La Cascata del Baatara
Il Castello di Beaufort
L'uomo del tè
Pane di strada
Cedri
 

L’altro Libano

Reportage - Un minuscolo angolo di Medio Oriente dove la potenza della natura trionfa e il tesoro della storia regna indisturbato
/ 08.08.2022
di Emanuela Crosetti, testo e foto

Se da questo fazzoletto di terra martoriato dalla storia si escludessero le instabili aree di confine e le mete più battute dal turismo (ma «battute» è un modo di dire per un Paese che riceve ben pochi visitatori), del Libano non resterebbe molto. Eppure da questo minuscolo angolo di Medio Oriente si dirama una fitta filigrana di strade secondarie dove la potenza della natura trionfa solitaria e il tesoro della storia regna indisturbato. Luoghi ammantati di antichi silenzi, spesso spettatori di destini incompiuti e di racconti ancora in attesa di una conclusione. Luoghi da attraversare a bordo di un’auto, con la curiosità in poppa e una forte propensione a vagare senza una guida sottomano né approdi nella testa; al massimo una cartina.

«Non tutti quelli che vagano si sono persi», scriveva Tolkien. Vero. Ma nel caso del Libano, a una condizione: non lasciarsi scoraggiare dalle sue strade perennemente sconnesse, dalla segnaletica spesso inesistente e da una quantità incalcolabile di check point militari in cui fanno bella mostra di sé mitra presumibilmente carichi, cavalli di frisia sparsi come dadi su un backgammon e blocchi di cemento indigesti più di un boccone andato per traverso. Dettagli. Si deve andare oltre. E seguire i sensi.

Olfatto. La foresta dei cedri di Dio: un nome, una promessa. Soltanto a respirarla ci si sente redenti. Il suo profumo si avverte a distanza, molto prima che emerga folta e scura dai silenzi brulli delle montagne, nella valle di Qadisha, come un miraggio o un lontano ricordo. Patrimonio Unesco dal 1998, la foresta primigenia vanta fusti enormi alti più di trenta metri, in alcuni dei quali ci si può rifugiare. La si può percorrere a piedi, lungo un sentiero ad anello, tutto vento, cinguettii e freschi chiaroscuri. Della sterminata distesa di alberi che un tempo ricopriva tutto il suolo libanese non resta che questo piccolo quadrato boscoso. I fenici utilizzarono i tronchi dei cedri per costruire le loro navi; gli egizi ne traevano la resina per mummificare le salme dei morti; e con questo stesso legno il re Salomone fece edificare parte del tempio di Gerusalemme. Solo l’imperatore Adriano ebbe la lungimiranza di fermare temporaneamente la deforestazione: troppo poco, troppo tardi.

Udito. Il rombo della cascata delle gole del Baatara è un enigma. Le sue acque precipitano all’interno di questa immensa grotta carsica del Giurassico per quasi cento metri, perdendosi poi nel sottosuolo. È un’atmosfera adamitica, intatta dalla notte dei tempi, con le sue rocce calcaree taglienti come lame e un morbido muschio a ricoprire ogni cosa. Eppure il suono travolgente della cascata si avverte solo quando ci si trova al suo cospetto, dopo aver camminato a lungo su sentieri sassosi, disceso incerti scalini di pietra e sfidato la sorte spingendosi fin sull’orlo scivoloso della caverna.

Tatto. Per raggiungere l’impervio tempio del sole, antica tomba incompiuta scolpita nella montagna alle spalle del borgo di Qob Elias, a picco sulla valle della Beqā, bisogna usare mani e piedi, far leva sui massi che qua e là affiorano e affondare letteralmente le dita nella terra. Il tempio, con colonne e architravi incisi come bassorilievi, comprende tre piccoli vestiboli rivolti a est per accogliere la prima luce del mattino. È praticamente sconosciuto ai turisti. C’è chi sostiene risalga agli inizi dell’età romana, secondo altri addirittura al tempo dell’impero persiano degli Achemenidi (IV-VI secolo a.C.).

Vista. Anche un disinteressato sarebbe in grado di scorgere in lontananza il castello di Beaufort, fortezza abbarbicata sui monti a sud del Libano, la cui storia, prima della conquista crociata del 1139, sprofonda nelle tenebre dell’ignoto. A guardarlo da vicino, sembra un blocco di pietra piovuto dal cielo. A visitarlo viene il dubbio che sia stato costruito con il solo intento di far smarrire gli incauti visitatori. È un illogico labirinto di stanze, passaggi, falsi piani, cunicoli, scale, ponticelli. Conquistato dal Saladino, rivendicato dai templari ed espugnato dai mamelucchi, il castello di Beaufort passò poi nelle mani del principe libanese Fakhr al-Din, per essere infine parzialmente distrutto dagli ottomani e dal terremoto del 1863. Fino al secolo scorso venne utilizzato come ricovero per le pecore. Poi agli ovini è subentrata l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che proprio qui installò la sua base per lanciare razzi agli israeliani, ricevendone altrettanti in risposta. I risultati sono chiaramente visibili.

Gusto. Non si può lasciare il Libano senza essersi tuffati nel coacervo di sapori della sua rinomata cucina. E quale luogo migliore per sperimentarli se non il souk di Tripoli, nel profondo nord del Paese? Percorrendo le sue strette vie sommerse da banchi, carretti, fili elettrici e voci c’è da perdere il senno. Tra violenti tagli di luci e ombre, vecchi hammam ricamati di maioliche e raffinati caffè dal sapore coloniale, pullulano millantatori di prodigiose prelibatezze e venditori dell’ultimo assaggio, pronti a contrattare a suon di offerte, miracoli e strabilianti promesse. Imperdibile il manāqīsh, pasta di pane preparata sul momento e infornata per qualche minuto. Può essere farcita con carne macinata d’agnello e paprica; con l’anbaris, formaggio cremoso di capra; con il kishk, preparazione essiccata di yogurt fermentato e grano saraceno; o con il tipico za’atar, salsa a base di timo finemente tritato e olio d’oliva. Ma ecco un magico tintinnio. Sta arrivando l’«uomo del caffè». Percorre il mercato in lungo e in largo, tenendo in una mano la dallah – tradizionale caffettiera – e nell’altra due tazzine di porcellana che fa tintinnare a ogni passo, a mo’ di richiamo. È come un pifferaio al soldo del re, col suo seguito di personaggi fiabeschi, creature incantate e curiosi di ogni sorta. Si ferma, versa, incassa e se ne va.