Dove e quando

Manger, la mécanique du ventre
Musée de la main, Losanna

Orari:
ma-ve 12.00-18.00
sa-do 11.00-18.00
lu chiuso.

Fino al 15 agosto 2021. 


museedelamain.ch

Un viaggio nella digestione umana

Mostre - Al Musée de la main di Losanna, la meccanica della pancia
/ 16.11.2020
di Marco Horat

Oramai da anni il Musée de la main di Losanna dedica la sua attenzione all’essere umano da tutti i punti di vista, esplorando, attraverso mostre interattive, i sensi dall’olfatto al tatto, dalla vista all’udito al gusto. Con un approccio antropologico che interseca diversi campi: la società, la medicina, l’arte, la musica, i video, le scienze naturali e quelle umanistiche.

Manger, la mécanique du ventre è organizzata in collaborazione con il Museo di storia naturale di Neuchâtel all’origine del progetto espositivo di quest’anno. Come sempre una mostra originale e un po’ provocatoria che non può lasciare indifferenti di fronte alle domande che pone: come fa una mela a trasformarsi in nuove cellule del nostro organismo? Quale percorso compie un boccone di cibo dal suo ingresso nella bocca all’eliminazione finale e con quali straordinarie trasformazioni? Come si nutre e di conseguenza come elimina i suoi escrementi un feto nel grembo materno? I batteri che vivono nell’intestino quale influenza hanno nella nostra vita fisica e morale? Con quali strategie gli esseri viventi affrontano la mancanza di acqua e di nutrimento?

Un viaggio lungo il tubo digerente e le cavità annesse per capire i meccanismi fondamentali all’origine della vita stessa dell’essere umano e degli altri animali, dato che ogni organismo vivente è caratterizzato da particolarità anatomiche e funzionali relative al modo di nutrirsi e trasformare il cibo in energia vitale; basti pensare al complesso sistema digerente dei ruminanti o a quanto sa fare lo stomaco degli uccelli utilizzando sassolini per macinare il cibo da digerire. Mangiare (vegetariani a parte) significa anche trasformare la carne dell’altro nella mia carne e per molti animali, uomo compreso, significa accettare il contrario, come succedeva con il cannibalismo rituale, dove le qualità del defunto passavano ai vivi attraverso il consumo di parti del suo corpo. Non si dice ad esempio che uno «ha cuore» o che «ha fegato»? E di un bambino non si sente ancora oggi dire (fortunatamente solo in senso figurato) «è tanto caro che lo mangerei»?

Il percorso della mostra comporta un’immersione del visitatore nell’argomento attraverso postazioni audio e video, nonché le pareti delle varie sale che riproducono, ingrandendo i particolari anatomici, le pareti interne delle varie tappe del processo digestivo dall’esofago allo stomaco (considerato una specie di «sala d’attesa») ai tratti intestinali dove intervengono acidi, microorganismi, enzimi e batteri indispensabili per la nostra sopravvivenza.

È lungo questo percorso in cui in definitiva avviene il miracolo della vita.

Non si è naturalmente tralasciato il finale della storia e cioè il momento dell’evacuazione attraverso l’ano, con i suoni che la accompagnano, se non proprio un tabù, aspetto quanto meno delicato da proporre in un’esposizione; il capitolo finale è stato chiamato, non senza risvolti psicologici evidenti, «missione compiuta». Questo aspetto viene trattato con rigore scientifico ma al tempo stesso con un tocco di ironia in musica grazie a un trio neocastellano chiamato «Les Petits Chanteurs à la Gueule de bois». Lo sapevate ad esempio che gli escrementi umani, composti di acqua, batteri morti, fibre non digerite e altro ancora (comunque a disposizione di altri esseri viventi quali mosche e affini) sono stati divisi sulla Scala di Bristol in sette tipi morfologici, a seconda del tempo di permanenza all’interno dell’intestino, rigorosamente presenti in un’apposita vetrina?

Una curiosità per terminare: in mostra si può vedere il caffè oggi più caro al mondo, ancora prodotto in piccole quantità, tratto dagli escrementi di un tipo di civetta ghiotta di bacche della pianta della quale poi espelle, senza digerirlo, il nucleo. Lo avevano scoperto i nativi che lavoravano nelle piantagioni olandesi in Indonesia nel XVIII secolo, ai quali era proibito portare a casa caffè per uso proprio. Come dire che fatta la legge trovato l’inganno!