Un blues alpestre

Sport - Quando uno stadio diventa luogo di culto: «Valascia, addio!»
/ 19.04.2021
di Giancarlo Dionisio

«Addio, cara vetusta Valascia, in 84 anni di vita hai alimentato sentimenti di gioia e di tristezza. Hai dispensato gloria e frustrazioni. Presto verrai smantellata. Il Popolo Biancoblù ti piange, ma poco lontano da te troverà nuovi stimoli».

Ci sono edifici che vengono salvati dalla demolizione, in virtù dei loro pregi architettonici. Altri invece, che non possono restare in piedi, nonostante l’affetto straripante dei loro abituali inquilini. «Valascia, addio!» suona come una canzone triste, un blues alpestre. Oppure come un film che ti inchioda sulla poltroncina, e sei felice di essere al buio, perché puoi nascondere le lacrime che dal cuore sgorgano su su fino agli occhi e alle guance.

Lunedì 5 aprile ho voluto assistere all’ultimo rito pagano, che le norme anticovid hanno decretato fosse celebrato all’esterno dello stadio. Ero spinto dall’imprescindibile curiosità del giornalista, ma anche dallo stupore e dalla meraviglia del ragazzino che oltre 50 anni or sono, in quel luogo, aveva assistito alla sua prima partita di hockey su ghiaccio. Era talmente rapito dalla foga con cui si affrontavano quei guerrieri bardati, così anestetizzato dal gelo che gli aveva pietrificato mani, piedi e orecchie, che neppure ricorda chi fosse l’avversario dell’Ambrì-Piotta. Ricorda solo che i biancoblù vinsero al termine di una intensissima lotta. Fu l’inizio di un idillio.

Col passare degli anni, anche dopo la copertura della pista, avvenuta nel 1979, quel ragazzino ritrovò più volte la via che portava nella minuscola frazione di Quinto. Partiva da Chiasso, su un treno speciale, dove centinaia di giovani facevano le prove generali, cantando e inneggiando ai propri eroi. Quelli con le corde vocali fragili, prima di Biasca erano già senza voce. Quei viaggi furono una sorta di percorso spirituale. Si trattava di capire quello che i più grandi definivano come «il fascino della Valascia». Aveva molteplici volti. Significava abbracciarsi, cantare, ballare, bere, vibrare, provare senso di appartenenza. Ma, spesso, anche tornarsene a casa tristi per una sconfitta, comunque con ancora la voglia di cantare fino al capolinea.

Più in là nel tempo, quell’ex ragazzino, passò dalla curva alla tribuna. Quante volte, attraversando lo stretto cunicolo d’accesso, tutto perlinato, gli è capitato di pensare: «Se a taca föcc sem denta tücc cumé ratt». Ma tu Valascia, forse, avevi qualche santo protettore. E se ne subiva il fascino anche risalendo la ripida scaletta che portava alla tribuna stampa, compiere mosse da contorsionista per scivolare sotto due delle arcate che reggevano la volta, e accedere alla postazione di commento. Così come affascinante era pure la drammatica scarsità di pissoir, in un contesto in cui bere birra faceva parte della sceneggiatura. E stare in coda, muovendosi da una gamba all’altra, era quasi una danza rituale.

Disagi che non hanno mai scoraggiato i sostenitori della squadra leventinese. Senza Covid, lunedì 5 aprile ci sarebbe stato mezzo Ticino e mezzo Uri, a salutarti, cara Valascia. Un manipolo di irriducibili ha comunque voluto esserci, per tributarti l’ultimo saluto. Alcuni, assiepati sulla scalinata che dà verso il cancello dei curvaioli, hanno cantato e inneggiato, come se tutto fosse normale, quasi a volerti affidare all’eternità. Ogni tanto qualcuno scendeva per una birra. Ho visto lacrime scivolare via. Ho captato frasi: «Di là, non sarà la stessa cosa» diceva un ingrigito membro della Gioventù Biancoblù, indicando il nuovo stadio oltre la ferrovia. «Chi se ne frega se abbiamo patito il freddo» replicava un altro con al collo una sciarpa «vintage» con i colori sociali. «L’amore per l’Ambrì Piotta va ben oltre questi trascurabili disagi. Prima che la demoliscano, verrò a prenderne un pezzo, che conserverò a casa».

Non so se a Londra si fece altrettanto, quando si trattò di salutare il vecchio e glorioso stadio di Wembley. Idem a Berna con il vetusto Wankdorf e a Basilea con il consunto Sankt Jakob. Mi sorge un dubbio: è la Valascia ad aver dato lustro alla squadra, oppure è quest’ultima ad avere reso mitico il luogo? Opto per la seconda ipotesi, altrimenti sarebbe veramente la fine di una lunga e fantastica storia. Invece il cammino proseguirà. Con tutte le difficoltà, le restrizioni, le frustrazioni alle quali in Valle sono abituati, al punto di essersi creati degli anticorpi.

Non è un caso che l’ultimo atto sia stato celebrato proprio il 5 aprile, 22 anni dopo il giorno più dolceamaro della storia del Club. Quella sera, il duello fra Davide e Golia fu ribaltato. La gioia di potersi giocare il titolo, da piccola squadra di montagna, fu schiantata dalla tristezza per averlo perso contro i potenti cugini cittadini del Lugano. Questo è karma. E i sostenitori dell’Ambrì Piotta ne sono consapevoli. È per questa ragione che, fra pochi mesi, Covid permettendo, si stiperanno sulle tribune del nuovo stadio, e continueranno a cantare, saltare, abbracciarsi, bere, sperare, e festeggiare la salvezza come il più luminoso dei trofei.

Questo perché il miracolo, non volermene cara Valascia, non sei tu, bensì chi da 84 anni, stagione dopo stagione, riesce a mantenere nella massima categoria di un campionato prestigioso, la squadra di un paesino di montagna che conta poche centinaia di abitanti.