Il San Carlino di Francesco Borromini

Visita per immagini a una delle più importanti opere architettoniche dell'epoca barocca
/ 17.10.2016
di Alessandro Zanoli, foto di Franco Cattaneo

Mariano Armellini, nel suo libro del 1891 Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, riporta un'opinione popolare assai significativa: la circonferenza dell'intera chiesa sarebbe la stessa di quella che possiede uno solo dei piloni della cupola di San Pietro. Sempre Armellini, concreto e quasi fiscale, annota che per costruire la chiesa e il loro convento, i frati Trinitari scalzi di Spagna acquistarono nel 1640 tre piccole case. In quel minuscolo spazio Francesco Borromini riuscì a costruire una chiesa, un chiostro e un convento. 

Sembra che i Trinitari non fossero particolarmente ricchi. Facevano del resto parte di un ordine mendicante: probabilmente non potevano però rinunciare ad una sede romana di rappresentanza. A dar loro una mano dal punto di vista finanziario ci pensò il nipote di Urbano VIII, cardinale Francesco Barberini, il cui nome è ricordato in un bassorilievo dorato. Borromini stava lavorando al cantiere del palazzo di famiglia, a 200 metri da lì: fu chiamato a progettare «il San Carlino».  

Lo fanno tutti. Dopo essere entrati nel «San Carlo alle Quattro Fontane» di Roma bisogna sedersi un momento. Si entra già con il viso rivolto verso l'alto, perché qualche minuto fuori, nel trambusto del traffico, lo si è già passato guardando l'incredibile facciata del tempio. Dopo aver salito i tre scalini da via del Quirinale, sempre con il viso in alto si rimane per un po' fermi in quella luce bianca e quieta che sembra irradiare dalle pareti, dalle nicchie, gli stucchi e le decorazioni. Poi bisogna sedersi, per forza, come schiacciati da uno spettacolo che sbalordisce. Possiamo anche aver visitato la celebre installazione realizzata da Mario Botta a Lugano nel 1999 (e ora ne capiamo meglio il senso). Ma qui è un'altra cosa: qui siamo a un passo dalla sindrome di Stendhal.

Non è un'esagerazione. Il disegno interno di questa piccola chiesa, in questo minuscolo spazio, risponde a un criterio che non può esser altro che strettamente matematico. Sembra un'architettura fatta di frattali; una nicchia che esce da una nicchia, una cornice che si incastra in una cornice. I riquadri delle volte disegnano un reticolato geometrico che espande lo spazio. E sopra ogni cosa, il timpano a forma ellittica con un puzzle di figure (croci accanto a esagoni accanto a ottagoni accanto a croci più piccole) così complesso da sembrar disegnato da Escher. In mezzo, nell'ellisse terminale, la colomba candida, perfettamente iscritta nel triangolo e nel cerchio. Il posto di Dio. Si rimane ancora lì col viso in alto, anche da seduti, a cercare di vedere tutto, mettendo a fuoco mille particolari diversi ma senza che l'attenzione riesca a fermarsi su nulla. A cercare di far ordine in questo disordine perfetto.

Dopo un poco bisogna muoversi, star seduti ancora è troppo: viene al salvataggio del visitatore inquieto la visita del chiostro, bellissimo e, questo sì, ben ordinato. La sua sequenza di loggiati è più austera e lineare, simile a quella  scala interna di Palazzo Barberini, a cui Borromini ha lavorato. E poi la cripta, un vero gioiello, con la sua volta sfaccettata come una pietra preziosa. Pare che Borromini volesse essere sepolto qui. Sarebbe stato davvero il coronamento della sua opera. Purtroppo alla sua morte, nel 1667, la chiesa non era ancora terminata: ci mise mano il nipote Bernardo che la concluse nell'80. E Borromini fu sepolto altrove.   

Rientrando in chiesa si tenta nuovamente, partendo decisi, determinati, di osservare i quadri sugli altari, nelle nicchie, di leggere almeno le iscrizioni sui cartigli di gesso. Inutile. L'occhio ricomincia a correre per le pareti, sale al soffitto: cerca di distinguere una dall'altra le meravigliose corolle di stucco incastonate nei riquadri delle volte, di metterle in ordine. Macché. 

Dalla chiesa si esce a malincuore ma con un sottile sollievo. Fa piacere rivedere il caos delle strade, le quattro fontane coreografiche agli angoli della piazza. Il disordine di Roma pare famigliare e accogliente, dopo l'esperienza (magari anche mistica?) di un ordine superiore matematico tanto complesso, sovrumano. È stato il faccia a faccia con la forza d'immaginazione di una delle menti più alte che la storia dell'architettura abbia mai registrato. Noi siamo sconfitti, ma pieni di meraviglia. 

(Una volta tornati a casa viene la curiosità di andare a vedere come aveva descritto il San Carlino Piero Bianconi, nella sua bella monografia del 1967, pubblicata in occasione del terzo centenario dalla morte del Borromini: «Sorrisi e tabacco elvetico per corrompere il custode di San Carlino, che leggeva i sonetti del Belli fumando la pipa nel chiostro e fingeva rigidi divieti dei frati spagnoli: pur concedendoci lunghe soste indisturbate nell'affascinante chiesetta che riempivamo di chiacchiere e di appassionate discussioni e non riuscivamo mai a leggerla tutta, pur aguzzando occhi giovani e altrimenti penetranti dei miei». Diverte scoprire che abbiamo avuto un po' la stessa impressione: «non riuscivamo mai a leggerla tutta»).