Un’altra Verona

Itinerari - Un viaggio, attraverso i libri, nella storia millenaria della Biblioteca Capitolare
/ 16.05.2022
di Luigi Baldelli, testo e foto

«Sì, siamo la più antica Biblioteca al mondo, di area culturale latina, a essere ancora oggi in attività, ripeto, in attività». Esordisce così, Monsignor Bruno Fasani, Prefetto della Biblioteca Capitolare di Verona, situata accanto al Duomo. Perché Verona non è solamente la città di Giulietta e Romeo o dei grandi spettacoli lirici all’Arena. È anche un viaggio, attraverso i libri, in una storia millenaria. Un viaggio all’interno della Biblioteca Capitolare, che nasce nel 362 d.C. come Scriptorium, e gestita da Canonici del Capitolo, dove i frati amanuensi trascrivevano sulle pergamene i testi sacri per i futuri sacerdoti.

E proprio uno di questi frati, Ursicino, lascia la prima testimonianza dello Scriptorium, quando terminato di scrivere la vita di San Martino, stilata da Sulpicio Severo, e la vita di San Paolo, redatta da San Girolamo, nell’ultima pagina aggiunge la data «esattamente ha terminato di scriverlo qui, in questa Biblioteca, il 1. Agosto 517, come è riportato sull’ultima pagina del Codice», mi spiega Don Bruno. «Certo, come tante altre biblioteche abbiamo anche codici più antichi, come ad esempio il Codice XXVIII, il più antico codice che riporta una parte del De Civitate Dei di Sant’Agostino, ed è dell’inizio del V secolo d.C. Ma il codice di Ursicino ci dice in maniera lampante che qui, a Verona, in questa Biblioteca, abbiamo il più antico libro prodotto e scritto nello stesso luogo».

Nella Biblioteca sono presenti più di 1250 Codici (il nome codice deriva dai fascicoli di pergamena legati tra di loro), a partire dalla fine del 200 e inizio del 300. «Non potrei fare certo una classifica dei libri più importanti che sono presenti qui alla Capitolare» mi dice Monsignor Fasani mentre camminiamo nelle piccole sale della Biblioteca, avvolti dalla luce soffusa, dove i libri riposano a una temperatura costante, per preservarne il materiale. «Ma certamente direi che le più straordinarie sono La copia di Istituzioni di Gaio, unico diritto romano del 2 secolo d. C. e ricopiata nel 4 secolo nello Scriptorium, e poi la De Civitate Dei di Sant’Agostino del 420 circa d. C. Questa è la copia più antica al mondo di un’opera di Agostino, definita dagli studiosi una reliquia» e gli si illuminano gli occhi mentre lo dice. «Poi potrei continuare con I Vangeli Purpurei, della seconda metà del 400 d. C. un grosso tomo scritto in argento e oro e immerso nella porpora». Si ferma, mi guarda e chiede: «Sa perché nella porpora? Perché era il colore degli imperatori. Pensi che nel 1444 San Bernardino, quando lo vede si commuove fino alle lacrime e dice: “Ho visto un evangelistario tutto aruiento e auro”». Oramai è un fiume in piena Don Bruno e aggiunge: «L’imperatore Teodorico ha giurato su questi vangeli nel 494 d. C. quando è diventato imperatore d’Italia».

Dietro una porta blindata, che custodisce gli antichi e preziosi libri, mi mostra Il Codice Spagnolo, scritto nella seconda metà del 600, arrivato in Italia nel 700, passando per Cagliari, Pisa, per approdare a Verona, dove un amanuense che doveva copiarlo si prese la briga di scrivere «Separeba boves, alba pratilia araba, albo vesorio teneba et negro semen seminaba» che tradotto vuol dire «Teneva davanti a sé i buoi (le dita della mano), arava i bianchi prati (le pagine del libro), teneva un bianco aratro (la penna d’oca) e seminava il seme nero (cioè l’inchiostro). «Questa – mi fa notare Monsignor Bruno Fasani – non è solo una frase che dipinge lo scrivano, ma è la prima traccia della lingua volgare italiana e la prima traccia al mondo della lingua romanza».

Camminando ancora attraverso il viaggio nella storia si scopre che l’ottavo secolo è stato quello del massimo splendore per questo luogo. Carlo Magno dice che tutti devono andare a studiare allo scriptorium di Verona, definendolo la Nuova Atene del mondo. Passano gli anni e i secoli con alti e bassi per lo scriptorium che comunque si arricchisce sempre di più di opere provenienti dalla Francia, Nord Europa, Baviera. I libri diventano sempre più curati e si realizzano miniature che diventano il fiore all’occhiello del luogo. Ma è nel 1200 che da scriptorium si trasforma in Biblioteca, diventando luogo di studio, consultazione e conservazione di testi.

Altra data importante è il 1303, quando per la prima volta arriva a Verona il Sommo Poeta, Dante, in fuga da Firenze dopo la sconfitta dei ghibellini a opera dei guelfi, così come ritorna nel 1305 e poi di nuovo nel 1312 per fermarsi fino al 1318. Ed è durante questo suo ultimo soggiorno che scrive proprio qui, a Verona, parte del Purgatorio e del Paradiso.

Intanto nel nostro giro siamo arrivati fino al Salone Principale, dove siamo circondati da librerie di legni scuri e lucidi, alte fino al soffitto e piene di antichi libri. Domando: «Ma Dante è passato di qui, dalla Biblioteca?» Monsignor Fasani mi guarda prima dritto negli occhi e poi con un ampio gesto delle mani, guardandosi intorno, mi dice: «Non abbiamo prove certe ma fino al 1800 questa era la Biblioteca più preziosa al mondo e vuoi che Dante non sia passato di qui? E poi, – continua il Monsignore – il Sommo Poeta tenne il suo discorso Quaestio de aqua et terra nella chiesetta di Sant’Elena, che era sempre del Capitolo dei Canonici cui faceva capo la Biblioteca, quindi…». Quindi, poi, scopro che non solo Dante è passato di qua, ma anche Petrarca ha lasciato il suo segno, quando arrivato a Verona nel 1340 scopre all’interno della Biblioteca le Lettere di Cicerone e «…decide di tradurle. Ma non abbiamo solo quelle, ci sono molti testi suoi di quegli anni, dettati da lui ai suoi scrittori» mi informa Don Bruno, che sprigiona passione e amore per questa Biblioteca a ogni parola.

Non pago mi regala altre informazioni preziose: 100mila volumi presenti, circa 300 incunaboli (i primi libri realizzati con l’arte della stampa modellati sui manoscritti) datati dal 1450 al 1500. Una ricchezza che fece gola anche a Napoleone, il quale, alla fine del 1700, fece portare a Parigi 31 codici e 20 incunaboli. Recuperati solo in parte: fu grazie allo scultore Canova, il quale, dopo intercessione presso l’Imperatore d’Austria, riuscì poi a fare restituire alla Biblioteca quasi tutti i codici.

L’unico piccolo rammarico di Monsignor Fasani è quello di «non avere nella Capitolare neanche un libro originale di William Shakespeare, qui, nella città di Giulietta e Romeo. Abbiamo tentato diverse volte, ma senza successo. Io però non demordo e chissà, forse un giorno riusciremo a coronare questo sogno» mi dice osservando fuori dalla finestra del suo studio l’impetuoso fiume Adige.

Ci stiamo per salutare, ma ho ancora una domanda: «Mi dia un motivo per venire a visitare la Biblioteca Capitolare di Verona, oltre che per vedere con i propri occhi queste opere d’arte», e lui, da uomo di cultura, immediatamente risponde: «Come dicevano i Longobardi: si hanno libri perché si è potenti o si è potenti perché si hanno i libri, che tradotto vuol dire sono i soldi o la cultura che ti fa potente? La bellezza e la cultura vanno alimentate e noi siamo qui a disposizione». E poi, aggiunge, con un tono di voce delicato: «Quando vedi con i tuoi occhi un documento di 1600 anni di età è un’emozione indescrivibile».

Ora è davvero arrivato il momento dei saluti, ma prima, da buon uomo di marketing oltre che di chiesa, Don Bruno mi ricorda il sito della Biblioteca (www.bibliotecacapitolare.org), dove si possono prenotare le visite e avere come guida Monsignor Fasani, felice di trasmettere le sue conoscenze e l’amore per questo piccolo gioiello italiano.