L’alba del mondo

Reportage - Un viaggio tra sabbia, sassi e antiche iscrizioni nel Sahara algerino
/ 30.08.2021
di Paolo Brovelli, testo e foto

Bello è, quando l’inverno declina, migrare verso sud e scavallare in Africa, sia pur dirimpettaia, nella stagione in cui i cieli sono limpidi e il solleone è preso alla catena. E allora via, Milano, Roma, giù fino ad Algeri, a passeggiar nella grandeur dei viali ariosi ottocenteschi eredità di Francia, e a mescolarsi tra la gente su e giù per i vicoli e nelle piazzette bianche della vecchia casbah in odor d’Arabia.

Nell’ora in bilico tra giorno e sera, ai tavolini dei caffè, sui marciapiedi, gli uomini si ristorano dietro il fumo d’una sigaretta e davanti a un tè forte come l’estate tropicale. E io con loro siedo, sentendomi parente nemmeno troppo lontano per la comune origine dal mare nostro. Le spalle al porto e ai pescherecci che attendono la notte per uscire, odo la sirena del traghetto che sta salpando per Valencia, in Spagna, e penso all’altro mare, quello di sabbia e di sassi, che m’aspetta domani laggiù, oltre i monti dell’Atlante, a più di due ore di volo, nel respiro delle gole dipinte e tra i picchi rocciosi che fan del Sahara uno sconfinato scrigno di misteri.

Djanet è una perla in quello scrigno, anzi una rosa del deserto, rassicurante come molte delle oasi che dan respiro ai viaggiatori lungo le rotte sahariane. Alto su un colle, poggiato a mille metri sull’altopiano nel punto in cui l’Algeria incontra la Libia e il Niger, il suo nucleo antico, intricato e ormai deserto come i canyon che serpeggiano per la regione, s’affaccia digradante sul palmeto e gli orti, tesori ricavati con secolar fatica lungo le rive di un uadi (il letto prosciugato di un torrente) accanto agli anonimi e bassi edifici della città nuova. 

È lì, nella polvere di quelle vie d’asfalto rotto mascherato da sterrato che finalmente scovo Amastan, disteso a martellare sotto una Toyota carica d’anni e di fango secco. È lui, guida tuareg di lungo corso e, a tempo perso, meccanico provetto (o viceversa), che m’accompagnerà a fare un giro in un angolo del deserto più vasto del pianeta. 

Sono finiti i tempi in cui si poteva scorrazzare liberamente per la regione. Ora, l’unica zona visitabile, perché sotto controllo militare, è il Tadrart, a sud-est della città, un lungo fuoripista verso le frontiere preso tra il Tassili n’Ajjer (a ovest) e l’Acacus libico, del quale è di fatto il lembo occidentale. Ho avuto la fortuna di visitare in altri tempi questi territori che, nell’insieme, formano una delle gallerie d’arte neolitica tra le più antiche e suggestive del pianeta.

Una settimana di viaggio lento da mattina a sera, ad arrancare con le ruote dai tasselli consumati sui dirupi e per le dune, gli occhi prigionieri tra l’ocra e l’azzurro, e le orecchie colme delle melodie corali e ipnotiche tuareg. Una settimana di campi nella gelida notte invernale sahariana e di risvegli col tepor del primo sole; di serate intorno al fuoco a preparare pane sotto la sabbia, a sorseggiare tè, a barattarmi il racconto della vita in città con quello della vita nel deserto. Una settimana d’odor di brace, di lavacri frugali dietro una roccia con l’acqua sabbiosa d’un catino, quando c’è. Una settimana di ritorno alla terra, di visioni neolitiche e di storie d’antichi nomadi, oggi sedentari.

Anche questa zona del Tadrart, pur meno conosciuta del Tassili e dell’Acacus, nasconde tesori d’arte figurativa, le opere di anonimi artisti preistorici che han lasciato rappresentazioni e storie a suggerirci il mondo nei millenni addietro, e la sua evoluzione climatica e sociale. Su pareti di granito o d’arenaria più o meno concave, spesso argine d’antichi fiumi, decine sono i siti ove ammirar pitture e incisioni: giraffe, elefanti e bubali (grossi bovidi ormai estinti) vecchi di sei-sette-ottomila anni s’abbeverano tra persone senza volto, magari giustapposte a mandriani e capanne disegnati molto più tardi, o accanto a cavalli, introdotti qui solo mille anni prima di Cristo, o anche a dromedari, diffusi ancor più di recente, sempre da Oriente, per mano romana. 

Son luoghi di reiterate sessioni pittoriche d’altrettanti maestri illustratori, che nei millenni hanno tratteggiato arcieri, battaglie, cacce, danze, donne acconciate, maschere zoomorfe che paiono egizie, riti… Nelle ricostruzioni storiche degli esperti − avallate da Amastan il meccanico, da decenni in giro per questi luoghi con turisti curiosi ed esimi professori − appare chiaro che il Sahara, almeno da queste parti, all’epoca delle immagini più antiche era tutt’altro che deserto. 

In cima a una cresta sabbiosa scendiamo dall’auto nel sole già caldo di mezza mattina. Io scalzo, per sentir la sabbia, prendo a camminare, ma Amastan, lo sguardo trasognato sotto il tagelmust (il turbante), mi irretisce con una visione: «Immagina fiumi copiosi, laghi, gli animali della savana…» comincia, indicando con la mano avanti a sé, come se li vedesse davvero. «Sai, dicono che queste zone alte del Sahara centrale – l’Hoggar, il Tassili, il Tadrart, qui in Algeria, e poi anche il Tibesti e l’Ennedi, laggiù in Ciad, a due-tremila metri d’altezza – sia-no state culla dell’agricoltura e dell’allevamento, propaggine più occidentale d’una ghirlanda di altre “culle” più note che da qui, attraverso il Nilo e la Mezzaluna fertile, arriva fino alla valle dell’Indo… Forse i nostri antenati, mentre i laghi si prosciugavano, migrarono a est, sulle rive del Nilo, per dare origine alla cultura egizia».

Per un attimo la visione mi affascina ma certo son solo ipotesi, ci diciamo riscotendoci dal sogno e rimontando in macchina. Ma allora la scrittura? Mi chiedo. Quei simboli geometrici neolitici che si vedono incisi per tutto il Sahara e che molti dicono abbiano poi originato, tremila anni or sono, l’alfabeto tuareg, berbero, il tifinagh che ora, come neo-tifinagh, è persino insegnato a scuola, in Marocco?

Sono quesiti senza risposta. E così per ora ci accontentiamo di ammirare, confrontare, ipotizzare. E ci viaggiamo in mezzo, a queste storie e a questo mondo che nell’immaginario collettivo è vuoto d’uomini e animali e piante, e tutto uguale, pien di sabbia e sassi. Ma a guardarlo da vicino non è mai lo stesso, e cambia in ogni dove, e non smette di parlarmi, e mi richiama a sé di tanto in tanto, come una madre preoccupata dei suoi figli.