AVS in rosso anche con la riforma in votazione

Assicurazioni sociali - L’aumento dell’età di pensionamento delle donne e della percentuale IVA ridurranno da 900 miliardi a 650 miliardi il fabbisogno del primo pilastro, ma il disavanzo peserà ancora una volta sulle nuove generazioni
/ 25.04.2022
di Ignazio Bonoli

L’ennesimo referendum contro l’ennesima revisione della legge sull’AVS ha raccolto un numero sufficiente di voti per portare all’ennesima votazione popolare sul tema delle pensioni in Svizzera. È comunque vero che la problematica tocca tutta la popolazione e quindi necessita di un ampio sostegno popolare. Non a caso questa volta (ma non è la prima) il motivo principale della discussione è l’aumento dell’età di pensionamento delle donne e, conseguentemente, delle indennità da versare a chi avrebbe beneficiato, con il sistema attuale, di un anno in più di pensionamento.

Ne avevamo parlato in un articolo del 23 settembre 2019 di «Azione». In seguito la discussione, in Parlamento e fuori, è stata ampia e vivace ma come spesso avviene ha trascurato due grossi problemi di fondo: da un lato i 650 miliardi di franchi che mancheranno nelle casse dell’AVS, dall’altro il crescente contributo che le generazioni che accedono al pensionamento chiedono alle giovani generazioni. La lacuna è data dalla differenza fra le entrate previste dopo la riforma e le rendite da pagare ai pensionati. Secondo stime approssimative, questo «finanziamento trasversale» concerne circa la metà delle rendite pagate dall’AVS, ma – a livello politico e anche popolare – nessuno sembra preoccuparsene.

Sennonché un gruppo di economisti facendo capo al professor Bernd Raffelhüschen dell’Università di Friburgo in Brisgovia (Germania), nonché ad altri economisti, tra cui quelli dell’UBS, non manca di ricordare ad ogni occasione l’attualità della tematica. A metà marzo scorso questi economisti hanno pubblicato le loro analisi tenendo conto anche della riforma adottata dal Parlamento sul messaggio del Consiglio federale dell’agosto 2019 detta «AVS 21». Il tema centrale della riforma, poi adottata anche dal Parlamento, come già detto, è l’aumento dell’età di pensionamento delle donne da 64 a 65 anni più un aumento dell’IVA.

Già queste misure permetterebbero di ridurre le lacune di copertura dell’AVS attuale da 900 a 650 miliardi di franchi, cioè di circa il 30%. Un buon risultato, ma che non risolve il problema del debito a carico delle giovani generazioni. Infatti, secondo i calcoli dei citati economisti, le persone con meno di 50 anni dovrebbero assumersi un aggravio dai 12 ai 13 mila franchi ognuna, mentre per coloro che si trovano oltre i 55 l’aggravio andrebbe da 0 a 2500 franchi. L’aggravio consisterebbe in futuri oneri, dedotto il tasso di interesse attuale, valutato al 2,1% (vedi grafico).

In altri termini, un attuale ventenne pagherebbe l’aumento dell’IVA (a vantaggio dell’AVS) probabilmente durante 70 anni. Un settantenne, in media, pagherebbe ancora al massimo durante 20 anni. Si può pensare che sia giusto che chi ha una speranza di vita più lunga paghi anche di più. Ma quanto paga in più nei primi 50 anni va proprio a finanziare le rendite dei pensionati attuali.

Il calcolo è teorico ma permette appunto di valutare la lacuna di copertura del capitale dell’AVS in 900 miliardi di franchi, prima della riforma proposta. Questo perché le rendite previste per i pensionati superano le entrate dell’AVS di questa cifra. Cifra che a sua volta è pari a 15 mesi di prodotto interno lordo svizzero. Per questo la soluzione dovrebbe passare attraverso un aumento dell’età di pensionamento a 68 anni (per tutti) oppure un aumento dell’Iva da 3 a 4 punti percentuali, oppure ancora un prelievo sui salari tra il 2 e il 3%, o un mix delle due misure.

La cosa è fattibile ma molto difficile sul piano politico, come si è visto in ogni proposta di riforma dell’AVS, soprattutto se prevede un aggravio analogo per tutte le generazioni. Più facile potrebbe apparire l’aumento delle entrate attraverso le deduzioni sui salari, gli aumenti di imposte o anche attraverso gli utili della Banca nazionale, che però politicamente è pure delicato.

Sotto questo aspetto la proposta di aumento dell’età di pensionamento delle donne appare un passo nella buona direzione. La riforma accolta dal popolo nel 2019 sotto forma di pacchetto «imposizione delle aziende e AVS» contemplava in pratica solo aumenti di entrate per l’AVS (sotto forma di deduzioni salariali e sussidi federali) e conseguente aggravio per le giovani generazioni.

Anche le prossime riforme dell’AVS peseranno fortemente sulle giovani generazioni. In particolare quando i figli del cosiddetto «baby boom» saranno in pensione. È probabile che la politica non potrà rivedere le prestazioni per queste generazioni a scapito di quelle più giovani. Per questo c’è già chi vede, in un futuro non troppo lontano, la necessità di un aumento dell’età di pensionamento, come del resto già avvenuto in alcuni altri paesi. Non va neppure dimenticato che la speranza di vita tra il 2000 e il 2020 è aumentata da 76,9 anni per gli uomini a 81 anni e per le donne da 82,6 a 85,1 anni. A 65 anni quindi questa speranza è passata da 17 a 19,3 anni per gli uomini e da 20,7 a 22,2 anni per le donne.