Matsuo Bashō, Lo stretto sentiero del profondo Nord, traduzione e cura di Chandra Candiani e Asuka Ozumi, Einaudi, pp. 124, € 14.–.


Il cammino di Bashō

Bussole - Il viaggio poetico del maestro dell’albero di banano
/ 30.05.2022
di Claudio Visentin

Matsuo Munefusa era un samurai di basso rango, come tanti. Intorno ai vent’anni, insieme al suo superiore e coetaneo Yoshitada, cominciò ad affiancare la poesia all’esercizio delle armi. Quando nel 1666 Yoshitada morì in giovane età, Matsuo si trasferì a Edo (l’odierna Tokyo), dedicandosi interamente alla meditazione zen e agli studi di poesia e calligrafia.

Dal 1680 abitò una piccola casa appartata, dono di un discepolo; nel giardino fu piantato un albero di banano (in giapponese bashō) e da quel momento Matsuo Munefusa fu per tutti semplicemente Bashō.

Nel 1682 un violento incendio distrusse la casa del banano e da quel momento Bashō decise di trascorrere la maggior parte della sua vita in viaggio, convinto che i continui mutamenti della condizione del viaggiatore − indifeso di fronte agli uomini, ai pericoli e alle intemperie − rispecchino perfettamente la nostra condizione umana, anche quando ci culliamo in un’ingannevole sicurezza.

Bashō trascorse in cammino la maggior parte del 1689, un’esperienza poi confluita nel suo libro di viaggio più famoso, Lo stretto sentiero del profondo Nord, pubblicato postumo nel 1702 dopo una lunga elaborazione negli ultimi anni di vita.

Scrive nel prologo: «I mesi e i giorni sono eterni viandanti, e così gli anni, che vanno e vengono, sono viaggiatori. Per chi trascorre la vita su una barca, per chi invecchia tirando il morso del cavallo, ogni giorno è viaggio, e il viaggio è la sua casa. E molti antichi, un tempo, in viaggio sono periti. Io pure, da chissà quando, sono stato preso dalla brama di errare, invogliato da una nuvola sperduta sospinta dal vento».

Il bagaglio di Bashō è minimo e solo la sua delicatezza d’animo ne aumenta il peso: «Sarei voluto partire spoglio, ma ho dovuto portare con me una veste di carta di riso per proteggermi durante la notte, una di cotone leggero, qualcosa per ripararmi dalla pioggia, inchiostro, pennelli e simili, e infine i doni ricevuti per il viaggio dai miei amici, che proprio non potevo gettare via. Mi erano d’intralcio, ma non avevo altra scelta».

Strada facendo Bashō compone veloci pagine in prosa che si concludono con raffinati haiku, i brevi componimenti poetici in tre versi di sole diciassette sillabe complessive, secondo lo schema 5-7-5. Per esempio intorno al tempio di montagna chiamato Ryūshaku-ji pini secolari si slanciano dal terreno ammantato di muschio vellutato. «In quel panorama magnifico, avvolto da un profondo silenzio, ho sentito il mio cuore farsi cristallino. Nel silenzio / penetra nella pietra / il canto delle cicale».

Le descrizioni di luoghi famosi si alternano a momenti delicati di vita quotidiana. Un’attenzione tutta particolare è riservata alla natura, dalla fioritura dei ciliegi in primavera al rosseggiare delle foglie d’acero in autunno: «Gli uomini del mondo / non notano i fiori / di castagno sulla gronda». Anche le fatiche del viaggio, i dolori del corpo, la pioggia, i miseri alloggi di fortuna sono occasione di poesia: «Pulci, pidocchi / e un cavallo che urina / accanto al guanciale». O ancora: «Notte sotto lo stesso tetto / con donne di piacere / lespedeza e luna».

Tornato a Edo, i discepoli costruirono per lui una nuova dimora, dove il poeta visse per qualche tempo in modo ancora più solitario e frugale che in passato. Ma nella primavera del 1694, quando contava ormai cinquant’anni, Bashō partì nuovamente, questa volta diretto a sud. E proprio in viaggio la morte lo colse nei pressi di Osaka. Pochi giorni prima aveva scritto il suo ultimo haiku: «Malato durante un viaggio / sui campi riarsi i sogni / vanno errando».