Il finale di due corni delle Alpi
Aldo Bugada e alcuni corni delle Alpi

Il corno (delle Alpi) può cambiarti la vita

Hobby - L’avventura di Aldo e Claudine, due appassionati degli oltre cento suonatori attivi in tutto il Ticino
/ 08.08.2022
di Matilde Casasopra

Estate 2015. Aldo e Claudine sono sul divano. Manuela, la loro primogenita, si è iscritta a veterinaria a Zurigo e tra un po’ di settimane andrà lì a vivere. Matteo ha 18 anni e, a quell’età, la sera non si sta a casa coi genitori. «La vita della nostra famiglia stava cambiando. Ci siamo guardati e ci siamo detti che… no, a casa tutte le sere a guardare la televisione, proprio no. Così abbiamo recuperato il catalogo dei “Corsi per adulti” abbiamo passato in rassegna le proposte e ci siamo fermati sul “Corso di corno delle Alpi” che iniziava a settembre. Lo facciamo? Ma sì che proviamo, dai. Ci siamo iscritti e… la nostra vita è cambiata».

Sono passati solo sette anni da quella decisione, ma – come ci racconta sorridendo Aldo Bugada – di cose, da quel momento, ne sono successe. «La prima, che ci colse quasi di sorpresa, fu la partecipazione, nel 2016, all’inaugurazione di Alptransit. Cinquantasei suonatori di corno – uno per ogni chilometro del tracciato ferroviario – uniti da un’unica composizione musicale. Ogni settimana, per un paio di mesi, un bus veniva a prelevarci. Destinazione: Pollegio. Qui si svolgevano, sull’arco della serata, le prove: del nostro brano, certo, ma anche di tutta la cerimonia. Un’esperienza davvero straordinaria».

Mi sta dicendo che avete imparato a suonare il corno delle Alpi in pochi mesi? «Sì, glielo sto dicendo. Abbiamo seguito le otto lezioni del primo corso e le sei lezioni del secondo e poi, visto che tra gli otto iscritti di quel 2015, oltre a noi due c’erano anche due-tre corsisti della Valle di Blenio, abbiamo dato il “la” ai Corni da Curzönas. Ed è a Corzoneso che abbiamo conosciuto il maestro Mario Bozzini. Lui è direttore di banda, suona il corno francese, ma anche il corno delle Alpi e… ci ha aiutati a migliorare».

Aldo e Claudine non si fermano al gruppo di Corzoneso. In Collina d’Oro, dove abitano, è nato il gruppo Corni d’Or, «in questo gruppo suonano musicisti della filarmonica del Comune e di quella di Castagnola che ci hanno dato un ulteriore stimolo a migliorare e studiare la musica. Quando abbiamo iniziato a suonare con questi gruppi – prosegue Aldo – ci si è aperto un mondo. Concerti, serate, ritrovi, prove. Il tutto con persone diverse tra loro per formazione ed età. Pensi che quando abbiamo iniziato, in Ticino, il suonatore più giovane aveva 8 anni e il più anziano 83. A unirci tutti (adesso siamo oltre un centinaio) c’è la passione per questo strumento che parla di passato, ma che è presente e affascina oggi come allora, e l’associazione che li rappresenta, l’ACASI». (Associazione Corno delle Alpi della Svizzera Italiana, www.acasi.ch)

Il discorso dalle persone passa allo strumento. Aldo, con il fratello Cesare, è titolare della falegnameria di famiglia. Il primo corno lo costruisce nel 2015, alla fine dei corsi «dove – ricorda a occhi chiusi e sorridendo – per suonare, le prime volte, ci avevano dato un tubo di plastica con un imbuto nella parte terminale, una specie di vuvuzela. Dopo aver imparato a emettere due suoni abbiamo dovuto decidere se continuare. La risposta è stata sì e allora ho costruito tre corni. Il primo era un prototipo. Sono partito dalla regola di base: il corno delle Alpi dev’essere lungo tre metri e quaranta centimetri (perché è in tonalità Fa diesis, con venti centimetri in più si ha la tonalità in Fa che è quella del corno delle Alpi per banda). I corni possono comunque avere lunghezze diverse – comprese tra i 2,45 e i 4,13 metri – a dipendenza della tonalità della quale li si vuole dotare. Libera, invece, la scelta del legno con il quale li si costruisce. Io, per i primi tre corni, decisi di usare legno di risonanza di abete rosso che è quello che si usa anche per i violini. Tre centimetri di spessore del legno per la cassa armonica dei violini, tredici centimetri per il corno. Mi dissero che in Trentino, a Paneveggio, c’era il miglior legno di risonanza, scelto anche dai maestri liutai di Modena. Ci sono andato e, oltre a procurarmi il legno, ho imparato moltissime cose dai liutai. Ho anche capito che posso costruire dei corni delle Alpi pressoché perfetti, ma non sarò mai in grado di costruire un violino, una viola o un violoncello. Adesso, comunque, per realizzare la ventina di corni che costruisco ogni anno, il legno di risonanza me lo procuro in Svizzera».

Così, corno dopo corno, Aldo Bugada si è affermato, in Svizzera, come uno dei migliori costruttori di corni delle Alpi. Ogni strumento richiede dalle 50 alle 60 ore di lavoro delle quali solo il 10% è svolto con l’ausilio di macchinari. Uno dei migliori suonatori di corno al mondo, il russo Arkady Shilkloper, ne ha decantato le lodi e anche oltre San Gottardo sono in molti coloro che, per avere il proprio strumento, si rivolgono ad Aldo, Cesare e Claudine.

Torniamo però alla vita cambiata dei coniugi Bugada. Parliamo di corno delle Alpi e turismo, in particolare di corno delle Alpi e 1. agosto… «La festa nazionale? Un tour de force – ci confessa Aldo – L’abbiamo fatto per qualche anno, io e Claudine, ma adesso preferiamo ritirarci in montagna, nei Grigioni, e suoniamo per gli abitanti del villaggio. È così che, tutti insieme, passiamo una bella festa della Patria in compagnia. Inutile negarlo, le esibizioni di corno sono super richieste per il natale della Patria».

Un’ultima cosa. Una curiosità. Prima di incontrarla ho letto che il corno delle Alpi, aveva in passato una duplice funzione: quella di comunicare dall’alpe al villaggio e quella di radunare il bestiame. La funzione «comunicativa» mi è chiara. Meno lo è la seconda che avrebbe bisogno di una ricerca empirica. «Ci siamo detti qualcosa di simile anch’io e mia moglie – sorride Aldo – e così, corno in spalla, abbiamo deciso di andarlo a suonare su un’alpe deserta. Abbiamo iniziato con poche note e poi, scaldato il labbro, abbiamo proseguito con un brano più articolato. Tempo dieci minuti ed ecco che, guardandoci intorno, ci siamo trovati circondati da circa 300 mucche. Quello che volevamo sapere era lì, davanti a noi: il corno delle Alpi funziona ancora!».