Itinerario

Partenza: Intragna, 339 msm

Arrivo: Loco, 682 sms

Dislivello in salita: 251 m fino a Pila (590 msm) e 276 m dal ponte di Niva (406 msm) fino a Loco (682 msm); il resto del percorso è pianeggiante (vosa di Sopra e Vosa di dentro, 576 msm)

Lunghezza: 6,5 km

Tempo di percorrenza: circa 2 ore

Cartina 1:25'000 Locarno

Difficoltà: T2

Escursione facile e ben segnalata, adatta a quasi tutti e in particolare alle famiglie. Può essere effettuata in tutte le stagioni. Durante l'inverno prestare attenzione all'eventuale formazione di ghiaccio sui sassi della mulattiera 

Da Loco si può tornare ad Intragna con l'autopostale (durata del viaggio 25 minuti)

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La via delle Vose

Escursione nella Val Onsernone, lungo l'antico accesso alla valle, una mulattiera classificata come via storica d'importanza nazionale
/ 31.10.2016
di Romano Venziani, testo e immagini

«Chiesi a un Onsernonese perché, su strade tanto disagevoli, non usassero degli asini. Mi rispose con tutta serietà che le donne erano ancor più a buon mercato, per poter essere usate in certi lavori, e oltretutto consumano di meno».

Mi chiedo che faccia abbia fatto il Bonstetteni alla risposta del contadino dell’Onsernone. Immagino l’abbia guardato dall’alto in basso in silenzio, cercando di classificare quell’atteggiamento così estraneo al suo spirito illuminista, per poi aggiustarsi le falde della redingote e riprendere il cammino senza battere ciglia. Il Bernese, infatti, ne aveva viste e sentite di tutti i colori durante le sue peregrinazioni nelle terre dell’odierno Ticino ed era ormai assuefatto agli usi e ai costumi più bizzarri di quelle popolazioni di montanari.

 

Forse, qualche lettore confederato, scorrendo le sue Lettere sopra i baliaggi italianiii, avrà invece pensato che il valligiano buontempone si fosse divertito a prendere per i fondelli il damerino che aveva osato avventurarsi tra quei dirupi. È comunque risaputo che alle donne fossero riservati i lavori più duri e gravosi, come testimoniano scritti del passato, studi più recenti e commoventi immagini d’epoca.

Non è un caso se mi tornano in mente il Bonstetten e il suo incontro con il contadino onsernonese.

 

È un mattino d’inizio aprile illuminato da un cielo lattiginoso. Gli alberi sono ancora spogli, ma qua e là sbavature di verde pallido ricoprono i rami scuri. Gemme gonfie e palpitanti, aspettano di celebrare la primavera imminente. Alberi di melo con grappoli di fiori bianchi, lo stesso candore che macchia in più punti la montagna rivelando il risveglio dei ciliegi. E poi qualche chiazza del rosa dei peschi e le cascate di giallo delle forsizie. Tra le pietre di un vecchio muro, pende un intrepido fico d’India, arrivato lì chissà come e chissà da dove.

 

Là sotto, Intragna, che ho lasciato da poco, sul terrazzo alla confluenza dell’Isorno e della Melezza, (inter amnes) tra i fiumi come dice il suo nome, con il campanile conficcato nel nucleo, alto sopra i tetti di piode come un faro messo lì a indicare la strada ai viandanti che si affacciano alle terre di Pedemonte.

 

Sto camminando lungo la cosiddetta «Via delle Vose», l’antico accesso alla Valle Onsernone, una mulattiera, classificata dalla Confederazione come via storica d’importanza nazionale (IVS), che sale da Intragna verso Pila e poi, tagliando orizzontalmente il versante destro della valle, arriva a Loco, dopo aver attraversato l’Isorno con un ponte gettato sopra «una forra profonda».iii

 

La strada prende il nome dai tre nuclei, Vosa di Sopra, Vosa di Sotto e Vosa di Dentro, che formano (i primi due) un’ampia frazione del comune di Intragna, oggi comune delle Centovalli, e rappresentava un collegamento vitale con i porti di Ascona e Locarno e il percorso più agevole per la transumanza del bestiame locarnese verso gli alpeggi dell’Onsernone.

 

Quando sia stata costruita non si sa, si suppone abbia origini remote e sia stata tracciata in due tappe successive dettate dalle esigenze economiche delle comunità che vivevano nelle due valli. Il tratto più antico, probabilmente un semplice sentiero, collegava Intragna alle sue frazioni, mentre quello che continuava verso l’Onsernone «fu compiuto partendo da Loco, quando la pressione demografica costrinse gli abitanti che esercitavano l’agropastorizia sul lato solatio della valle a espandere la loro attività anche sull’Oviga, il versante in ombra».iv

 

Ad ogni modo, fino al 1852, anno di costruzione della strada carreggiabile, che sale da Cavigliano aggrappandosi con un groviglio infinito di curve al versante sinistro della valle, l’accesso più comodo ai villaggi onsernonesi era questa «strada dei somieri, che da Intragna serpeggiava su per il monte e attraversava la valle sotto Loco, a Niva» scrive Giovanni Nizzolav nel 1887, per poi aggiungere «ma di somieri pochi ne passavano, le vettovaglie e quant’altro si importasse venivano caricate in gran parte a spalle di donne».vi

 

Un fatto è certo, penso. Anche il Bonstetten è passato di qui un giorno d’estate del 1796. E mi chiedo se pure lui ha visto quello che vedo io e quanto sarà cambiato il paesaggio in questi due secoli che separano il suo dal mio camminare. Probabilmente ha calpestato, lui o la sua cavalcatura, le stesse pietre che per molti tratti disegnano il biscione lastricato che s’inerpica sulla montagna (la mulattiera era stata ristrutturata vent’anni prima del suo passaggio) o sfiorato con lo sguardo i muri a secco che delimitano in più punti il cammino o ancora si è soffermato a rimirare le cappelle, alcune rimaste com’erano allora, che formavano una via crucis (oggi incompleta) edificata tra il 17° e il 19° secolo.

 

La prima che incontro, a portico, sopra una curva a gomito tappezzata di un mosaico di vecchie pietre, porta la data del 1714. La scritta che la sovrasta ci dice che fu fatta costruire da Giovan Battista Vageto e Jacopo Jelmorini. È stata restaurata nell’ «Anno santo 1950» ed è ben conservata. Poco più su, quando iniziano le prime case di Pila, eccone un’altra, del 1791.

 

La via s’inerpica, diritta, incanalata tra i muri a secco, che lasciano intravvedere, al di là, il verde tenero dei prati spruzzato del giallo dei narcisi. Profumo di terra umida - qualcuno ha già vangato l’orto - un vecchio lavatoio di granito consumato su cui si affacciano freschi getti di felci; poi, il nucleo di Pila, stretto attorno alla mulattiera, per secoli arteria, canale vitale, che ha visto scorrere la vita d’innumerevoli generazioni.

 

Un pomeriggio di tanti anni fa mi ero incontrato con gli ultimi abitanti della montagna, che vivevano buona parte dell’anno nelle frazioni di Pila e Vosa. Sotto un pergolato, attorno a un vecchio tavolo di pietra, allietati dall’affettare allegro di salami e pane casereccio bagnato da un bicchiere fresco di quello buono, ci si era lasciati andare ai ricordi.

 

Mario Jelmorini mi aveva parlato della scuola di Pila, di quando poi l’hanno chiusa, poco prima della seconda guerra mondiale, e gli scolari son dovuti scendere a Intragna. Mi aveva raccontato del su e giù dei bambini lungo il sentiero, magari con un metro di neve, con una lampada a far luce, quando le giornate erano corte o risalivano tardi trattenuti in classe da un castigo. Innocentina Dillena, «Centina», come la chiamavano tutti, mi aveva accompagnato a vederla, la vecchia scuola, trasformata in casa di vacanza.

La rivedo oggi, alta sopra le altre abitazioni, pitturata di un color ocra slavato e scrostato. È rimasta quella di allora, con la scritta SCUOLA sopra la porta d’ingresso. Mi ricordo d’aver letto che lo scrittore romano Lombardo Radice, nel 1924, ha dedicato un capitolo della sua raccolta Athena fanciulla a La scuola di Pila come specchio di un mondo, pubblicando i componimenti di quei bambini, «tutti buoni», come scriveva allora il piccolo Dorino, il quale annunciava al mondo che «la Palmira è andata a Locarno di per lei e ha visto il signor Ispettore, con il mantello e la scialpa caffè».vii

Ora la mulattiera, oltrepassato il portico di un’altra cappella, si è fatta sentiero erboso e pianeggiante e scorre al margine di un vasto prato aperto, che regala ampi scorci di panorama su Intragna, le terre di Pedemonte, e poi più giù Locarno e il suo lago. Infine s’infila nel bosco di castagni e ritrova il selciato entrando in territorio di Vosa. Qui incontra l’oratorio della Madonna del buon consiglio, edificato tra il 1901 e il 1903, come ricorda una targa, che elenca anche i suoi fondatori. Lì di fianco, un’altra cappella con l’effigie dell’ECCE HOMO, già coronato di spine come quando Pilato lo aveva esibito ai Giudei pronunciando la celebre frase.viii Sul lato destro, l’immagine monito dell’ineluttabilità della morte rappresentata da una scheletrica figura appoggiata alla falce.

 

Ricordo che anni fa ero stato invitato all’annuale festa dell’oratorio della Vergine del buon consiglio. Il mio arrivo era stato salutato da una folata di vento, che, sollevando un piatto di carta, già usato e sporco, me lo aveva spiaccicato in faccia, fortunatamente privo dei maccheroni, squisiti, che avrei poi gustato con piacere poco dopo.

 

Mi rendo conto che, per me, rifare oggi la Via delle Vose, oltre al piacere di una bella passeggiata, mi regala l’opportunità di schiudere, forse inconsapevolmente, una valigia zeppa di ricordi.

 

Un altro mi si presenta, limpido come l’acqua che cade a cascatella nella vecchia fontana all’entrata di Vosa di Sopra. La sorgente, cantarellando, sgorga da una canaletta di pietra ai piedi di un'altra cappella. «I CONIUGI PIERINO E LUCIA JELMORINI F.F. QUEST’OPERA PIA P.L. DEVOZIONE. NELL’ANNO 192» spiega la scritta sul frontone, mentre l’affresco dell’edicola mostra la Vergine che appare a una contadinella, inginocchiata accanto ad un covone di spighe e a una falce messoria.

 

«Erano mio padre e mia madre», mi aveva raccontato Mario Jelmorini, accennando con il capo alla scritta. Pierino, come tanti altri nelle Centovalli, faceva lo spazzacamino. Dopo la terza elementare se n’era andato con gli «uomini neri» giù nella Bergamasca. Più tardi era emigrato in America e al ritorno, nel 1927, aveva fatto costruire la cappella.

 

Nelle Vose il passato d’emigrazione te lo ritrovi lì, chiaramente leggibile nel paesaggio, che diventa libro, testimonianza, quasi espressione museale. Molte case sono grandi e massicce, veri e propri palazzi contadini, per lo più ottocenteschi, costruiti per durare e, soprattutto, per attestare uno status sociale acquisito grazie all’emigrazione.

 

Erano quasi tutti spazzacamini, gli uomini di qui, e se ne andavano in Piemonte o in Lombardia, col loro fagotto di povere cose e poche speranze. Si portavano anche i figli e qualche altro bambino, tanti bòcia da mandar su e giù dai camini a raschiare e respirare fuliggine.

 

Chi tornava con un po’ di denaro, costruiva la casa, magari ci faceva dipingere un bell’affresco, coi Santi e la Madonna, oppure faceva come il Pierino: erigeva una cappella. Un atto profondo di devozione, che hanno compiuto in molti prima e dopo di lui.

 

In tutte le vallate alpine, ogni palmo di territorio porta in sé le tracce di un antico vissuto. Il paesaggio è il risultato del secolare e intenso interagire dell’uomo con la natura e quello che mi accompagna lungo la via delle Vose non fa eccezione. Ovunque, più o meno evidenti, più o meno intatti, i resti dei manufatti umani. E a momenti ti sembra quasi di percepire tutt’attorno la presenza, l’energia di quegli uomini e di quelle donne che qui hanno vissuto, lavorato, sofferto e amato. E che qui hanno lasciato qualcosa.

 

Oltrepassata la Val Scherpia, arrivo a Vosa di Dentro, un nucleo particolarmente curato e armonioso. Siamo già in terra onsernonese e la mulattiera inizia a perdere quota e a scendere verso la gola dell’Isorno. Il fiume non si vede, ma a poco a poco la sua presenza è annunciata da un rumoreggiare cupo, che sembra sgorgare dal profondo della terra. «Nella voragine ombrosa riluce il riverbero della valle sempre più fonda e invisibile, che pare quasi adagiata nel grembo squarciato della terra: sembra di entrare nella regione degli inferi…l’orecchio percepisce solo il frastuono roco del fiume, appena udibile, che mugghia sotto i piedi del viandante nel precipizio imperscrutabile»ix. Così annota, trepidante, il nostro viaggiatore del Settecento, che si avventura nell’Onsernone con l’animo angosciato di chi viaggia verso l’incognito, immerso in una natura che si presenta come nemica giurata dell’uomo.

 

Ora il bosco affonda le radici nell’ombra umida del versante a bacìo e uno spesso tappeto di muschio si espande colonizzando pietre, muri a secco e vecchi tronchi caduti. Al verde giallognolo del muschio si accompagna a tratti quello più brillante dell’acetosella, che ha già dischiuso i suoi fiori bianchi, segno che il tempo si mette al bello. Una caratteristica per la quale si attribuisce a questa timida piantina il significato simbolico della fine delle preoccupazioni. La sua fioritura è perciò di buon auspicio, anche per chi, come me, si avvicina alla fine della suggestiva passeggiata.

 

Le ultime due cappelle e poi il ponte sul fiume, a Niva. C’è aria di festa, oggi, giù in fondo alla valle. È il giorno dell’inaugurazione del nuovo manufatto che scavalca l’Isorno. Il vecchio ponte in pietra era stato spazzato via dalla furia del fiume in piena, la notte del 7 agosto 1978, quando una tremenda alluvione aveva cancellato dal paesaggio tutti i ponti della valle. La passerella tubolare, che aveva garantito in seguito la percorribilità della mulattiera, è ancora lì, ma accanto, buttata sulla gola, vedo un’elegante struttura formata da due centine ad arco in legno di larice (mi diranno) su cui passeggiano, chiacchierando o fotografando, decine di persone.

 

La realizzazione del nuovo ponte (disegnato da Christian Menn di Coira) rientra in un ampio e ambizioso progetto varato nel 2009 dal Comune di Isorno, con il sostegno di vari enti, tra cui il Parco Nazionale del Locarnese, la Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, il Fondo svizzero per il paesaggio e il Dipartimento cantonale del Territorio. Il progetto prevedeva il recupero, la cura e la valorizzazione del paesaggio terrazzato di Loco-Niva, modellato nel corso dei secoli dall’uomo, che vi coltivava la vigna e la segale, materia prima per l’industria della paglia, fiorente in Onsernone fino all’inizio del 1900.

 

Il declino delle attività agricole e l’abbandono dei terreni coltivati avevano dato il via libera all’avanzata del bosco, che minacciava di cancellare anche le ultime tracce di una secolare operosità umana. La riflessione che aveva generato il progetto di salvaguardia del paesaggio terrazzato di Loco e Niva, dopo una prima presa di coscienza della progressiva avanzata della vegetazione e della necessità di mettervi un freno, aveva però evidenziato l’esigenza di aprire anche un discorso culturale, etnografico e storico. E così è stato fatto.

 

Il recupero degli antichi terrazzamenti, con i loro muri di sostegno, non ha dunque solo uno scopo paesaggistico, ma vuole dare continuità anche ad attività agricole tradizionali, come la viticoltura o la coltivazione degli alberi da frutta, e alla sperimentazione di nuove colture, come il tè verde e le piante da bacche.

 

Oltre al ponte si sono così ricostruiti i muri a secco, recuperate vaste aree destinate all’impianto di nuovi vigneti, ristrutturato il vecchio e imponente torchio a leva di Niva di Dentro, risalente al 16° secolo, e restaurata la Via delle Vose.

 

Sotto il nuovo ponte, finalmente, l’Isorno vince la sua scontrosità, che lo aveva indotto a nascondersi nel profondo delle gole da cui si annunciava solo con incomprensibili brontolii, e mi si mostra nella sua veste più tranquilla. Una pozza allungata tra le rocce, dove l’acqua immobile cattura il grigio delle rocce, il verde dei muschi e il blu del cielo, e li fonde in uno straordinario e unico colore.

 

Un ponte permette di superare gli ostacoli, unisce luoghi separati, mondi e dimensioni diverse, e attraversarlo è anche un atto profondamente simbolico, penso incominciando la salita verso Loco, convinto che la nuova costruzione porterà più turismo e saprà imprimere vitalità all’intera zona.

 

Dopo poco, ecco Niva, su un incantevole terrazzo a picco sul fiume, con i suoi muri a secco restaurati, i pergolati che tratteggiano un ampio spazio aperto, le case, una con un bellissimo loggiato, l’oratorio dedicato a San Giovanni Nepomuceno, al cui interno, l’altare è nascosto da un’iconostasi bianca con alcune icone dorate, che inquadrano la porta reale. Sul piazzale antistante la chiesetta, c’è la festa per il ponte. Sui tavoli, piatti di formaggi d’alpe, invitanti salami affettati, pane croccante che si espande nel profumo di buono. E poi il vino. Vino di qui, quello di Peter Ruesch, che nel 1998, arrivato in Onsernone, ha deciso di prendere in gestione i vigneti abbandonati. «Certo non è facile fare il viticoltore quaggiù, in fondo alla valle, lontano dal paese di Loco», racconta Peter, «ma il paesaggio è splendido ed era un vero peccato lasciar andare in malora lavoro e fatiche di chi in passato è vissuto qui». E non erano pochi. «Nel 1600 a Niva c’erano oltre cento abitanti e in tre anni erano nati sette bambini - aggiunge Roberto Carazzetti, uno degli artefici del progetto Paesaggio terrazzato - la gente viveva in modo autonomo, c’erano il forno del pane, il torchio per l’uva, avevano le bestie...»

 

Con il vino di Peter nelle gambe, riprendo la salita verso Loco ed è subito e di nuovo uno zigzagare di selciato. Qua e là, dove il bosco è più rado, s’intravvedono i vecchi carasch, i sostegni in granito dei pergolati, alcuni distesi tra il fogliame, altri ancora dritti com’erano stati piantati. Tutti lentamente abbracciati e fagocitati dalla vegetazione.

 

«È un luogo fortemente vissuto», mi spiega Pippo Gianoni, che ha seguito passo dopo passo il progetto e la sua realizzazione: «un luogo strappato alla natura e che la natura, appena l’uomo ha diminuito la sua pressione, a poco a poco riconquista. Qui si può leggere la storia del nostro territorio, che è in perenne trasformazione. È un luogo che si presta a molte riflessioni sul come affrontare il tema del recupero e della valorizzazione. Il tema del territorio del futuro. Vogliamo lasciare questo posto così com’è, affinché il visitatore possa scoprire, se lo vorrà, una dimensione inconsueta, una lettura diversa del semplice recupero o abbandono. Qui l’abbandono è una scelta».

 

Uscita dal bosco popolato dagli straordinari menhir di granito, la mulattiera prosegue verso Loco, dove si concluderà questa magnifica passeggiata sull’antica Via delle Vose.

 

Note

 

i Karl Victor von Bonstetten (Berna 1745–Ginevra 1832) scrittore e politico bernese permeato della cultura illuminista. Negli anni 1795, 1796, 1797, visitò i baliaggi ticinesi come membro del cosiddetto Sindacato, una sorta di tribunale di seconda istanza e di camera di controllo, che annualmente scendeva al sud delle Alpi per controllare l’amministrazione balivale e seguire i processi in appello. Viaggiatore curioso e attento, descrisse le sue impressioni nel libro, “Briefe über die italienischen Aemter Lugano, Mendrisio, Locarno, Vallemaggia” che pubblicò a Copenaghen nel 1800-1801. La traduzione (Lettere sopra i baliaggi italiani (Locarno, Vallemaggia, Lugano, Mendrisio), curata da Renato Martinoni, ha visto la luce nel 1984, edita da Armando Dadò. www.hls-dhs-dss.ch/textes/i/I11586.php

ii  Karl Victor von Bonstetten , Lettere sopra i baliaggi italiani (Locarno, Vallemaggia, Lugano, Mendrisio), Dadò Editore, Locarno 1984

 

iii Idem

iv Giorgio Bellini, La strada delle Vose, in I collegamenti viari nel Cantone Ticino nel corso dei secoli, pubblicazione dell’Inventario delle vie di comunicazione storiche della Svizzera IVS, edito dall’Ufficio federale delle strade USTRA, Berna 2006, pp. 20-21

v Giovanni Nizzola (Loco 1833–Lugano 1927) professore onsernonese, animatore della Società degli Amici della popolare educazione e di utilità pubblica (fondata da Stefabo Franscini nel 1837), che pubblicava l’Almanacco del Popolo ticinese. Nizzola, nel corso della sua lunga vita insegnò in diversi ordini di scuola.

vi Cfr. Almanacco del Popolo ticinese per l’anno 1887, pubblicato per cura della Società degli Amici dell’educazione, N. 43, Tip. e Lit. di Carlo Colombi, Bellinzona, pg. 71

vii Giuseppe Lombardo Radice (Catania 1879-Cortina d’Ampezzo 1938), scrittore, pedagogista e filosofo, era all’epoca consulente per la scuola ticinese. L’ispettore scolastico “con il mantello e la scialpa caffè”, incontrato dalla piccola Palmira, aveva consegnato a Lombardo Radice i componimenti degli scolaretti di Pila scritti nell’anno scolastico 1922-1923. Cfr. Museo regionale delle Centovalli - m/m - 1/2003

viii Ecce homo! Letteralmente “Ecco l’uomo

ix Karl Victor von Bonstetten , op.cit., pp. 53-54