La torre del Fuoco (Tüztorony)

Sopron, l’estetica del confine

Reportage - Scherzosamente soprannominata «Shop-ron», questa città ungherese appare come un’enclave austriaca
/ 23.05.2022
di Simona Dalla Valle, testo e foto

Dal finestrino del treno si osservano paesaggi solitari, composti in alternanza da boschi, campi coltivati e prati costellati da turbine eoliche. A bordo nessuno controlla i documenti di identità, la sensazione è quella di viaggiare in un altro punto dell’Austria, e non di essere già in Ungheria. Del resto, la città di Sopron, se si considerano la conformazione del territorio e i confini tra le due nazioni, è quasi un’enclave in territorio austriaco e mantiene il suo nome in tedesco un po’ sprezzante, Ödenburg, letteralmente «città desolata».

In poco più di un’ora di viaggio, da Vienna si raggiunge la stazione, alle cui spalle rispetto al centro si estende la zona collinare detta Lövereck, con le sue foreste di abeti, querce e castagni. Un lungo viale porta al centro storico, fino a costeggiare la Rondella, l’antico bastione a ridosso della cinta muraria. Nelle stradine intorno alla piazza principale Fő tér si trovano numerosi edifici sacri, tra cui la Colonna della Trinità in stile barocco, l’antico monastero benedettino e, più nascosti, alcuni edifici in stile liberty.

Situata a una sessantina di chilometri da Vienna e 220 da Budapest, dagli anni Novanta la città funge da meta prediletta per lo shopping dalla vicina Austria, ed è scherzosamente soprannominata «Shop-ron» (che corrisponde, tra l’altro, alla pronuncia in ungherese). I nomi delle vie del centro sono scritti in due lingue, ungherese e tedesco, così come le insegne dell’ennesimo centro di bellezza o studio dentistico. Verrebbe da chiedersi se non vi siano più dentisti che persone, in una città che conta oltre sessantamila abitanti. Ovunque si guardi spunta l’insegna di uno Zahnarzt o Fogorvos («dentista» in tedesco e ungherese) o Fogászat («odontoiatria» in ungherese), che offrono servizi di medicina estetica e trattamenti di bellezza a prezzi competitivi rispetto a quelli dei paesi dell’Unione.

Sopron è considerata una delle città più antiche dell’Ungheria, e questo è particolarmente evidente nelle strade del centro storico, dove si annidano case patrizie medievali e barocche. Lo storico romano Plinio il Vecchio (23 d.C.–79 d.C.) ne documentò la presenza nella sua Naturalis Historia con la designazione di Scarabantia o Scarbantia, ma nella zona furono rinvenuti reperti risalenti all’età del rame, del bronzo e del ferro come urne e oggetti di culto. L’area intorno a Sopron fu conquistata dai Romani sotto il dominio di Augusto (63 a.C.–14 d.C.) o Tiberio (42 a.C.–37 d.C.), i quali possono essere considerati i fondatori della città.

L’importanza dell’insediamento derivava dalla sua posizione all’incrocio di importanti vie militari e commerciali, motivo per cui i romani lo dichiararono municipio nel I secolo. Il nome «Sopron» potrebbe risalire all’antico nome di persona ungherese Suprun e fu documentato per la prima volta nel 1000-1038, quando il «castri comitatus Supruniensis» fu occupato da tribù magiare che fondarono qui un castello. Durante il periodo delle migrazioni si alternarono Quadi, Unni, Ostrogoti, Longobardi, Àvari e Slavi e la fortuna della città attraversò fasi alterne fino al 1541, quando divenne parte del Regno d’Ungheria dominato dagli Asburgo.

Già nel 1735, l’Università dell’Ungheria occidentale aprì le sue porte a Sopron, rendendola una popolare città studentesca. Nel XIX secolo furono fondate aziende importanti come la fabbrica di zucchero di János Rupprecht e Kristóf Kühn, la fonderia di campane della famiglia Seltenhofer, la distilleria di József Zettl o la fabbrica di liquori di Vilmos Hillebrand. Nel 1842 aprì la cassa di risparmio Soproni Takarékpénztár, seguita dalla filatura di seta. Il 1875 vide la fondazione della compagnia ferroviaria austro-ungarica Raaberbahn AG, tuttora operativa. Dopo la prima guerra mondiale, la città passò inizialmente all’Austria, ma con il referendum del 14-16 dicembre 1921 quasi il 73 per cento della popolazione di Sopron votò per rimanere parte dell’Ungheria. Le autorità rimasero tuttavia bilingui fino al 1946.

Fin dalla sua fondazione, la città fu considerata una sorta di ponte tra l’Ungheria e i vicini occidentali. Lo stemma della città è formato da uno scudo con un sigillo d’argento raffigurante un castello, una testa femminile con una corona e una testa maschile con una barba rigogliosa, alla base dello scudo un ramo d’ulivo. L’iscrizione del sigillo «Sopron Civitas Fidelissima» fu aggiunta dal Parlamento nel 1922 dopo il referendum, per ricordare la fedeltà di Sopron all’Ungheria. Anche la Porta della Fede, posta sul lato sud della Torre del Fuoco, ricorda l’importante momento storico. La composizione scultorea, raffigurante i cittadini di Sopron nell’atto di rendere omaggio alla figura mitologica dell’Hungaria, è opera di Zsigmond Kisfaludi Strobl. La base quadrata della torre, costruita sulle rovine delle mura romane e ristrutturata una decina di anni fa, fungeva da ingresso settentrionale delle mura cittadine dal XIII secolo. La forma caratteristica della torre attuale risale alla ricostruzione avvenuta in seguito all’incendio del 1676. Le guardie sorvegliavano le strade della città dall’alto del ballatoio, suonando la tromba ogni quarto d’ora e segnalando eventuali fiamme con bandiere colorate di giorno e lanterne di notte.

L’urna usata nel referendum e le schede elettorali in due colori (blu e di carta sottile per l’Ungheria, gialla di cartone spesso per l’Austria) sono parte dell’esposizione permanente presso il museo Storno-haz. Per commemorare il centenario del referendum, che cade quest’anno, la Magyar Nemzeti Bank ha emesso una moneta commemorativa di forma quadrata in due versioni: una in argento, con un valore nominale di 15mila fiorini ungheresi (poco più di 43 franchi) e una in metallo, con un valore nominale di 3mila fiorini (poco meno di 9 franchi). Se sul dritto vi è il ritratto di Mihály Thurner, il sindaco di Sopron che ha avuto un ruolo importante nella preparazione e nello svolgimento del referendum, il rovescio onora la memoria del plebiscito di Sopron con la rappresentazione di un gruppo di elettori. Chissà quante di queste monete ci vogliono per pagare un’otturazione?