediati da una colonizzazione selvaggia e dai narcos che imbottiscono di droga i grandi tronchi che gli Emberà non possono neanche tagliare.

Storie inafferrabili di una piccola ma tosta Amazzonia centroamericana dove anche la strada più famosa del mondo si scioglie in un impasto di verde e di acqua.