Tehuantepec, un matriarcato nella terra dei machos

Reportage - Capitale morale sotto il predominio della donna, è unica in America Latina insieme alla vicina e rivale Juchitàn
/ 06.06.2022
di Enrico Martino, testo e foto

«Mi vestido soy yo». «Il mio vestito sono io» affermava dall’alto della sua irraggiungibile alterità Frida Kahlo (pittrice di Città del Messico, 1907-1954) avvolta dalle volute di un sigaro delicado che fumava tra lo scandalo dei benpensanti. La sua leggendaria maniera di autorappresentarsi indossando scenografici vestiti da indigena zapoteca contribuì a collocarla in uno spazio atemporale e remoto che folgorava ammiratori locali e intellettuali europei.

Il poeta surrealista francese André Breton la descrisse come «vestita con ali dorate da farfalla», ma dietro la scelta di Frida c’era il Messico appena uscito dalla prima grande rivoluzione del secolo scorso, faticosamente in cerca di una nuova identità, e nulla era più perfetto delle zapoteche dell’istmo di Tehuantepec, a sud di Oaxaca, con i loro vestiti che sembravano nuvole di colori e associavano Frida a indigeni e oppressi, icone dell’intellighentia messicana di quegli anni.

Il mito delle tehuanas nasce verso la metà dell’Ottocento, alimentato da artisti, avventurieri e speculatori che avevano attraversato l’istmo quando era uno dei punti di passaggio tra i due oceani, prima della costruzione del Canale di Panama. «Le giovani tehuanas mi apparvero divine», scriveva nel 1844 il giovane avventuriero francese Mathieu de Fossey, «e poiché vivono sotto un cielo infuocato, sono egualmente appassionate nel piacere».

Archetipo di un Messico antico e leggendario, negli anni Venti del secolo scorso l’universo femminile delle tehuanas attirò artisti e intellettuali verso un paradiso tropicale che trasudava sensualità e libertà. Tra loro non poteva mancare il pittore Diego Rivera che le celebrò nei suoi murales favoleggiando una società matriarcale di amazzoni che regnavano sovrane su uomini sottomessi.

Le imprese messicane regalavano calendari con avvenenti ragazze vestite da tehuanas, il Banco de Mexico le immortalò in un popolare biglietto da dieci pesos e il regista sovietico Eisenstein dedicò a loro un capitolo di Que Viva Mexico intitolato alla canzone che è il vero inno nazionale di Tehuantepec, La Zandunga. La suona ogni giorno che Dio manda sulla Terra l’orologio del municipio di Tehuantepec, una cittadina dello stato di Oaxaca di cui si dice che ha due stazioni, la del tren y la del calor per le sue strade liquefatte dal sole, capitale morale di un matriarcato unico in America Latina insieme alla vicina e rivale Juchitàn.

Sono ancora oggi tanti i miti che circondano le istmeñas, che nella cultura popolare hanno trasformato in «zimbello del machismo nazionale» la metà del cielo maschile dell’istmo. Il più diffuso è quello che gli uomini devono chiedere i soldi alle donne, seguono quelli su un fascino assassino che fa stramazzare ai loro piedi un uomo con il solo sguardo, o sulla sensualità dei loro balli che riduce in trance qualunque maschio dei dintorni.

In realtà dietro il matriarcato zapoteco c’è la tradizione indigena in cui gli uomini lavoravano i campi e le donne si dedicavano al commercio maneggiando il denaro e guadagnandosi una certa indipendenza. Non hanno certo bisogno di ostentarla perché per vestirsi da tehuana bisogna sentirsi tehuana, dice chi le conosce. Il vestito diventa una seconda pelle, basta guardarle quando arrivano a centinaia per celebrare una delle innumerevoli Velas, le feste che scandiscono le notti languidamente tropicali dell’istmo, annunciate dai tre razzi-petardi di rigore.

Ogni capo famiglia si presenta con una cassa di birra, partecipazione simbolica e collettiva all’evento, ma quando la banda attacca il primo son istmeño le tehuanas trasformano la pista da ballo in un magico giardino colorato, e ogni movimento in una sfilata. «Noi siamo le eredi delle nostre antenate, sono loro che ci danno il diritto di organizzare queste feste e portare questi costumi» commentano orgogliosamente durante la celebrazione della Vela El Calvario di Juchitàn, mentre le più voluminose si muovono come transatlantici che manovrano in porto, perché la tehuana segue un ideale di bellezza opposto a quello occidentale e la corpulenza, simbolo di ricchezza e salute, non solo non viene nascosta ma accentuata. Ballano spesso tra loro, nonne con nipoti, sorelle con sorelle, e le ampie gonne contribuiscono a creare l’immagine di un grande cono che trasmette stabilità e fermezza e gli uomini, spesso seduti a guardare, appaiono esili e fragili.

Quando la notte diventa profonda però le immagini un po’ sacrali di Eisenstein svaniscono in un ribollire di ritmi tropicali sparati a volumi inverosimili. Vanno avanti così per notti e giorni interi, altro che rave e «popolo della notte», ingurgitando quantità inimmaginabili di ogni bevanda alcolica umanamente concepibile, insensibili anche alle prediche del padrecito, il parroco che si aggrappa persino alle antiche feste zapoteche per scongiurare l’inevitabile sbronza collettiva che chiude ogni vela degna di questo nome.

Quando sorge il sole iniziano bizantine diatribe sul vestito da indossare nella prossima vela, «oggi molte ragazze sono attratte da altre cose e trovano qualche scusa per non indossarlo, o non se lo possono permettere, però metterselo è un piacere che una sente dentro, è qualcosa che si apprende da bambina» spiega la ricamatrice Eresma Carrastro.

Per capirlo bisogna riuscire a introdursi in uno dei sancta sanctorum dove le mayordomas che dirigono le feste vengono trasformate in madonne ricoperte di stoffe e collane cariche di ghinee inglesi d’oro del diciannovesimo secolo. Vestiti che possono costare più di diecimila euro canonizzati da doña Cata, al secolo Juana Catalina Romero, famosa benefattrice e amante ufficiosa del dittatore Porfirio Diaz, che per andarla a trovare comodamente aveva fatto passare la ferrovia davanti alla sua casa.

Nel frattempo, ci sono state la rivoluzione messicana, due guerre mondiali e la globalizzazione, ma le tehuanas continuano a sudare disperatamente sotto gli huipiles grandes, le cappe che incorniciano il volto con scenografiche pieghe simili a grandi raggi bianchi, convivendo felicemente con le Intrepidas, transessuali e omosessuali che, lungi dall’essere discriminati, insieme a uomini e donne rappresentano il terzo elemento della società zapoteca.

Immagini che sembrano un sogno mentre le note di una Zandunga si spengono nel silenzio dell’alba. Solo fino a quando un’altra banda annuncerà la prossima vela