Itinerario

Come un sogno che va verso il mare

Prima tappa: da Giverny a Les Andelys (km 26 ca)
A Giverny, oltre alla casa e al giardino di Monet, si può  visitare il Musée des Impressionismes, che esplora il ruolo del villaggio nello sviluppo di quel movimento pittorico e organizza esposizioni temporanee. Fino al 2 ottobre 2022, propone opere poco conosciute della sua collezione (pitture, disegni, stampe, sculture e fotografie) che spaziano dall’Impressionismo all’arte contemporanea.
Passando da Vernon e dal celebre Moulin , si va verso Les Andelys, sia seguendo il corso della Senna (D313), sia passando dall’altipiano (D171-D1).
Da vedere a Les Andelys, la Collégiale Notre Dame, l'Eglise Saint-Sauveur,  il Musée Nicolas Poussin, la passeggiata sulla Senna, il Château Gaillard. Nei dintorni, tra le altre attrattive, c’è il bel villaggio di Lyons-la-Forêt.

Link utili:
https://it.normandie-tourisme.fr/da-non-perdere/giverny/

http://fondation-monet.com

https://www.mdig.fr

https://www.nouvelle-normandie-tourisme.com

Seconda tappa: da Les Andelys  a Rouen (km  52 ca)
Si segue la Senna sulla D313 fino a Saint-Pierre-de-Vauvray, poi via la D77e e la D6015 si arriva a Rouen, passando da Poses (dove una diga sbarra la strada alle maree).
Da vedere a Rouen, Cathédrale Notre-Dame, Historial Jeanne d’Arc, Parlement de Normandie, Musée des Beaux-Arts, il Gros Horloge, le viuzze con le case a graticcio…

Link utili:

https://rouen.fr/office-de-tourisme-rouen-normandie

https://www.seine-maritime-tourisme.com

https://it.rouentourisme.com

Terza tappa: da Rouen  a Honfleur (km 100 ca.)
Il percorso, molto suggestivo, porta dapprima a Jumièges, con le celebri rovine dell’abbazia, da qui si può prendere il bac  di Yainville, uno degli otto traghetti che permettono di attraversare la Senna, oppure si passa dal Pont de Brotonne, allungando un po’ il percorso. A Notre-Dame-de-Bliquetuit inizia la Route des Chaumières, che segue stradine di campagna ed è ben segnalata. Passando da Marais Vernier e Foulbec, si arriva  infine a Honfleur, la Perla dell’estuario, con il Vieux Bassin, i resti delle fortificazioni (Lieutenance e Porte de Caen), l’ Eglise Sainte Catherine, completamente in legno, testimonianza delle origini scandinave dei primi Nord Men. Nei numerosi ristoranti attorno al vecchio porto si possono gustare le specialità di mare.

Link utili:

https://www.pnr-seine-normande.com

https://www.ot-honfleur.fr

https://it.normandie-tourisme.fr/da-non-perdere/honfleur/

L’itinerario può essere modificato a piacimento. A dipendenza del tempo a disposizione, è possibile seguirlo tutto o in parte in bicicletta, oppure si può iniziare il viaggio a Parigi. Vale comunque la pena fermarsi più di un giorno sia a Les Andelys sia a Rouen e Honfleur.
Da quest’ultima cittadina, passando dallo spettacolare Pont de Normandie (a pagamento), si raggiunge Le Havre, altra bella città, ricostruita con gusto e in base a un progetto originale dopo che i bombardamenti della II Guerra mondiale l’avevano quasi completamente rasa al suolo. Da qui si può visitare il litorale della Manica, con le celebri falesie di Etretat e di Fécamp.


Come un sogno che va verso il mare

Itinerari - Viaggio lungo la Senna in un itinerario tra arte, storia e natura
/ 17.10.2022
di Romano Venziani, testo e immagini

La prima volta ti fa un effetto strano e solleva qualche comprensibile dubbio sul tuo senso dell’orientamento. Di regola piuttosto buono.

A me è successo tanti anni fa, quando, per un corso privato d’inglese, ho passato un mese in una remota fattoria del Gloucestershire, nell’Inghilterra occidentale, in mezzo a pascoli verde cupo, mucche prosperose, cavalli tirati a lucido e flottiglie di papere, che sguazzavano beate nel vicino pond, in cui si specchiavano le lapidi sbilenche di un vecchio cimitero.

Nel tardo pomeriggio, dopo una giornata trascorsa a farmi strapazzare le meningi dalla brava Mary, con i suoi past tenses, i phrasal verbs e le breaking news della BBC da decodificare, inforcavo la bicicletta e partivo per lunghe pedalate. Un po’ per arieggiare i miei neuroni affaticati, un po’ per smaltire la merenda a base di biscuits burrosi imperlati di cioccolato e qualche bun (1), comprato da Sally Lunn, rinomato tea room di Bath.

Mi piaceva seguire un viottolo, che correva sull’argine del Severn, il più lungo fiume del paese, che qui era incanalato e scivolava sonnacchioso verso Bristol e il suo vasto estuario.

Ogni tanto mi fermavo a far quattro chiacchiere con i pescatori o a rispondere ai saluti delle barche che passavano. Poi un giorno ho visto una cosa strana.

Era come un’onda, che teneva tutta la larghezza del canale, una sorta di tsunami fluviale, che risaliva sorprendentemente il corso del Severn.

È il Severn Bore, mi fa un pescatore intuendo la mia sorpresa, mentre me ne sto lì a bocca aperta a vederla passare.

In italiano la chiamano mascheretto, quest’onda, che si forma nei momenti in cui l’alta marea è particolarmente importante. Una massa d’acqua del mare si addentra nei bassi fondali dell’estuario di un fiume e lo risale per lunghi tratti, controcorrente, creando a volte gorghi pericolosi. Nel caso del Severn, dove il fenomeno è tra i più ampi del pianeta, si spinge all’interno per decine di chilometri.

L’ho rivisto, il mascaret, sulla Senna. Anche se in formato ridotto. Osservo il vasto fiume, che scorre senza fretta verso la Manica e, a un certo punto, vedo la corrente, quasi impercettibile, che si ferma e inverte direzione. Poca cosa, a confronto del Severn, mi raccontano però che, fino agli anni Sessanta del secolo scorso, prima dei lavori di dragaggio del fiume per permettere alle navi di grosso tonnellaggio di raggiungere il porto di Rouen, l’onda di marea superava i due metri d’altezza e metteva a dura prova la navigazione.

Alcuni sostengono che sia stato proprio il mascaret, a provocare, il 6 settembre 1843, il naufragio, a Villequier, della barca a vela su cui viaggiava Léopoldine Hugo, l’amata figlia diciannovenne dello scrittore, morta annegata con il marito Charles Vacquerie, lo zio di quest’ultimo e il suo figlioletto di dieci anni. Ma è solo leggenda. In realtà, riportano i giornali dell’epoca, sembra sia stata un’improvvisa raffica di vento a capovolgere l’imbarcazione e non l’onda di marea piuttosto debole in quel periodo. Victor Hugo, che solo quattro giorni dopo avrà notizia dell’«affreux événement qui va porter le deuil dans une famille chère à la France littéraire» (2), dedicherà decine di poemi della sua raccolta Contemplations alla memoria dell’«humble enfant que Dieu m’a ravie» (3) e che d’allora riposa nel cimitero di Villequier, a due passi dalla Senna.

Il mio viaggio, però, inizia più lontano, dove il fiume sfocia nella luce liquida e mutevole cara agli Impressionisti.

Giverny, la porta della Normandia, è immobilizzata sotto una cappa di sudore, che solidifica anche le ombre dei numerosi turisti incolonnati davanti alla casa di Monet. Dopo due anni di pandemia, è tornata a essere plurilingue, la lunga fila in attesa, e si risentono accenti orientali e l’arrotolato inglese americano, che sbuca da sotto cappelli di paglia a larga tesa.

Non è la luce, oggi pietrificata, a generare impressioni, bensì la consapevolezza di trovarsi in un luogo emblematico per la storia dell’arte moderna. Un luogo avvolto da un fascino sottile, in cui, se non fosse per quel, seppur minimo, alone di artificiosità della casa-museo, l’atmosfera è rimasta immutata e ti aspetteresti di veder sbucare nell’ampio salone il barbuto Claude con i pennelli in mano. O vederlo passeggiare nel Clos normand, il giardino dei suoi sogni da lui stesso creato, sui viottoli orlati di delicate dalie, iris carnose, rose profumate e uno scompiglio di altri splendidi fiori, oppure ancora soffermarsi sul ponticello giapponese lì, all’estremità del bacino delle ninfee, su cui fremono ali di libellule, sospese in volo come magiche fate.

Lo incontrerò di nuovo, Claude Monet, nel mio viaggio, dietro le finestre del suo atelier al numero 25, Place de la Cathédrale, a Rouen (oggi sede dell’Ufficio del turismo) intento a spiare i giochi di luce sulle pietre della monumentale facciata della chiesa, che fisserà, quasi ossessivamente, sulla tela di una trentina di celebri dipinti, realizzati tra il 1892 e il 1893.

Oppure, prima ancora, a pochi chilometri da Giverny, a Vernon, dove iniziava l’antico ducato di Normandia, concesso nel 911 dal re dei Franchi, Carlo il Semplice, incapace di affrontare il problema in altro modo, a Rollon, il capo degli «uomini del nord», i vichinghi, da oltre un secolo installati nelle terre attorno all’estuario della Senna, che risalgono con i loro slanciati drakkar fino a Parigi, assediata quindici anni prima.

Sulla sponda destra del fiume, di fronte alla città, una curiosa costruzione a graticcio, un po’ sbilenca, si specchia nell’acqua tranquilla. È il vecchio Moulin de Vernon, che Monet ritrae nel 1883, appena preso casa a Giverny.

Appoggiato, quasi in equilibrio instabile, sulla testata dell’antico ponte di legno che attraversava la Senna, di cui rimangono solo alcuni piloni capitozzati, il mulino risale al sedicesimo secolo ed è l’unico sopravvissuto dei tanti che se ne stavano lì, sospesi sulle arcate, tra una riva e l’altra del fiume.

Dilata le distanze, con i suoi meandri, la Senna, per cui prendo una scorciatoia e salgo sull’altipiano calcareo, coronato di boschi e disegnato da distese di campi coltivati, qualche piantagione di meli e minuscoli villaggi addormentati.

Dopo un po’, un susseguirsi di strette curve mi riporta sulla pianura. Ritrovo il grande fiume e scopro Les Andelys, uno dei luoghi più incantevoli lungo la Senna.

La cittadina ha dato i natali a Nicolas Poussin, riconosciuto tra i massimi esponenti della pittura classica francese (di cui si conserva qui un’unica opera, nel museo a lui titolato) e custodisce, sulle vetrate della collegiata di Notre-Dame, il ricordo della regina Clotilde, sposa di Clodoveo, re dei Franchi. La pia donna, dopo aver convertito il consorte al cattolicesimo, fa costruire su queste terre un monastero e per dissetare gli operai, narra la leggenda, trasforma l’acqua di una fontana in vino. Abbastanza per farne una santa. La fontana c’è ancora, ma del vino non rimane che una sbavatura ferruginosa nell’acqua stagnante, ai piedi di una piccola statua della sovrana.

Les Andelys si affaccia sulla Senna, che qui disegna uno dei meandri più suggestivi di tutto il suo percorso. Ogni tanto lunghe chiatte scivolano lente sull’acqua, che lambisce l’Île du Château e se ne va, come un sogno, dolcemente verso Le Havre e verso il mare (4).

Il grande fiume, che ha intagliato l’altipiano calcareo, riflette il biancore delle falesie. Su una di queste, a dominare la città, ci sono le rovine di una spettacolare fortezza, candida come il gesso su cui poggiano le sue fondamenta. È il Château Gaillard, fatto costruire in un anno, nel 1196, da Riccardo Cuor di Leone, sovrano d’Inghilterra e duca di Normandia, in guerra contro il re di Francia che voleva estendere il suo dominio sulla regione.

Poco più giù, abbracciata a una curva della Senna, c’è Rouen, splendida città-museo, con la sua cattedrale, la Place du Vieux Marché, il grande orologio rinascimentale, le viuzze affiancate dalle antiche case a graticcio, architettura a colombage imposta dall’assenza di pietra da costruzione.

Merita di più, la città di Flaubert, teatro degli incontri di Emma Bovary con il suo amante Léon, ma vi dedico solo una visita fugace, tanto per apprezzarne il gotico della cattedrale di Notre Dame e l’interessante Historial de Jeanne d’Arc.

Seguendo un percorso multimediale il visitatore rivive, di sala in sala, l’epopea e il destino della Pulzella d’Orléans, mentre dagli schermi gli attori, che interpretano i testimoni dell’epoca, rievocano le fasi dell’inchiesta voluta dall’arcivescovo Jean Juvénal, nel 1456, che ci riconsegna il vero ritratto di colei che fu giudicata «eretica» venticinque anni prima e per questo bruciata sul rogo.

La Départemental D982 gioca a rimpiattino con la Senna, le si avvicina quasi a sfiorarla per poi infilarsi nei morbidi boschi e perderla bruscamente di vista. La seguo per una trentina di chilometri e poi devio verso il centro di un’ansa del fiume, dove c’è un gioiello dell’architettura romanica normanna, o, almeno, quello che ne rimane, l’Abbaye Notre-Dame de Jumièges, uno dei più antichi e importanti monasteri benedettini francesi. Basta un’occhiata per rendersi conto della dimensione storica e architettonica del monumento, le cui rovine, le più belle di Francia per i Romantici, si ergono bianche come la luce nell’ocra dei prati assetati.

Fondato da San Filiberto nel 654, il complesso monastico, ridotto a cava di pietre con la Rivoluzione francese, conserva un’imponenza eccezionale, che testimonia la sua essenza di inno alla fede in Dio, alle straordinarie capacità dell’uomo e alle sue (di allora) ingenti possibilità economiche.

Prossima tappa, la Route des Chaumières, un percorso, anche ciclabile, che si snoda per cinquantatré chilometri da Notre-Dame-de-Bliquetuit fino al Marais Vernier. Le chaumières, le case dal tetto di paglia, con un filare di iris a ricoprirne il colmo, per renderlo impermeabile e assicurare la giusta umidità alla struttura, sono l’espressione più autentica dell’anima normanna. Un tempo sinonimo di dimora rurale, rustica e povera, tanto che il vecchio Larousse Illustré le definisce «piacevoli solo per chi non deve abitarle», sono ora molto ambite dalla gente di città in cerca di una seconda casa ricca d’atmosfera e immersa nella pace della campagna.

«Il lavoro non manca – mi dicono due carpentieri occupati a issare fascine paglierine su un tetto in ristrutturazione – i roseaux, le canne che si tagliano nelle zone paludose della valle della Senna non bastano più. Dobbiamo andare a prenderli fino in Camargue, a prezzi elevati». Come dire, una chaumière non è per tutte le borse.

Situato là dove il grande fiume disegna il suo ultimo meandro, il Marais Vernier è una vasta prateria umida disseminata di piccoli villaggi, fattorie con il tetto in chaume, coltivazioni di mele, campi di segale e di grano saraceno, frammezzati con macchie di salici, ontani e pioppi neri. Attraversare questa terra è un piacere dei sensi, che anticipa quello dal gusto più intimamente salmastro e marittimo della fine del mio viaggio: Honfleur, la Perla dell’estuario, bagnata dall’estremo fluire della Senna, che si lascia alle spalle le ultime chiuse e va a sposarsi con il mare.

Note

1. Bun: sorta di panino dolce, morbido e rotondo, infarcito di confettura.

2. Cfr. Le Siècle, 7 septembre 1843, pag. 2.

3. Victor Hugo, Les Contemplations, Livre quatrième, Paris, 1858, pag. 13.

4. «…Elle se la coule douce / Le jour comme la nuit / Et s’en va vers le Havre / et s’en va vers la mer / En passant comme un rêve…» Cfr. Jacques Prévert, Chanson de la Seine.