La Città dalle mille finestre

Reportage - Berat, dichiarata patrimonio dell’Unesco nel 2008, è riuscita a preservare negli anni le sue architetture storiche che altrove in Albania non sono state invece risparmiate dall’ex dittatura
/ 22.11.2021
di Luigi Baldelli, testo e foto

Berat è una città fortunata. La cittadina albanese si trova a circa due ore di auto da Tirana, nel sud del Paese. Fortunata, perché è uno dei pochi posti dove la storia non è stata distrutta dalla folle idea di modernizzazione portata avanti durante i quarant’anni della dittatura di Enver Hoxha. Un progetto che prevedeva l’abbattimento di edifici antichi e storici per costruire nuovi palazzi popolari.

Fondata nel IV secolo a.C. dagli Illiri, Berat si espanse nei secoli successivi, passando di mano in mano, dalle legioni romane fino a quelle bizantine. Nel 1400 si ritrovò sotto l’Impero Ottomano, e da allora si arricchì di monumenti e nuove costruzioni.

Dichiarata patrimonio dell’Unesco nel 2008, è chiamata anche la Città dalle mille finestre o delle finestre sovrapposte. È attraversata dal fiume Osum, che vanta il famoso ponte ottomano di Gorica, ricostruito nel 1920. Il ponte è il luogo perfetto per capire da dove prende il soprannome questo luogo vetrato.Da qui si vede la città abbarbicata sulle due colline ai lati del fiume, con le sue case basse e un’infinità di piccole finestre come migliaia di occhi che si scrutano a vicenda e che sorvegliano le vie e le genti. «Lo sai che a questo ponte è legata anche una storia triste?» mi dice un venditore di souvenir, con grandi occhiali spessi, seduto dietro alla sua bancarella all’inizio del ponte. «Si racconta che dentro a questa colonna che sorregge il ponte ci fosse una cavità dove veniva rinchiusa una ragazza e fatta morire di fame. Ti starai chiedendo il perché? Per tenere lontani gli spiriti malvagi. Vuoi comprare un souvenir?».

Scaccio dalla mente la scena crudele e alzo lo sguardo: sulla collina alla sinistra del ponte si vedono le mura del castello che sovrasta e domina la città. Ed è dentro questa fortezza che si può cogliere al meglio la storia di Berat.

Mi incammino sulla strada ripida che attraversa il quartiere storico di Magalemi e arriva fino alla porta del castello dove un suonatore di tamburi in abito locale accoglie i turisti: pochi euro per farsi una foto insieme. Il castello di Berat è sicuramente l’attrattiva principale di questo luogo sospeso nel tempo: l’agglomerato di stradine e case in pietra ancora oggi ospita un centinaio di persone che qui vivono circondate da antiche rovine, monumenti, ristoranti.

È grande la cittadella di Berat e le mura che difendevano la fortezza ancora oggi danno la loro idea di essere imponenti e impenetrabili.

Un ragazzino, dai capelli rossi e le lentiggini mi corre incontro: «Dai, per pochi euro ti faccio da guida» mi dice in un italiano stentato. Scelgo di incamminarmi da solo, senza meta, tra le strade del Castello. Dove, nel momento di massimo splendore, al suo interno si potevano contare più di quindici chiese cristiane, ma anche diverse moschee.

Proprio su uno spiazzo erboso si trovano le mura della famosa Moschea Bianca usata dai soldati turchi durante il periodo in cui la città era sotto l’Impero Ottomano, mentre se ci si affaccia dalle stesse mura, là sotto, più in basso, si scorgono le cupole della chiesa più importante, quella medievale della Santissima Trinità. Un luogo di convivenza di diverse religioni.

Appese sui muri di sassi bianchi che affiancano le strade con il loro pavé di pietre, ogni tanto sventolano tovaglie e lenzuola ricamate a mano, esposte per essere vendute. Voci allegre si alzano da dietro un cancello, dove una famiglia è intenta a raccogliere grappoli d’uva dal pergolato. «Certo che si vive bene qui», mi dice il più anziano del gruppo, un uomo sui 70 anni, la barba incolta e lo sguardo lucido. «Ci vivo da tanto, tanto tempo. E no, non ho mai pensato di andare a vivere giù in città».

Ma qui non è scomodo vivere? Tutti questi turisti, nessun negozio, la ripida salita per arrivare? «Quando ero giovane ci mettevo cinque minuti a piedi per fare la salita e se ero stanco salivo in groppa al mulo. Oggi se proprio devo scendere in città, mi porta in macchina mio nipote. Ma sai cos’è il bello di qui? Che quando vanno tutti via, posso passeggiare nel silenzio più assoluto sulle mura del castello e ammirare le colline, il fiume, le mille finestre giù in basso».

Allora seguo il suo consiglio e faccio una passeggiata sulle mura. Si vede tutto il panorama, le colline che circondano Berat, i tetti di tegole delle case all’interno delle mura e una vista sui vicoli dove sciamano gruppi di turisti. I ragazzi di un gruppo in gita si scattano dei selfie su una delle torri del castello. Ce n’erano più di ventiquattro.

Nuvole grigie intanto si avvicinano. Ci si perde per gli stretti vicoli dove porte di legno incise con disegni di animali si spalancano all’interno di case con muri bianchi e pavimenti in terra battuta. In alcuni momenti sembra davvero che il tempo non sia passato. Ti riportano al presente le automobili parcheggiate qua e là nelle piazzette.

Alla fine, riesco ad arrivare nello spiazzo panoramico. Eccole lì sotto le case bianche con le loro mille finestre, bellissime, occhi aperti sulla città in pieno contrasto con la collina che le sovrasta e le nuvole scure cariche di pioggia. Si alza il vento, la signora che vende le tovaglie ricamate raccoglie in fretta i suoi tessuti.

Dopo cinque minuti di cammino sono di nuovo alla porta principale. «Ti è piaciuto il castello?» riconosco la voce, è la piccola guida dai capelli rossi. «Si, bello» gli rispondo. «È bellissimo» dice lui. E dopo un breve silenzio aggiunge: «Questo è il posto più bello dell’Albania».