L’ombra suadente della contemporaneità

Noi e il tempo - Viviamo una doppia forma di contemporaneità, quella quotidiana e quella generazionale, che ha una funzione strategica nel permettere all’essere umano di dare senso a ciò che fa – Ma può anche essere una trappola
/ 09.08.2021
di Massimo Negrotti

Pochi termini linguistici si presentano, nel loro uso, secondo la stessa elasticità del termine «contemporaneità». In effetti questo concetto esibisce un’estensione piuttosto ampia, che va da quella che si riferisce ad un’intera fase storica, come è per la convenzione introdotta dagli storici, a quella più arbitrariamente breve del lessico quotidiano, come quando ci riferiamo alla contemporaneità di due eventi, quale che sia la loro natura. Ma, al di là di tutto questo, c’è un significato più sottile, che riguarda tutti noi, che conferisce alla contemporaneità un ruolo chiave nella visione del nostro stesso esistere. A questo proposito, potremmo affermare che la contemporaneità, per ciascuno di noi, è l’unica realtà in cui il tempo ci appare con una pregnanza quasi concreta anche se misurabile solo convenzionalmente, e che essa ci accompagna nel corso di tutta la vita. Come sappiamo, fu Sant’Agostino a sostenere che il tempo, concetto che sta al cuore della contemporaneità, non esiste oggettivamente poiché il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora e il presente è una mera illusione, una sola forma di percezione. È proprio da questa ultima sottolineatura agostiniana che, lasciando da parte alcune complesse concezioni del tempo della scienza fisica, val la pena di prendere le mosse per parlare di contemporaneità nella sua funzione psicologica e culturale.

In breve, questa configurazione della contemporaneità è quella che scopriamo, dentro e fuori di noi, ogni mattina al nostro risveglio, che si sviluppa in una miriade di stati successivi ed è fatta di eventi entro i quali cerchiamo equilibri costituiti da emozioni, intuizioni, valutazioni e azioni. Anche quando ricordiamo il passato ci situiamo in questo tipo di contemporaneità e l’oggetto del ricordo non può sottrarsi all’influenza del nostro stato attuale, per cui alcuni dettagli svaniscono mentre altri ricevono particolare enfasi. Ciò vale, del resto, anche per il passato più recente perché la ripetizione intenzionale di un comportamento che ci ha gratificato, che si tratti di un viaggio, di un incontro o di un concerto, non è mai tale da presentarsi con la stessa, identica fisionomia.

Indipendentemente dalla durata temporale convenzionale ma anche dall’intensità psicologica del momento che stiamo vivendo, punto sul quale ha insistito, come è noto, Henri Bergson, la contemporaneità è ciò che viviamo «ora» o «adesso», ed è qualcosa che, come un ombra, ci accompagna costantemente. Per dirla diversamente, viviamo perennemente nel tipo di contemporaneità di cui stiamo parlando perché essa è il solo contesto in cui ci è dato avere coscienza immediata del nostro esistere.

Si pensi alle varie fasi dell’età dall’essere umano: per il bambino, che pur è oggetto di mutamenti biologici notevoli e continui, la contemporaneità è decisamente chiara perché è costituita dagli eventi che i genitori pongono in essere e gli offrono come un contesto che a lui appare fisso e definitivo; l’adolescente comincia ad aprire gli occhi sul mondo esterno e a nutrire desideri di emancipazione ma continua, per lo più, a percepire il suo essere al mondo come una condizione che non prevede ulteriori cambiamenti, valutando se stesso come una realtà data; l’uomo adulto, a sua volta, disponendo di una personalità compiuta, consolida dentro di sé, giorno per giorno, una visione del mondo secondo una immagine sempre più salda di se stesso, cercando di confermarla in ogni «adesso» del suo esistere quotidiano. Quando, poi, si approssima l’età anziana e la biologia riprende sensibilmente in mano la partita, la contemporaneità assume forme, talora grottesche, di tentativi di conferma e riconferma del passato, che si manifestano in atti, in senso generale, «cosmetici» o di penoso giovanilismo, come volesse eternarsi secondo la goethiana aspirazione a fermare l’attimo bello. L’accorciarsi dell’aspettativa di vita, insomma, induce ad aggrapparsi alla contemporaneità quotidiana assegnandole una rilevanza molto più intensa di prima, anche se non sempre secondo la saggezza del carpe diem di Orazio.

Tutto questo, comunque, deve fare i conti, ad ogni generazione, con una contemporaneità nel suo senso culturale più allargato, quella fatta di decenni e, appunto, di generazioni. A questo riguardo, l’anziano tende mediamente a mostrarsi, come già indicato sempre da Orazio, laudator temporis acti e ciò non perché non intuisca che le cose nuove possono offrire vantaggi decisivi rispetto alle pratiche passate, ma perché il centro della sua vita, cioè la contemporaneità che egli aveva intensamente vissuto, includeva altre cose e altri contesti, che conosceva bene e ai quali si era perfettamente adattato. C’è chi constata il progresso che avanza con malcelata tristezza e chi, addirittura, finisce per inveire contro le novità incolpandole di ogni perversione. È ciò che è accaduto, per esempio, nel campo dell’elettronica del calcolo digitale dove la generazione che aveva vissuto e lavorato con i commutatori a comando elettromeccanici accettava con diffidenza il passaggio al mondo delle valvole termoioniche, laddove, chi lavorava con queste, trovava antipatici i transistor, gli esperti dei quali, a loro volta, guardavano con sospetto l’avvento dei circuiti integrati.

In effetti, ad ognuna di queste fasi evolutive della tecnologia corrispondeva una precisa contemporaneità, percepita come fondamentale e irrinunciabile o addirittura conclusiva. Da parte loro, i cosiddetti «nativi» del personal computer o degli smartphone vivono la loro contemporaneità con comprensibile ovvietà e col sorriso sulle labbra quando vengono a sapere dello stato del calcolo elettronico di, poniamo, 40 anni fa, ma il destino che li attende è inesorabilmente lo stesso.

In definitiva la doppia contemporaneità che abbiamo discusso – quella quotidiana e quella generazionale – ha una funzione strategica nel porre gli uomini nella condizione di assegnare senso a ciò che fanno, ma, se concepita come l’ultima realtà possibile, può trasformarsi in una vera e propria trappola. Infatti, essa induce la sensazione che l’esistenza coincida con la concretezza di ciò che siamo, facciamo o accade «qui ed ora» trascurando la serie degli eventi che, in seno ad una contemporaneità più ampia, ci hanno portato sin qui e la serie di quelli che ci attendono dietro l’angolo.