L'antica stazione dell'Hegiaz, lungo la ferrovia ottomana che univa Damasco a Medina, resa famosa anche dalle imprese di Lawrence d'Arabia

Un sogno di sabbia

Reportage - L’Arabia Saudita si apre al turismo internazionale
/ 18.04.2022
di Paolo Brovelli, testo e foto

Dopo tanto girovagare per le mille filiazioni d’Arabia, per i residui dell’antico impero conquistato dagli eredi di Maometto, da Cordoba a Marrakech, da Tripoli al Cairo fino a Damasco, eccomi finalmente nei luoghi delle origini: la penisola arabica. È da questo immenso zoccolo di roccia contornato da mari e da monti, poggiato su un mare di petrolio e coperto da un mare di dune, da queste sabbie ocracee, le quali tutto pervadono, che un millennio e mezzo fa partì l’onda che portò il nuovo credo fin sulle sponde del Mediterraneo, e oltre.

Finalmente, dicevo, son qui, grazie al nuovo, sorprendente corso che ha intrapreso negli ultimi anni il paese custode dei luoghi più santi dell’Islam: l’Arabia Saudita. Fino a qualche anno fa questa miniera di storia e d’archeologia era proibita ai viaggiatori d’occidente, persino agli studiosi. «Niente infedeli a calpestare il suolo calpestato dal Profeta!» come mi spiega, scherzando ma non troppo, l’amico Ismail, davanti a un tè e a un piatto di grassi datteri farciti di noci, mentre ci godiamo il tramonto e la brezza sul lungomare di Gedda. Anche per questo, commenta dal suo pulpito di studente d’economia politica, per decenni l’Arabia Saudita è rimasta fuori dai circuiti turistici internazionali.

Ed ecco però che ora, proprio mentre gran parte del mondo s’è ritirata su sé stessa per timore dei contagi, essa s’è schiusa, anzi va spalancando le sue porte, quasi ansiosa di mostrare al mondo i suoi tesori: quelli antichi, certo, ma anche soluzioni avveniristiche e attrazioni postmoderne, sulla falsariga dei vicini del Golfo Persico. «Adesso, guarda, ci arrivano anche quelle» conclude Ismail indicando la nave da crociera che entra in porto.

Fatte salve la Mecca e Medina, sancta sanctorum del mondo islamico e ancora (alcune voci sussurrano: «per poco») città proibite ai non musulmani, il divieto di visita è (quasi) caduto e il paese sta vivendo un momento di grande popolarità. Il nuovo corso politico prova a immaginare un futuro nel quale il benedetto petrolio comincerà – come già accade – ad andare fuori moda. E allora si mandano i rampolli là fuori, a formarsi nelle università europee e d’oltreoceano per aprirsi al mondo, come Salman, che ho conosciuto al Museo nazionale; ha vissuto cinque anni a Londra e adesso, per mantenere in esercizio la lingua, si diverte a far da guida a gruppi di turisti internazionali, pioniere di una professione nuova nel suo paese.

Tutto ciò è parte d’un progetto, la Saudi Vision 2030, messa nero su bianco nel 2016, che prevede lo stravolgimento delle basi economiche (e sociali?) del Paese, proprio per affrancarsi dalla dipendenza dall’oro nero. Un nuovo corso per tornare a essere il faro del mondo arabo e islamico, non solo per il controllo dei luoghi santi, ma attirando investitori stranieri e facendosi tramite imprescindibile tra Europa, Asia e, perché no?, anche Africa.

Riad, la capitale, è già partita, con i suoi quasi otto milioni di abitanti (il doppio di vent’anni fa), un quarto dell’intera popolazione in un paese grande cinquanta volte la Svizzera. Da tempo, in mezzo alla distesa a perdita d’occhio delle rette infinite delle arterie urbane, i grattacieli hanno cominciato a fiorire. Si vede bene da quassù, dallo Sky Bridge, il 99° piano della Kingdom Tower, lo spettacolo dell’Al Faisaliah Center e delle altre decine di edifici che svettano, pur ancor radi, tra il quartiere commerciale e il neonato distretto finanziario King Abdullah, là in periferia. I nuovi progetti parlano di metropolitane, treni veloci, ospedali, università… e ancora Qiddiya, la città del divertimento, che dovrebbe sorgere poco lontano, a far concorrenza sleale alle rovine di fango – pur in via di massiccio restauro e punteggiate da passerelle di legno e metallo, per non incespicare tra i vicoli di terra – dell’antica Diriyah, culla della dinastia che nel 1932 fondò il Regno d’Arabia Saudita, che da allora porta il suo nome, grazie ad Abdul Aziz Ibn Saud, già sultano del Nejd.

Altre nuove città sono già cantieri, pieni di gru, caterpillar e polvere, come la KAEC, King Abdullah Economic City, sul Mar Rosso, poco a nord di Gedda, che – oltre ad attrarre turisti d’alto rango – si propone di far concorrenza ai porti del Golfo Persico. E poi le oasi, tante, create o ampliate grazie all’acqua dei dissalatori, per far dell’agricoltura una voce sempre più importante nel bilancio saudita.

Ma questo è ancora niente se si pensa al fantascientifico progetto Neom. È una città che, annunciata nel 2017, sorgerà dal nulla nel nord, sul golfo di Aqaba, con soluzioni tecniche degne d’un racconto di fantascienza. Un’area grande come la Sicilia, con un porto, isole artificiali, palazzi, centri direzionali all’avanguardia, robot ed energie rinnovabili, per accogliere una nutrita colonia di expat e investimenti a palate.

Per ora però, mentre si scava e si tracciano lotti là, sulla costa, qui nel retroterra è ancora tutto come prima, o quasi, e io son felice di poter ancora scorrazzar nel vento, lieto di quell’antico e primordiale che da tanto aspettavo d’ammirare. Sono nella provincia di Tabuk, dove falesie e valloni danno spettacolo nel deserto. Lì, tra i monti dell’Hejiaz, che poi proseguono a bordare l’intero litorale occidentale, a cercar bene si trovano iscrizioni e incisioni rupestri antiche come l’uomo. A Madian, nel sito di Al-Bad’, ricco di mille storie – tra cui una legata all’esodo mosaico, quando il patriarca spartì le acque del Mar Rosso – vi sono tombe del I secolo, scavate nella roccia, con facciate scolpite ad arte belle come quelle della più nota Petra di Giordania. Una necropoli del genere, ma ben più grande, c’è anche nella regione di Al-Ula, più a sud ma, come Madian, anch’essa lungo quella via dell’incenso che unì per secoli lo Yemen al Mediterraneo. Il sito, che ora si chiama Mada’in Salih ed è protetto dall’Unesco, conserva le tombe dei notabili dell’antica Hegra, seconda capitale nabatea dei primi secoli della nostra era. Anche qui mi piacerebbe potermici perdere dentro, correre tra le falesie e nella sabbia, libero, di tomba in tomba, che son capolavori. Ma i piani del governo ne hanno già fatto uno dei poli turistici più in voga del paese e non si può. Ti prendono e ti portan loro, in pulmini con l’aria condizionata, per una visita d’un paio d’ore che vorresti far durar per giorni. A dire il vero i turisti ancora non lo sanno, e io son quasi solo.

Immenso, è questo paese, e ancora tutto da svelare. Chissà cosa nascondono i suoi deserti, il Nejd, o il famigerato Rub al-Khali, il Quarto vuoto, sotto le sue sabbie rese celebri dagli scritti di Wilfred Thesiger, un’ottantina d’anni fa: città perdute, segreti e forse anche una parte dei nostri sogni.