Dal Grande Gioco alla Polvere del mondo

Viaggiatori d’Occidente - La lezione di chi visitò l’Afghanistan non è stata ascoltata
/ 06.09.2021
di Claudio Visentin

Qualche anno fa, al tempo della seconda guerra del Golfo, il governo degli Stati Uniti fu molto criticato per aver utilizzato una guida turistica Lonely Planet del Medio Oriente (oltretutto datata) per raccogliere notizie sull’economia, la geografia e la cultura dell’Iraq. Nessuno infatti aveva pianificato la ricostruzione del Paese e dopo la facile vittoria militare si cercò di rimediare così alla completa mancanza di informazioni. Nel più recente caso afgano, tuttavia, l’idea di attingere alla sapienza dei viaggiatori avrebbe avuto maggiore fondamento. 

Lungo tutto l’arco dell’Ottocento, fino all’accordo anglo-russo del 1907, l’Afghanistan fu al centro del Grande Gioco (raccontato nell’avvincente libro di Peter Hopkirk pubblicato da Adelphi). Gli inglesi dall’India guardavano con malcelata preoccupazione alla continua espansione russa verso sud e inviavano in missione ufficiali dell’esercito, spie e finti pellegrini buddisti per disegnare mappe del territorio. Solo dopo la rivoluzione del 1917 i russi cessarono d’essere una minaccia e l’attenuarsi delle tensioni internazionali dischiuse le porte dell’Afghanistan anche ai comuni viaggiatori. 

Per cominciare, la straordinaria bellezza del Paese, dalle montagne dell’Hindu Kush alle fertili pianure settentrionali, è celebrata in tutti i libri di viaggio. Gli abitanti poi sono sempre descritti come gentili e ospitali, per quanto strano possa sembrare oggi. Ma quasi tutti i viaggiatori mettono in guardia dal carattere orgoglioso e combattivo degli afgani. Lasciati a sé stessi si dividono in fazioni in eterno litigio, ma quando devono fronteggiare una minaccia esterna si uniscono e combattono sino alla fine con coraggio e ferocia. 

Nel suo La via per l’Oxiana (1937) il viaggiatore inglese Robert Byron li descrive così: «Gli uomini scivolano attraverso l’oscuro bazar con la fiducia in sé stessi di un diavolo. Quando vanno a fare acquisti portano il fucile come un londinese porterebbe l’ombrello […] Si aspettano che gli europei si adattino alle loro consuetudini e non il contrario […] Davvero non soffrono di un complesso d’inferiorità».

Pochi anni dopo un giovane viaggiatore ginevrino, Nicolas Bouvier, giunge in Afghanistan a bordo di una Fiat Topolino, dopo aver attraversato la Jugoslavia, la Turchia e l’Iran (La polvere del mondo, Feltrinelli, è uno dei libri di viaggio meglio riusciti del Novecento). Anch’egli conferma la prima impressione di Byron: «Nei confronti dell’Occidente e delle sue seduzioni l’afgano conserva una bella indipendenza di spirito. Lo considera un po’ con lo stesso interesse prudente con cui noi occidentali guardiamo all’Afghanistan. Lo apprezza anche, ma da lì a esserne intimidito […] Avendo a che fare con degli occidentali, gli afgani non cambiano di una virgola le loro abitudini […] Dipende dal fatto che gli afgani non sono mai stati colonizzati. Per due volte gli inglesi li hanno battuti, hanno forzato il passo di Khyber e occupato Kabul. Per due volte, gli afgani hanno impartito a quelle stesse truppe inglesi una lezione memorabile, e riportato in parità l’esito degli scontri. Dunque, nessun affronto da lavare, né complesso da cui guarire. Uno straniero? […] Un uomo, alla fin fine! Gli si fa posto, si sta attenti a che sia ben servito, e ognuno ritorna alle proprie faccende». 

Nel giugno 1939 una vecchia Ford partì dalla Svizzera diretta in Afghanistan. A bordo, la scrittrice ginevrina Ella Maillart e la fotografa zurighese Annemarie Schwarzenbach, legate da una tormentata relazione. Le due donne si lasciavano alle spalle il nazismo e la guerra ormai imminente (la notizia dell’invasione della Polonia le raggiunse a Kabul). Ciascuna racconterà a suo modo quel viaggio straordinario: Ella Maillart pubblica nel 1947 The Cruel Way: Switzerland to Afghanistan in a Ford, 1939, la sua compagna, Tutte le strade sono aperte. Viaggio in Afghanistan 1939-1940 (Il Saggiatore).

Le due viaggiatrici svizzere erano forse le prime donne straniere a mettere piede nella città di Herat, ma furono protette dalla tradizionale ospitalità afgana, più forte della misoginia: «Due donne sole in viaggio! “In che modo avete viaggiato? Come vi siete procurate il cibo, dove avete dormito? Non avete mai avuto problemi?”. Da quando abbiamo superato il famoso passo Khyber e raggiunto le ben protette colonie inglesi in India, ci rivolgono sempre le stesse domande. E se rispondiamo secondo verità, che presso i nostri amici afgani ci sentivamo sicure come in grembo ad Abramo, incontriamo il sorriso scettico di un inglese».

E tuttavia, nonostante i privilegi riservati alle straniere, furono solidali con le donne afgane: «Le scolarette di Kabul erano bambine estremamente dotate, vivaci e ricettive, altrettanto intelligenti dei maschi, erano graziose, con occhi così luminosi da rendere difficile immaginare che queste esili figure, questi piccoli volti delicati e attenti, sarebbero stati un giorno rinchiusi all’ombra di un harem, nella cupa prigionia del chador. Forse oggi, in Europa, siamo diventati scettici di fronte a parole come libertà, responsabilità, pari diritti per tutti e altro del genere. Ma basta aver visto da vicino questa tetra schiavitù che trasforma creature di Dio in esseri senza gioia, impauriti, per scrollarsi di dosso come un brutto sogno il proprio sconforto e dare nuovamente ascolto alla voce della ragione che ci incita a credere ai semplici propositi di un’esistenza degna e umana, e a difenderli».

Tra gli anni Trenta e i primi anni Settanta l’Afghanistan attraversò uno dei periodi più tranquilli della sua storia, sotto il governo dell’ultimo re Mohammed Zahir Shah, deposto nel 1973. Ai primi viaggiatori seguirono presto i turisti, compresi i miti e stravaganti hippie, certo interessati all’hashish, ma non solo. Come ha raccontato Rudy Trippe, l’autista di un Magic Bus dall’Europa all’India, «L’Afghanistan era un altro mondo. Il cancello si aprì e la luce si fece più chiara. Un minuto prima il mondo era opaco e polveroso; un minuto dopo i papaveri erano di un rosso luminoso, i fiumi di un bianco elettrico, le montagne si stagliavano contro il cielo. L’intero viaggio passava dal bianco e nero al colore». 

Anche Bruce Chatwin nel 1969, quando ancora s’interrogava sulla sua vocazione di scrittore, viaggiò per tre mesi in queste terre. Quando nel 1980 scrive il suo Lamento per l’Afghanistan, l’Armata Rossa è entrata a Kabul solo da qualche mese, eppure c’è già il senso di una perdita irreparabile: «Non leggeremo più le memorie di Babur nel suo giardino di Istalif, né vedremo il cieco avanzare tra cespugli di rose facendosi guidare dall’olfatto. Non andremo a sederci nella Pace dell’Islam con i mendicanti di Gazor Gah. Non dormiremo nella tenda dei nomadi, né daremo la scalata al minareto di Jam. E avremo perduto i sapori: il pane rustico, caldo e amaro; il tè verde speziato col cardamomo; l’uva che facevamo raffreddare nella neve; e le noci e le more secche che masticavamo per difenderci dal mal di montagna […] Mai più. Mai più. Mai più». 

Nutrito dall’esperienza sul campo, e insieme dai racconti dei viaggiatori che l’avevano preceduto, Chatwin scorge chiaramente un futuro che a tutti sembrava improbabile, considerata la forza dell’esercito sovietico: «Col tempo (in Afghanistan ci vuole tempo per ogni cosa) gli afgani faranno qualcosa di assolutamente terribile ai loro invasori».

E così fu. Ma la lezione del passato non è servita ai sovietici né, dopo di loro, agli americani. Nuovi giocatori inesperti hanno ripetuto gli errori di un Grande Gioco troppo raffinato per loro. Nel frattempo, decenni di guerre, ingerenze, disordini e radicalizzazione religiosa hanno lasciato il segno. Un tempo paradiso dei viaggiatori, oggi l’Afghanistan è uno dei pochi Paesi al mondo del quale si sconsiglia la visita; è in cima alla lista delle Bad Lands, come le definì Tony Wheeler, il fondatore di Lonely Planet. L’Afghanistan è per noi al tempo stesso un rimprovero e un rimpianto.