Vecchi tram o antiche glorie post rivoluzione.

Alessandria, signora del tempo

Reportage - Il fascino irripetibile e un’urbanistica dalla bellezza piacevolmente decadente
/ 11.07.2022
di Emanuela Crosetti, testo e foto

A vederla da lontano, da un mare inspiegabilmente sempre agitato, Alessandria d’Egitto sembra una città fatta di carta, pronta a sciogliersi alla prima ondata. Eppure sta lì da millenni. Fu talamo delle sublimi tresche amorose tra Cleopatra e Marco Aurelio, finché morte non li ha tristemente separati. Vi fu sepolto il grande Alessandro, anche se il luogo esatto resta un mistero tutt’oggi irrisolto. La città ospitava la più grande biblioteca del mondo antico, con i suoi settecentomila volumi, distrutta forse dal fuoco di Cesare, forse dall’ira di Zenobia, forse dall’integralismo di Teodosio, molto più probabilmente dalla vanità del califfo Omar. Era conosciuta soprattutto per l’imponente faro che, dopo aver rischiarato per sedici secoli la via ai mercanti, venne irreparabilmente danneggiato da due violenti terremoti e mai più ricostruito.

Oggi Alessandria d’Egitto − dalla popolazione chiamata al-Iskandariyya − è una città di oltre cinque milioni di abitanti, con un fascino irripetibile e un’urbanistica dalla bellezza piacevolmente decadente. La si guarda con nostalgia, come si ammira una signora che un tempo doveva essere stata davvero molto bella. Un tempo. E oggi? Dalla finestra del quarto piano dell’albergo dove ho preso alloggio, un precario edificio a lato dello storico e scintillante Hotel Cecil, il traffico evapora in una cacofonia di suoni disarticolati e accavallati dalle quattro del mattino alle due di notte, tra rombi di motori, brusche frenate, tassisti in perenne corsa e clacson selvaggi, inclusi quelli dei pulmini collettivi, con una malinconica sonorità di nove note tutta da scoprire.

Almeno una volta nell’arco della giornata − specialmente al tramonto – ci si ritrova a camminare sul lungomare delle corniche, lasciando andare i propri pensieri e giocando a indovinare quelli degli altri. C’è chi sorseggia tè e chi mangia makaroni sul muricciolo, chi prega e chi fotografa, chi vende gelati e chi pesca, chi corre dietro a un pallone e chi aspetta, con infinita pazienza, il lento morire dell’ultimo raggio di sole al di là della baia, prima che le acque si tingano di carminio e l’orizzonte svanisca.

Misuro quattro chilometri di passeggiata incastonata, da un lato, dalla cittadella di Qaytbay, roccaforte islamica in stile mamelucco del XV secolo, dall’altro, dalla ciclopica e avveniristica Biblioteca perduta di Alessandria, non solo fenice risorta dalle ceneri del passato, ma anticipo lungimirante del futuro. In mezzo, la magniloquente moschea Abu al-Abbas al-Mursi, dedicata a un santo sufi vissuto a el-Andalus nel XIII secolo, le cui cupole svettano in lontananza con un commovente splendore in grado di confortare anche i cuori più duri. La solitaria colonna di Pompeo, con le due piccole sfingi a sua guardia, o il teatro romano, quarantadue metri di acustica in marmo bianco e granito rosa, sono gli ultimi retaggi di un’antica gloria, oggi tristemente accerchiata nella morsa cementifera di fatiscenti palazzi.

Eppure l’anima profonda di Alessandria d’Egitto non è (solo) nei suoi scrigni millenari. La ritrovi anche tra le pieghe della vita di tutti i giorni, in quella quotidianità sbandierata a ogni singola svolta o angolo perduto, oltre le vie più strette, in mezzo alla gente accalcata senza pietà nei mercati dagli odori impossibili, coi loro venditori urlanti. Ai chioschi di cibo le verdure fresche si alternano alla fame delle mosche in volo perenne. I tik-tok, mitici trabiccoli a tre ruote, sfrecciano senza regole né pietà ovunque si apra uno spiffero tra le auto in circolazione sfrenata e qualsiasi corpo ambulante che vaga liberamente sulla carreggiata come se fosse l’unico.

Alessandria è una città non da visitare ma da cogliere. E per farlo, bisogna buttarsi, senza remore o timori, senza pregiudizi né aspettative, soprattutto senza orologio. Bisogna osare oltre gli ingressi ciechi di vecchi palazzi apparentemente abbandonati, per scoprire che, al di là delle scale oblique e dei muri pendenti, ancora resistono ammirevoli fregi, raffinati stucchi e glorie estetiche di un intramontabile passato. Bisogna lasciarsi guidare dall’ospitalità disarmante delle persone che smaniano di offrirti caffè e sorrisi; dai bambini che ti chiedono una foto insieme, senza pretendere null’altro in cambio; dagli artigiani che ti invitano nelle proprie botteghe, inclusi i panettieri, sempre pronti a lanciarti una pagnotta appena sfornata, ottima compagna di viaggio tra queste spirali dantesche che sembrano non finire mai.

Aggiustare auto per strada è consuetudine frequente. Così come giocare a backgammon o a biliardo, pascolare pecore qua e là o lasciare il proprio asino a dormire con la testa appoggiata contro il carretto. Se passa un tram, è sicuramente e gravemente ammaccato, eppure avanza, misteriosamente inesorabile nel proprio dovere. Se c’è un’auto Lada – e Alessandria pullula di questi romantici sovietismi – ha sicuramente due targhe, una egiziana e una europea, che si intravede appena sotto. Niente loschi traffici, «Decoration!», mi dicono, con un’alzata di spalle finale, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Così è Alessandria, signora del tempo, dove al primo refolo di vento si lotta contro colonne di polvere che si sollevano da ogni dove, portando con sé i lasciti stratificati di mille vite, parole, lotte, sofferenze, esultanze.

Le Corniche, passeggiata romantica e mondana sul lungomare sempre agitato; sotto, in cerca di riposo o in cerca di ombra, l’attesa dei mercanti.

Il caldo maggio di Alessandria; di fianco, vecchi tram o antiche glorie post rivoluzione; a destra, l’arte di arrangiarsi, meccanici fai da te per strada.