I porti di Coloanel

Reportage - Cile: dal passo dell’Abisso alla baia dell’Ultima Speranza, navigando nei mari australi fino alla fine del mondo
/ 04.07.2022
di Enrico Martino, testo e foto

La Patagonia non esiste. Esistono molte idee di Patagonia create dalla fantasia degli uomini che hanno cercato di ridurre questa immensa distesa di eccessi dentro confini ridicolizzati da madre natura. Solo la muraglia di pietra delle Ande riesce a dividerla, a est il mondo orizzontale delle pampas argentine, a ovest la Patagonia cilena, una sottile striscia verticale di terra incastonata tra i fiordi del Pacifico e i ghiacciai andini. Basta un’occhiata alla carta geografica per capire che cosa nasconde questa Fin del Mundo verticale, Golfo de Penas, passo dell’Abisso, baia dell’Ultima Speranza, isola della Desolazione, nomi che nei mari australi tutti sussurrano con rispetto, soprattutto tra le case di legno di Angelmò, il vecchio quartiere dei pescatori di Puerto Montt dove anche l’aria sa di salsedine.

«La vera porta d’ingresso alla Fine del Mondo è qui, noi non siamo come gli argentini per cui mezza Argentina è Patagonia» precisano con una punta di orgoglio marinai che stivano giganteschi camion su un attempato ferry tra un diluvio d’acqua e raffiche di un vento cattivo. «Vedi quelle? Ci aspettano al varco tra un paio di giorni nel Golfo de Penas» sorride sornione uno di loro indicando una muraglia di nuvole nere che sbarra l’orizzonte. «È il peggiore dei mari su cui ho navigato, e sono tanti. Venti e correnti arrivano dall’Antartide creando onde gigantesche e non puoi mai prevedere cosa succederà. È una Maruja non un mare, noi lo chiamiamo così, come una donna».

Nel frattempo, sperando che Maruja si comporti da signora, la nave ha finito di inghiottire camion e passeggeri diretti verso la Terra del Fuoco cilena bypassando il Campo de Hielo Sur, un ghiacciaio di un milione di ettari che taglia il Cile dalle Ande al Pacifico. Più tardi, quando Puerto Montt si smaterializza nella foschia appare l’isola di Chiloè con le sue case foderate da migliaia di tessere di legno che ricordano scaglie di pesce e chiese che esplodono di blu, gialli squillanti, verdi e rosa pastello.

Vascelli di legno tra le colline, Patrimonio dell’Umanità Unesco, costruiti dai gesuiti che ribattezzarono «Giardino del Signore» questo Eden spopolato di uomini ma affollato di balene, foche, pinguini e sterminate varietà di volatili. Un luogo mitico dell’identità cilena, patria di marinai e contadini che hanno popolato l’immenso vuoto della Patagonia. Uno di loro era Francisco Coloane, un Melville australe alto quasi due metri che la Patagonia prima di raccontarla nei suoi libri l’aveva vissuta da marinaio e baleniere facendo rivivere come nessun altro le mille sfumature della pioggia australe, lo scricchiolio sinistro dei ghiacciai che precipitano in mare e lo stridio degli uccelli marini nella penombra dell’alba.

Solo i chilotes conoscono segreti e fantasmi di questo mondo, impalpabili come il din-don delle campane dei battelli affondati che nei giorni di tempesta i marinai sentono salire dal fondo del mare o reali come il relitto del capitàn Leonidas incastrato su uno scoglio solitario, uno spettro di ferro grigio che la corrente contraria fa sembrare in movimento. Labirinti d’acqua che scivolano tra isole e promontori, popolati fino a non molti anni fa da un travolgente immaginario collettivo di sirene che nelle notti di luna piena si accoppiavano su letti di conchiglie con il Trauco, gnomo rugoso che si aggira fra i boschi vestito di muschi e licheni, mentre il Caleuche, un veliero fantasma con un equipaggio di streghe e marinai annegati, rapiva i marinai con la sua musica magica per poi scomparire sotto le onde.

Quando le pareti del Canal Moraleda si stringono come una gigantesca tenaglia, Maruja comincia a farsi sentire, prima impercettibilmente poi in modo sempre più deciso e la nave comincia a muoversi mentre all’orizzonte le onde si spezzano in una nuvola d’acqua contro le scogliere nere della penisola di Taitao che obbliga le navi a puntare verso il mare aperto attraversando il Golfo de Penas. Stanotte però Maruja è di buon umore e alle prime luci di un’alba grigio latte, il ferry entra nel Canal Messier mentre i passeggeri salgono sul ponte con l’aria dei miracolati che hanno vinto una lotteria, mentre dal fondo di una baia persa nell’immensità dell’isola Wellington si materializza un minuscolo grumo di case colorate, Puerto Eden.

«Vivir es dificil» sospira la moglie dell’unico poliziotto nel raggio di centinaia di chilometri. «Piove quasi tutti i giorni e non ci sono strade, solo passerelle perché la terra è un mare di fango, e bisogna anche stare attenti alle provviste perché dipendiamo totalmente dalla nave, che magari ritarda per giorni». «È stata fortunata, perché spesso l’elicottero non arriva per le condizioni meteo» sghignazza il marito, così la gente emigra a Puerto Natales dove il ferry tira definitivamente il fiato dopo avere strisciato come un serpente di mare tra le strettoie di roccia di Paso Wide.

Per assaporare le atmosfere della Patagonia perduta di Coloane bisogna scendere oltre Punta Arenas – dove degli ultimi indios fuegini restano solo sguardi persi nel vuoto di vecchie fotografie trasformate in interior design di hotel e caffè per turisti in cerca di romanticismo all included – e imbarcarsi su un piccolo aeroplano che attraversa una giostra impazzita di venti tra isole, ghiacciai, vulcani e laghi verde smeraldo per poi scendere in picchiata su Puerto Williams. Una Macondo australe sull’isola di Navarino, più a sud persino di Ushuaia che si fregia del titolo di città più australe del mondo. Così, anche se Ushuaia è grande e Puerto Williams è piccola, hanno ragione i cileni, che di certo provano una segreta soddisfazione nei confronti dei cugini argentini, perché solo da Puerto Williams ti puoi prendere il lusso di guardare la Fin del Mundo dall’altro lato. Qui il mondo degli uomini finisce a Caleta Eugenia dove la strada più meridionale delle Americhe si spegne davanti a una casetta dal tetto rosso dopo avere sfiorato i resti dello scheletro di una balena venuta a morire su una spiaggia di sassi come nei racconti di Coloane.

Gli unici ad avere radici tra questi gelidi canali erano gli yaganes, uccisi dall’alcool, dai marinai delle navi di passaggio e persino dalla carità cristiana di missionari che non avevano capito nulla della loro vita. Gli avevano costruito delle case, li avevano vestiti e gli avevano dato cibi da «persone civili» e loro, abituati a una dura selezione naturale, avevano cominciato a morire in silenzio. Gli ultimi sono sepolti sotto una fila di croci bianche tra l’erba piegata dal vento in un piccolo cimitero davanti al mare. Oltre c’è solo il silenzio ghiacciato dell’Antartide, perché se la terra è rotonda ma ha una fine, è qui.