La violenza? Altamente malsana

Videogiochi - The Last of Us – Parte II ci mette a confronto con gli abissi dell’umanità
/ 06.07.2020
di Davide Canavesi

Correva l’anno 2013 quando lo studio californiano Naughty Dog rilasciò The Last of Us su PlayStation 3. Un gioco ambientato in un mondo post apocalittico in cui l’umanità è stata decimata da un fungo parassita chiamato cordyceps che trasforma le persone in famelici zombie senza senno. Nei panni di Joel, un contrabbandiere con una tragica storia sulle spalle, il nostro compito era consegnare una ragazzina quattordicenne ad un gruppo paramilitare appena fuori Boston, evitando le forze di sicurezza che pattugliano la zona di quarantena attorno alla città. Ellie, la ragazza, era un carico estremamente prezioso perché immune al contagio.

All’epoca si trattava di una premessa piuttosto intrigante, perché i cordyceps esistono veramente in oltre 250 specie e attaccano insetti e ragni trasformandoli realmente in zombie senza cervello il cui scopo è solamente quello di raggiungere zone elevate per garantire alle spore una zona di copertura più ampia. L’arco narrativo di The Last of Us si concludeva in modo assai soddisfacente dopo un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti e la crescita personale dei due personaggi principali.

The Last of Us – Parte II è un sequel diretto che si interroga sulle conseguenze delle decisioni prese durante il primo gioco. Questa volta impersoneremo Ellie, la ragazzina immune oramai divenuta una giovane donna indipendente che si è sistemata, assieme a Joel, in una cittadina fortificata assieme ad altri sopravvissuti al contagio. La sua esistenza scorre tutto sommato pacifica finché un evento traumatico la costringerà ad abbandonare la relativa sicurezza dell’insediamento fortificato per dare la caccia ad un gruppo di spietati assassini.

Questo secondo gioco, di nuovo, ci vedrà viaggiare verso luoghi in rovina e zeppi di pericoli. La differenza sostanziale è che se il primo gioco era una sorta di viaggio della speranza, giocato nei panni di Joel ma sostanzialmente vissuto attraverso quelli di Ellie col suo innocente entusiasmo, ora non c’è spazio per alcun sentimento positivo. Il cambio di tono tra il primo e il secondo gioco non potrebbe essere più netto. La Ellie adulta è spietata, non si fa scrupoli ad usare la violenza più barbara per ottenere la sua vendetta e non vede più il mondo come una fonte di meraviglia ma solo come una bestia che cerca di divorarla.

Per The Last of Us – Parte II lo studio di sviluppo ha fatto una scelta cosciente nel proporre la violenza come qualcosa di assolutamente malsano. Spesso i videogiochi tendono a glorificare atti violenti, uccisioni, sparatorie ed esplosioni. In questo gioco ogni scontro è fatto per sottolineare che quello che stiamo facendo è sbagliato. I nemici hanno un comportamento molto umano, combattono perché istigati dall’odio o dalla paura ma allo stesso tempo temono la morte. Si chiamano l’un l’altro, se trovano una nostra vittima la chiameranno per nome, magari disperandosi o arrabbiandosi ancora di più con noi. I colpi di pistola e fucile suonano secchi, potenti, definitivi. Insomma, per ogni vita che prenderemo perderemo un pezzo di quanto rende Ellie umana, facendola sprofondare sempre di più in un’oscurità dal quale potrebbe non esserci salvezza.

Al contempo Naughty Dog ci istiga a prendere le parti di Ellie, a sentire la sua stessa rabbia. E lo fa in modo molto scaltro mettendoci nei panni non solo della protagonista ma anche della sua antagonista. Ci fa sentire in colpa per aver contribuito a salvare la vita di una persona che ci sarà nemica e che compirà azioni terribili. In modo nemmeno troppo sottile, ci sembra quasi che gli sceneggiatori vogliano dirci che magari non reagiremmo in modo tanto diverso da Ellie, nella stessa situazione.

Al contempo The Last of Us – Parte II è un gioco spettacolare. Tecnicamente è quanto di meglio possiamo vedere su una PlayStation 4 e la perizia sia tecnica che artistica del team di Santa Monica è impareggiabile in ambito console. Il mondo attorno a noi è vivo, vitale, realistico, curato in ogni suo minimo dettaglio. La decadenza di Seattle, abbandonata e martoriata dagli elementi per quasi un ventennio, è ricostruita in modo scientificamente accurato.

Ci ritroveremo ad esplorare sobborghi, il centro cittadino, edifici abbandonati, strade che si sono trasformate in fiumi in piena a causa delle piogge torrenziali. Ogni parte di questa produzione è curata in maniera certosina: doppiaggio, animazioni, design, colonna sonora e via dicendo. In particolare, per quanto riguarda il gameplay The Last of Us – Parte II rifinisce le meccaniche del primo gioco espandendole ulteriormente. Avremo a disposizione un discreto arsenale di fucili, archi e pistole ma potremo anche creare trappole o sfruttare bottiglie e mattoni per attirare l’attenzione nemica. Il gioco va affrontato di soppiatto, cercando di eliminare furtivamente i nemici in modo da non essere sopraffatti. Un compito decisamente più facile da portarsi a termine contro gli infetti, visto che sono spesso ciechi e non sono in grado di effettuare attacchi coordinati. I veri mostri sono i nemici umani, accompagnati anche da cani da caccia, che si dimostreranno assai creativi nei loro propositi di farci fuori.

The Last of Us – Parte II è un gioco interessante e coraggioso. Per prima cosa la sua violenza malsana e realistica che ci porterà inevitabilmente ad interrogarci sul concetto stesso di violenza. Fino a che punto, pure in un mondo fittizio come quello di Ellie, essa può essere giustificata? Dove smettiamo di essere persone per diventare mostri? Da un altro lato, la scelta di rendere Ellie omosessuale ha scatenato una marea di inutili e sterili proteste da parte di una parte del pubblico.

Sì, la protagonista, colei che interpreteremo per gran parte del gioco, ha una ragazza. La cosa sembra aver disturbato moltissimi e non solo coloro delle generazioni più tradizionaliste ma anche tra i membri delle generazioni millennial e generazione Z. Beninteso, ognuno ha diritto ad avere le proprie idee ma sembrerebbe che l’indignazione sia stata rivolta in una direzione completamente sbagliata: invece di scandalizzarsi per la crudeltà potenziale dell’animo umano si è scelto di scagliarsi contro l’amore. Forse il mondo di The Last of Us – Parte II non è così irrealistico?