Contesto difficile per le banche centrali

Politica monetaria - La Federal Reserve americana ha dato inizio al rialzo dei tassi direttori per combattere l’inflazione. Le banche centrali europee potranno o dovranno seguirla con misure analoghe a breve scadenza?
/ 28.03.2022
di Ignazio Bonoli

Con un tasso di inflazione di quasi l’8%, gli Stati Uniti sono una delle economie più colpite, tra quelle più avanzate. Non sorprende quindi che la Federal Reserve abbia rotto gli indugi e annunciato un primo aumento dei propri tassi direttori, nonché ulteriori sei aumenti nel corso dell’anno. Aumenti che, dopo il primo limitato allo 0,25%, dovrebbero essere ogni volta piuttosto contenuti.

La decisione non è stata presa senza tener conto della situazione che l’economia mondiale sta vivendo a seguito della guerra in Ucraina, ma anche delle sanzioni che Stati Uniti ed Europa hanno decretato contro la Russia. I tassi di crescita delle principali economie dovrebbero subire un serio contraccolpo, perché è sempre delicato decretare una stretta nella politica monetaria, in un momento in cui si dovrebbe procedere proprio in senso contrario.

Tuttavia, per il momento, vista la tendenza all’aumento dei prezzi di molte materie prime, semilavorati e componenti, compresi gas e petrolio, il pericolo maggiore è proprio quello di attizzare ulteriormente una fiammata inflazionistica che sarà molto difficile contenere. Altrettanto difficile è però cercare sostegno, sul piano teorico, nelle varie teorie monetarie fin qui sperimentate. Da quella (Friedmann e altri) che ha cercato di stabilire un nesso costante fra moneta in circolazione, economia e inflazione, alla celebre «curva di Phillips» che metteva in relazione il tasso di disoccupazione, dapprima con la crescita dei salari, ma poi con l’inflazione.

Studi che si basavano su analisi di lungo periodo del passato e che, oggi, non sono più di aiuto ai responsabili delle politiche monetarie, in un mondo economico completamente cambiato. Al punto che il confronto fra politiche monetarie, prezzi e crescita economica non regge più. Oggi le economie di molti paesi sono state inondate da una montagna di liquidità (il «Quantitative easing»), senza provocare inflazione e anche permettendo di affrontare una crisi epica come quella del Covid, senza danni eccessivi, ma senza ottenere il risultato previsto di un 2% di inflazione.

Anzi, le banche hanno potuto concedere un gran numero di crediti a interessi bassissimi (anche sotto zero) per poi essere costrette ad applicare interessi negativi sui conti in deposito. Uno scenario che ha poco a che vedere con un corretto funzionamento dei mercati finanziari e che ha sconvolto anche le teorie sul ruolo delle banche centrali, nel sostenere lo sviluppo dell’economia, senza provocare inflazione. Non solo, ma al momento di dover decidere un netto cambiamento di politiche, ci si è trovati confrontati con la guerra in Ucraina, con le sanzioni contro la Russia e un’accelerazione dei prezzi dell’energia, buona parte della quale in Europa viene importata proprio dalla Russia.

Oggi ci troviamo di fronte a nuovi dilemmi. Da un lato le banche che sono state costrette a dotarsi di capitale proprio elevato, ma hanno concesso molti crediti all’economia e altri anche per combattere gli effetti della crisi pandemica, e tutto questo senza considerare l’importanza centrale delle aspettative inflazionistiche.

Di colpo però l’inflazione si è presentata, a causa soprattutto del rincaro delle materie prime e dell’energia, ma anche di quelle componenti il cui commercio mondiale è stato ostacolato. Si presenta perciò una situazione di rallentamento della crescita economica, ma con la necessità di combattere i forti rincari: quella che gli economisti definiscono stagflazione. Situazione in cui le banche centrali si trovano confrontate con due varianti di per sé incompatibili: sostenere un’economia che rallenta, combattendo però l’inflazione.

La scelta della Federal Reserve è quella di un ritorno graduale al compito primario della stabilità dei prezzi, ma con molta attenzione all’evoluzione dell’economia e della politica mondiale. Per la Banca Nazionale svizzera il problema si pone in termini un po’ diversi. Il tasso di inflazione è ancora piuttosto basso e l’economia non sembra risentire troppo dell’incertezza della situazione. La BNS si è mossa bene in passato, sorvegliando il tasso di cambio del franco, con le conseguenze che sappiamo sull’import-export, e quindi anche sull’occupazione. Ora il franco diventa bene rifugio e subisce le pressioni al rialzo della forte domanda. Il bilancio della BNS ha però raggiunto cifre esorbitanti in divise estere e, dopo un lieve rallentamento, potrebbe riprendere a pieno regime. Difficile prevedere che cosa potrà fare finché durerà l’attuale situazione.

Più difficile ancora per l’Europa, dopo il celebre «whatever it takes» di Mario Draghi, allora presidente della Banca centrale europea. E, infatti, le varie banche centrali hanno fatto tutto quello che hanno potuto, ma senza sapere quanto nuovo denaro sarebbe stato necessario e quali sarebbero stati gli effetti a lunga scadenza. Sarà necessario cambiare, ma come e quando? La FED ha dato un primo segnale, ma il momento, in Europa, è più difficile che in America.