Vista del fiume Arpa Kayi dalla moschea Minuchir

Ani, la Fortezza Bastiani del Caucaso

Reportage - I tesori rovinati della ricca e potente capitale di un regno medioevale che comprendeva l’attuale Armenia e parte della Turchia orientale
/ 09.08.2021
di Enrico Martino, testo e fotografie

La cerchi con gli occhi alla fine di una strada che sembra non finire mai. Senza vederla, mimetizzata in un andirivieni di altipiani che anticipano i grandi spazi dell’Asia Centrale, punteggiati da greggi di pastori curdi e villaggi di fango secco popolati da moltitudini di oche. Poi dal colore bruno delle montagne di questa Anatolia estrema già alle pendici del Caucaso emergono lentamente le torri della «Città delle quaranta porte e delle 1001 chiese», apparentemente intatte e così assolute da non sembrare di questo mondo.

Sembra vivere in uno spazio-tempo diverso l’antica Ani che evoca irresistibilmente la Fortezza Bastiani di un libro cult, Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, dove sognare un’impossibile fuga dalla quotidianità davanti a un mare d’erba ingiallita dal sole da cui emergono chiese che sembrano scheletri disossati, cupole spalancate sul cielo, capitelli spezzati, squarci che svelano le ferite del tempo, dei terremoti e soprattutto degli uomini. Sono i fantasmi di pietra di regni armeni e georgiani, dell’impero bizantino, di turchi selgiuchidi e sultani ottomani, ma neanche le grandi croci scolpite sulle mura di Ani hanno esorcizzato il pericolo che arrivava dagli spazi sterminati dell’Asia Centrale, perché qui i Tartari si sono materializzati davvero, nel 1226 e nel 1236, spazzando via tutto come una tempesta di vento per poi svanire nel nulla con i loro cavalli.

Un Deserto dei Tartari della tormentata geopolitica del Caucaso inizia invece appena oltre la gola scavata dalle anse dell’Arpaçay, Akhurian per gli armeni, il fiume che divide la Turchia dall’Armenia, così vicina che quasi la tocchi, è lì. la vedi a pochi passi ma è irraggiungibile perché la frontiera è chiusa dal 1993.

Menzionata per la prima volta nel quinto secolo, Ani, ricca e potente capitale di un regno medioevale che comprendeva l’attuale Armenia e parte della Turchia orientale, diventò rapidamente un importante crocevia commerciale per bizantini, arabi e persiani lungo un ramo della Via della Seta. Durante il lungo regno di Gagik I dal 989 al 1020 la città oltrepassò i centomila abitanti sfidando il Cairo, Baghdad e Costantinopoli con la raffinata architettura dei suoi palazzi e delle sue chiese e, come inevitabile conseguenza, si trasformò in un’irresistibile calamita per invasori.

Durante le innumerevoli guerre tra bizantini e turchi selgiuchidi, nel 1064 il sultano Alp Arslan la saccheggiò, «I morti erano così numerosi da ostruire le strade, e non si poteva andare in nessun luogo senza camminarci sopra…» scrisse il cronista musulmano Sibt ibn al-Jawzi. Era solo l’inizio di una lenta agonia scandita da ondate di nuovi conquistatori, compreso Tamerlano, e dopo la definitiva annessione all’Impero Ottomano nel 1579 l’antico splendore si trasformò in un desolato campo di rovine, fino alla sua riscoperta da parte dei primi viaggiatori europei all’inizio del diciannovesimo secolo.

Nel 1892, dopo l’annessione al-l’impero zarista, l’archeologo russo Nikolai Marr iniziò i primi scavi ma con l’inizio della Prima Guerra Mondiale Ani si ritrovò al centro di frontiere in continuo movimento fino al collasso dell’impero ottomano, con una breve riconquista armena seguita dalla definitiva annessione alla neonata repubblica turca nel 1921.

In una disperata corsa contro il tempo oltre seimila manufatti archeologici vennero portati in salvo in Armenia ma la sorte dei monumenti sembrò definitivamente segnata due anni dopo quando l’assemblea nazionale turca ordinò al comandante del fronte orientale, Kâzım Karabekir, di «Spazzare via i monumenti di Ani dalla faccia della terra».

Fortunatamente il generale non obbedì ma terremoti, vandalismo e restauri disastrosi hanno lasciato graffi indelebili sulle pietre di una città che per decenni ha avuto persino la sfortuna di trovarsi su un confine «caldo» fra la Turchia, membro della NATO, e l’Unione Sovietica. Ai tempi della Guerra Fredda per visitarla era necessario un permesso speciale, stando attenti a non avvicinarsi troppo al confine perché in alcuni casi le guardie di frontiera sovietiche avevano sparato su qualche incauto visitatore, ma anche dopo il crollo dell’URSS molte aree sono state a lungo off limits come zona militare.

Persino come sito archeologico Ani è ancora oggetto di reciproche critiche perché gli armeni accusano i turchi di averla deliberatamente lasciata andare in rovina e i turchi controbattono accusando gli armeni di danneggiare i monumenti con le esplosioni di una cava vicinissima al confine. Nel 2010 il Global Heritage Fund ha classificato Ani fra i siti mondiali a rischio di perdita irreparabile, ma la proclamazione a Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 2016 e le dichiarazioni del governo turco di considerare il suo salvataggio una priorità culturale potrebbero segnalare un’inversione di tendenza per una delle città fantasma più fascinose del mondo.

Il suo epicentro è il grande cubo color ruggine della cattedrale progettata dal famoso architetto medioevale armeno Trdat Mendet, autore del restauro della cupola di Santa Sofia a Costantinopoli. Al suo interno il tempo degli ori e degli incensi è stato sostituito da un silenzio spezzato solo dallo stridio degli uccelli che entrano dalla cupola sventrata, mentre i raggi del sole scolpiscono la verticalità di colonne e archi a sesto acuto che rievocano le cattedrali gotiche europee, costruite però almeno due secoli dopo, scatenando intriganti ipotesi su possibili influenze architettoniche arrivate in Occidente al seguito dei crociati.

Qua e là si alzano altri dinosauri di pietra, l’irreale insieme di sfere e cilindri della Chiesa del Redentore, un’improbabile Torre di Babele spaccata esattamente a metà da un violento temporale nel 1957, o la chiesa di San Gregorio Tigran, quasi sospesa sulla gola con i suoi muri ricoperti da affreschi di santi e guerrieri. Suo contraltare religioso, all’estremità opposta dell’ansa del fiume, è il solitario minareto della prima moschea selgiuchide dell’Anatolia che domina il fiume e i monconi di un ponte del decimo secolo da cui carovane e mercanti risalivano la collina calpestando pietre dove gli occhi della fantasia intravedono ancora la Via della Seta.

Un luogo di vuoti, ma pieno di presenze per chi sa fermarsi ad ascoltare, dove prima o poi bisogna arrivare. Lo aveva già scritto nel 1923 il romanziere sovietico Konstantin Paustovskij, «Che cosa è Ani? Ci sono cose che per quanto ci sforziamo non riusciamo a descrivere».