Il muro voluto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1977 trasformò Pianosa in carcere di massima sicurezza
Il porticato delle ex cantine della colonia penale agricola oggi occupato dai tavolini dell'unico ristorante dell’isola
La via che porta al molo del traghetto è intitolata alle due più note vittime di mafia
 

La Gorgona dei selfie proibiti

Reportage - L’ultima isola carcere d’Europa condivide una secolare storia agricola con la «gemella» Pianosa
/ 16.08.2021
di Matilde Fontana, testo e foto

Una meta esclusiva, un’esperienza estrema. È la Gorgona, l’ultima isola colonia agricola carceraria d‘Europa, dove i telefoni cellulari sono banditi. Una giornata di astinenza da social che mette duramente alla prova i selfie-maniaci. Persino più dell’onda lunga contraria che disturba gli stomaci nell’ora e mezza di traversata da Livorno alla più antica e settentrionale delle sette isole che compongono l’Arcipelago toscano.

I patti sono chiari, Gorgona non è un’isola qualunque e l’Amministrazione penitenziaria detta le regole: controllo preventivo dell’identità, autocertificazione sul casellario giudiziale (oltre che sul Covid, naturalmente), e soprattutto nessun dispositivo elettronico. Il veto è noto, eppure il momento del distacco dalla nostra onnipresente protesi comunicativa è un sorprendente strappo alle abitudini turistiche cementate: niente selfie, niente fotografie.

Chiara, la guida ambientale cui è affidato il marcamento stretto del gruppo di escursionisti, rassicura i più riottosi: «La Gorgona la si fotografa con gli occhi e la si stampa nella memoria, è un’esperienza multisensoriale da assaporare senza distrazioni elettroniche».

C’è chi insiste, il telelavoro, l’appuntamento telefonico, il messaggio importante… nessuna eccezione: i cellulari spenti riposeranno chiusi nella cabina del comandante fino a sera.

A spegnere le ultime rimostranze telefoniche sono forse le due jeep della Polizia penitenziaria accorse ad accogliere nel porticciolo la piccola motonave La Superba (l’unica cui è concesso attraccare al molo dell’isola carcere il sabato, la domenica e il lunedì). Prendono a bordo l’una i tecnici della Telecom diretti alle antenne e l’altra i funzionari della Soprintendenza ai beni culturali diretti con i loro caschetti agli scavi archeologici dell’horreum di una villa romana e alle rovine della Rocca Pisana, incredibile exploit architettonico a strapiombo sul mare, sopravvissuto a mille anni di intemperie e di incursioni piratesche (forse prossimo al restauro).

Sulla microscopica spiaggetta sassosa, un paio di ombrelloni e pochi bagnanti: possono essere solo residenti (tre anziani abitano l’isola tutto l’anno), loro ospiti o guardie carcerarie fuori turno. Ai gitanti non è permesso fare il bagno perché la spiaggia non offre la sicurezza di un bagnino.

Il paesino è una manciata di case arroccate tra la spiaggia e la Torre Nuova, imponente edificio a contrafforti rimaneggiato in epoca medicea su un precedente fortilizio, oggi sede della Direzione del carcere. A metà strada tra la spiaggia e la Torre un casone con una grande terrazza è il centro sociale dell’isola: bar, sala giochi, sala conferenze e spaccio dei prodotti della colonia carceraria agricola: frutta, verdura, uova e olio d’oliva.

Le strutture che ospitano una settantina di carcerati (nessuna donna) sono un po’ discoste: sopra la gialla, chiusa dietro il cancello, le reti e le sbarre alle finestre, dove i prigionieri-agricoltori devono rientrare al termine di ogni turno di lavoro. Sotto la grigia, con gli alloggi destinati a chi usufruisce della forma isolana di semi-libertà. Salutano da lontano, ma ogni contatto ravvicinato è proibito, anche nei vigneti o nelle stalle.

Gorgona è uno scoglio verde in mezzo al mare, che si erge per 255 metri tra Livorno e la Corsica. Il perimetro di cinque chilometri offre un unico approdo e l’unica strada, in gran parte sterrata, conduce a poggi di maestosa solitudine marina passando per la frescura offerta da una rigogliosa vegetazione composta da pinete e leccete, che si alternano alla macchia mediterranea e ai terrazzi coltivati a ulivi e a vigna. Le urla dei gabbiani, che imbiancano con il loro guano le rocce a strapiombo sul Mar Ligure, sovrastano il sottofondo delle onde e del vento. Il resto è silenzio.

In questo paradiso di biodiversità i profumi sono più intensi. Il rosmarino è ovunque, per la gioia operosa delle api, che producono un miele aromatico e chiarissimo, purtroppo non ancora commercializzato allo spaccio.

Commercializzato è invece (non allo spaccio ma nelle enoteche di tutto il mondo) il Gorgona bianco prodotto dalla prestigiosa cantina Frescobaldi con il Vermentino e l’Ansonica dei due ettari di vigneto impiantato sull’isola e coltivato dai detenuti. Un vino da 80-90 franchi la bottiglia, frutto della collaborazione tra i marchesi fiorentini e l’Istituto di Pena avviata nel 2012: un progetto finalizzato al reinserimento professionale e sociale dei reclusi che hanno chiesto di scontare l’ultimo terzo della loro pena lavorando alla Gorgona.

La colonia penale agricola della Gorgona, istituita nel 1869, è oggi l’unica sopravvissuta di un sistema detentivo che comprendeva anche altre isole dell’arcipelago toscano, persino Montecristo per un breve remoto periodo, ma soprattutto Capraia e Pianosa fino alla fine del Novecento.

Capraia, raggiungibile da Livorno in tre ore con il traghetto della Toremar, ha saputo fare di isolamento carcerario virtù, puntando sul turismo lento e l’agricoltura, favorita dagli affitti «promozionali» delle terre e delle strutture demaniali dismesse dall’amministrazione penitenziaria già nel 1986.

Pianosa, prossima all’Elba, è la «terra di mezzo», non ancora Capraia ma non più Gorgona. È lei la capostipite delle colonie agricole carcerarie dell’arcipelago: era già un progetto di Napoleone nel 1814, poi attuato dal Granducato di Toscana nel 1856, ereditato dal Regno d’Italia nel 1861 e abbandonato nel 1998.

Arrivando con la piccola motonave da Portoferraio o da Marina di Campo, il muro di cemento armato con le sue spettrali torrette abbandonate dalle sentinelle separa ancora la lunga spiaggia caraibica di Cala Giovanna (l’unica aperta ai bagnanti) dalla colonia agricola che dagli anni Settanta del Novecento divenne carcere di massima sicurezza, residenza coatta inflitta agli autori dei peggiori delitti degli anni di piombo e delle stragi di mafia.

Non a caso la via del molo è intitolata a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E gli altri viottoli che percorrono il piccolo villaggio abbandonato alla fine dello scorso Millennio portano i nomi di martiri della mafia come Peppino e Felicia Impastato, Don Pino Puglisi, Carlo Alberto Dalla Chiesa…

Il villaggio fantasma e la spiaggia di Cala Giovanna, uniche aree accessibile liberamente a bagnanti e visitatori (a numero chiuso!), occupa appena un centesimo della superficie dell’isola. Al di là dell’incombente muro di cinta, dove si apre il mondo agricolo delle cosiddette diramazioni (le varie fattorie che costituivano la colonia agricola carceraria), si accede solo a piccoli gruppi in carrozza o in bicicletta, sotto la sorveglianza delle guide del Parco.

Di qua dal muro, in paese, le grandi botti della cantina affrescata, l’insegna sbiadita del macello, della farmacia, dell’ufficio telegrafico, delle scuole, le palazzine cadenti dei secondini e dalle loro famiglie, l’appena riconoscibile campetto di calcio, sono testimoni della vita che ha pulsato per decenni in una micro-comunità pressoché autosufficiente. Una straordinaria quotidianità che oggi gli anziani ex abitanti, riuniti nell’Associazione Pianosa, sono tornati a narrare in prima persona con un’interessante mostra fotografica ospitata nei locali dell’ex ufficio postale restaurato.

Qualcosa si muove nella terra di mezzo carceraria di Pianosa: è tutto un work in progress orchestrato dal Parco dell’Arcipelago Toscano, le cui guide conducono i visitatori alla scoperta delle più antiche attrazioni custodite dal villaggio stratificato: la darsena dell’imperatore Augusto, gli scavi della villa romana di Agrippa, le catacombe, il napoleonico Forte Teglia. Lo scorso maggio è stato inaugurato il piccolo Museo di scienze geologiche e archeologiche dell’isola ed è ormai quasi ultimata la ristrutturazione della ex casa dell’agronomo, che diverrà l’Ecomuseo del Parco.

A differenza di Gorgona, dove, per ovvii motivi, la realizzazione di una foresteria resta ancora solo un’idea lontana, a Pianosa si può soggiornare nell’unica struttura ricettiva, l’albergo Milena (undici camere), frutto del recupero della ex casa del direttore del carcere. La mensa degli agenti di custodia è divenuta il bar ristorante da Brunello, dove si gustano i prodotti dell’isola coltivati e cucinati dai detenuti a fine pena del Carcere di Porto Azzurro, sulla vicina Isola d’Elba, protagonisti di un apprezzato progetto (limitato alla stagione turistica) di reinserimento professionale e sociale.

La secolare chiusura carceraria ha permesso alle tre isole di scampare alle insidie della speculazione edilizia e del turismo di massa, consegnando al Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, sito UNESCO come riserva della Biosfera, la straordinaria eredità di una natura incontaminata e di una eccezionale storia agricola, che gli amministratori sono chiamati a valorizzare.

Una valorizzazione che è stata premiata la scorsa primavera con l’inserimento del Parco nella prestigiosa Green List dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura: il massimo organismo mondiale per i parchi e le riserve naturali.