Pedamentina di San Martino. Turisti si godono la tranquillità di questo itinerario pedonale (Natalino Russo)
Le scale del Petraio (Natalino Russo)
La discesa del Petraio (Natalino Russo)
 

Saliscendi napoletano

Itinerari - Lungo strettoie tra case popolari e palazzi nobiliari, dal sottosuolo alla superficie, dal mare alla collina, dai vicoli ai belvedere
/ 21.03.2022
di Angelo Laudiero

La vita è fatta a scale, si sa. Sarà pure un luogo comune, ma nessun proverbio è più azzeccato per Napoli, città a strati, sospesa, luogo di ascensione per antonomasia. Lunghe o brevi, ripide o quasi piane, le oltre duecento scalinate di Napoli − tra rampe, calate e cupe − sono una diversa dall’altra, arterie che pulsano sangue, storie, emozioni e ricordi.

Su questi scalini la vita scorre con un ritmo diverso rispetto al centro cittadino. In uno spazio stretto tra le case popolari e i palazzi nobiliari, tra il giallo del tufo e il grigio del piperno, si passa senza soluzione di continuità dal sottosuolo alla superficie, dal mare alla collina, dai vicoli ai belvedere. Le scale uniscono mondi e persone che in un’altra città resterebbero lontanissimi tra loro. Lungo questi gradini, nobile e popolano, reale e surreale, sacro e profano, tragico e comico suonano come parole vuote, dai contorni sfumati.

Le salite discendono: è questa la doppia verità della città obliqua. Le scale di Napoli restano uno spazio di frontiera nel quale quotidianamente gli abitanti scendono a compromesso con la fatica, la sorte, il calcare e la pomice. Svelano una Napoli insolita, conducono nelle viscere di una città che nasconde sempre più di quanto non riveli.

Charles Baudelaire ha soggiornato proprio qui e in uno di questi palazzi, Marguerite Yourcenar ha ambientato il suo racconto più bello, Anna, soror, «una storia d’amore nella Napoli spagnola di fine Cinquecento» spiega Silvia, guida turistica locale, salendo affannosamente i gradoni della Pedamentina di San Martino, che s’inerpica, impervia e imponente, dalla Pignasecca (uno dei mercati più antichi, nel quartiere Montecalvario) al possente Castel Sant’Elmo, sulla collina del Vomero. Oltre quattrocento gradini, in un’alternanza di passaggi e strettoie, uniscono mondi distanti, dal labirinto di volti, voci, pietre e ombre del centro storico alle amene e silenziose alture della collina.

Dal tempo della sua costruzione nel XIV secolo, la Pedamentina ha visto trasformarsi i quartieri dell’Arenella e del Vomero. La distesa di monasteri, casali e campi coltivati è stata aggredita dalla speculazione edilizia degli anni Sessanta del Novecento. Orti e giardini resistono in qualche anfratto nascosto − come la vigna di San Martino − a ricordare che cemento e modernità non si sono ancora impadroniti di tutto.

«Secondo la leggenda, lungo queste scale vagano gli spettri dei prigionieri uccisi dalle guardie reali nel forte di Sant’Elmo. Nei pressi di un vecchio cancello, sulla prima rampa, di notte qualche passante ha visto i fantasmi entrare e uscire dalle mura, altri hanno sentito urla e il tintinnio delle catene» conclude a effetto Silvia.

Intanto, in una casa vicino alle scale del Petraio, la signora Anna sta cucinando il ragù in vista del pranzo della domenica. «Osservo rispettosamente la tradizione. Faccio pippiare il sugo almeno quattro ore a fuoco lento perché assorba tutto il sapore della carne». Lo sbuffo del ragù e il suo profumo avvolgente invadono le scale del Petraio, costruite nel XVII secolo, che scendono a capofitto dal Vomero a Chiaia, uno dei quartieri più eleganti della città.

Una lunga scalinata con corrimano centrale divide una serie di edifici dai colori vivaci: mura rivestite di edera verde, ringhiere bianche dai disegni liberty, palazzi rosso pompeiano si stagliano sullo sfondo azzurro del mare, creando un superbo contrasto cromatico. Su un muro un’effige di Maradona, santo proletario, convive con un’edicola votiva dedicata a San Gennaro, amico fraterno del popolo nel cui sangue si è incarnata l’anima della città.

Il silenzio della mattina invernale riempie l’aria, tra piante di limoni, immagini sacre, vicoli senza uscita, balconi con gl’immancabili panni stesi. Pian piano i gradoni si fanno meno ripidi, lasciando penetrare un filo di luce del sole. «A me, invece, piace percorrere il Petraio di notte» − mi confida il professor Grimaldi che vive qui da sempre − «c’è silenzio, luci soffuse, finestre aperte dalle quali escono voci».

L’abitazione di don Antonio si affaccia invece sulla Calata San Francesco: «Durante la guerra e fino agli anni Cinquanta qua si appartavano le prostitute» ricorda l’anziano mentre fuma dal suo balcone, indicando la porta di una casa. «Adescavano i clienti, salivano i gradini e li portavano là dentro». La Calata San Francesco collega il mare di Mergellina alla città alta, borghese. Una scalinatella perpendicolare dà il nome al sentiero, correndo dal lungomare alla collina in un alternarsi di scenari e profumi. Miseria e nobiltà si mischiano fino a confondersi, come nella Napoli Milionaria di Eduardo De Filippo.

I bassi offrono la loro vita al passante che sbircia, imbarazzato e al tempo stesso incuriosito, dentro il privato degli indifferenti inquilini, ormai abituati a quella pacifica intrusione. «Sto aspettando Salvatore, il ragazzo della salumeria che mi porta la spesa. Sennò come ci arrivo là ’ngopp?» dice in vestaglia, sull’uscio del suo basso, la signora Matilde. Dietro di lei cucina, salotto e stanza da letto formano un unico ambiente.

Salendo incontro preziosi giardini mediterranei di aranci, olivi e fichi, ritagliati tra i terrazzi dei palazzi aristocratici. Si riemerge in superficie dopo un’apnea nell’intestino di Napoli fatto di solchi, anfratti e incavi: a poco a poco i gradoni si fanno gradini e lo sguardo si volge all’indietro per scorgere il golfo e il dolce profilo delle isole.