La scure economica sulla Russia

L’Occidente ha imposto sanzioni senza precedenti, ma l’impatto potrebbe ricadere soprattutto sulla popolazione e meno sul regime
/ 21.03.2022
di Marzio Minoli

Di solito si dice che quando si tocca qualcuno sul portafoglio, si ottengono i migliori risultati. Le sanzioni economiche alla Russia, decise da quelli che sono già stati definiti «alleati», quindi soprattutto Stati Uniti e Unione Europea, hanno questo scopo. Le notizie di accavallano e non è facile districarsi tra queste. Quando si scrive qualche cosa, rischia di essere superato. Alcune cose però sono dei punti fermi, già decisi. Vediamo quali sono e le conseguenze che potrebbero portare.

Prima comunque un po’ di numeri, anche per meglio inquadrare di chi stiamo parlando. La Russia ha un’economia non delle più forti. Il suo PIL è di circa 1500 miliardi di dollari, non molto. Il doppio di quello svizzero, inferiore a quello italiano o tedesco. Le sue fonti d’entrata maggiori sono le materie prime, petrolio, gas ma anche agricoltura. Assieme all’Ucraina conta per il 30% del fabbisogno mondiale di cereali. Ha un debito pubblico basso, il 18% del PIL e le riserve della sua Banca centrale ammontano a 630 miliardi di dollari. Meno della Svizzera, che arriva a circa 1000 miliardi.

Passiamo alle sanzioni. La più discussa è quella che riguarda l’esclusione della Russia dallo SWIFT, ovvero il sistema di trasmissione di dati tra banche internazionali, tramite il quale si regolano i pagamenti. Al momento sono sette le banche escluse, ma non alcune tra le più grandi come Sberbank e Gazprombank. Come mai? Semplicemente perché al momento se l’Europa vuole il gas e il petrolio russo, li deve poter pagare, altrimenti si rischia la chiusura dei rubinetti da parte di Mosca. Senza contare che molte banche soprattutto italiane, francesi e austriache sono esposte in Russia per circa 40 miliardi di dollari. Senza SWIFT non riceverebbero più indietro i loro soldi.

La seconda, e forse più importante sanzione riguarda la Banca centrale russa. Le riserve come detto ammontano a 630 miliardi di dollari, ma di dollari non ce ne sono molti. Infatti, proprio per non dover dipendere troppo dagli Stati Uniti, la Russia ha accumulato soprattutto euro e oro. Queste riserve non sono tutte in Russia. Più della metà sono in banche occidentali, USA, Regno Unito e Germania soprattutto, e quindi bloccate. Nei forzieri a Mosca c’è molto oro, difficilmente utilizzabile per i pagamenti, e Yuan cinesi, moneta non ancora accettata per i pagamenti. Cosa significa bloccare i fondi di una banca centrale? In primis non si può controllare il corso della propria moneta attuando politiche monetarie con questo scopo. Il rublo ha perso circa il 40% del suo valore contro dollaro, e questo nello spazio di un mese. Inoltre, non può aiutare l’economia, come ad esempio supportare le aziende che devono importare dai paesi occidentali.

E come ha reagito la Russia? In primis ha alzato i tassi d’interesse, dal 9,5 al 20% per attirare capitali, in rubli. Ha imposto il controllo dei capitali. Agli investitori stranieri è vietato vendere gli attivi che detengono in Russia e imposto alle aziende esportatrici di farsi pagare in valuta forte. Fino al 9 settembre poi, non sarà possibile acquistare valute estere. Inoltre Putin ha firmato un decreto che permette ai debitori russi di pagare i loro debiti in dollari o euro, in rubli. E questo riguarda anche il debito pubblico russo emesso in valuta estera.

Abbiamo visto dunque che le sanzioni sono, come dire, poco drastiche. Basteranno comunque per piegare la Russia? Non a breve termine. Come detto il sistema SWIFT è bloccato solo parzialmente, quindi i flussi finanziari con le banche maggiori, quelle che gestiscono le vendite di gas e petrolio, rimangono aperti. Si calcola che ogni giorno dalla vendite di queste due materie prime, Mosca incassi tra i 700 milioni e 1 miliardo di euro. Si parla anche di un sistema diverso dallo SWIFT a disposizione della Russia. Che possa agganciarsi a un sistema cinese di pagamento. Tutto vero, ma al momento non sono soluzioni efficienti e non è dunque da considerarsi un’alternativa.

Per quel che concerne il blocco delle riserve della Banca centrale, anche qui al momento possono essere superate grazie a un elemento chiave: le vendite di gas e petrolio all’Europa.

E questo è il punto centrale della questione. La Russia esporta il 60% del suo gas in Europa, esportazioni che contano per il 30% del budget federale. E qui arriva un altro punto importante: come si finanzia la Russia? Gli Stati utilizzano molto il sistema del debito pubblico a questo scopo. La Russia ha un debito pubblico del 18%. Un debito che ultimamente l’agenzia di rating Fitch ha declassato di ben sei «scalini» portandolo a C, ovvero obbligazioni spazzatura. E anche le altre due grandi agenzie, Moody’s e Standard& Poor’s, lo classificano su questo livello. Un problema per la Russia? Putin non sembra preoccuparsi. Ha già detto che potrebbe rimborsare questo debito in rubli. Inoltre, essendo, come detto, non troppo alto, un suo eventuale default potrebbe anche non essere così drammatico, come invece si è visto in passato con altri paesi. E anche i mercati finanziari hanno già «scontato» un eventuale default.

Come tagliare i viveri a Mosca dunque? Rinunciare a gas e petrolio russi, fermare queste importazioni e mettere Mosca in ginocchio. Ma non è possibile. Perché se la Russia esporta molto in Europa, a sua volta l’Europa conta per il 40% del suo fabbisogno sul gas russo. Quindi è un gatto che si morde la coda e nel breve termine non sembra esserci una soluzione. Senza dimenticare che non tutti sono d’accordo su sanzioni come un embargo a gas e petrolio russi. Gli Stati Uniti, che importano l’8% del loro fabbisogno di petrolio dalla Russia, hanno già bloccato le forniture. L’Europa no in quanto dipende maggiormente dalle fonti energetiche di Mosca. A breve termine dunque la via dell’embargo è difficile da applicare.

Fino a qui le sanzioni e le reazioni dei governi. Ma le società private cosa fanno? Molte se ne vanno per due ragioni: il rischio morale e il rischio economico. Il rischio morale è quello al quale sono esposti i grandi marchi internazionali, dalla Coca Cola a McDonald’s, ma anche Swatch. Per queste società rimanere in Russia non è eticamente accettabile e il rischio di boicottaggio a livello mondiale è alto. Come Shell, la quale ha chiuso tutto e ha anche chiesto scusa all’Ucraina per la decisione tardiva. E anche BP ha venduto la sua quota del 20% in Rosneft. Rimanere in Russia potrebbe non piacere a azionisti, impiegati e clienti.

Il rischio economico invece riguarda le ritorsioni che Putin potrebbe mettere in campo (e in parte ha già messo, come il divieto di esportare grano). Limitazioni alle attività e dell’accesso al sistema bancario, il rischio di una nazionalizzazione delle aziende e chissà quali altre contro-sanzioni per gli investitori esteri potrebbero arrivare.

La situazione è in continua evoluzione. L’arma economica funzionerà? Si deve trovare il modo di fare più male alla Russia di quanto la Russia possa farne agli «alleati» (Svizzera compresa). La storia ci dice che spesso le sanzioni non sono servite a nulla, troppo deboli, troppo alla mercé di gruppi di pressione. Ma anche quelle dure non hanno cambiato le leadership dei paesi. Iran, Venezuela e Cuba sono gli esempi più lampanti. La speranza è che tutto finisca presto, perché alla fine, a farne le spese, è sempre la gente comune, soprattutto laddove il rispetto per le persone è praticamente assente.