Bibliografia

Gabriele Peroni, Trattato di Fitoterapia Driope, Nuova Ipsa editrice.


La pianta medicinale usata dalle rondini

Fitoterapia - La chiamavano anche erba delle fate, ma il suo nome vero è Chelidonia
/ 23.08.2021
di Eliana Bernasconi

Su questa pianta apparentemente insignificante circolavano nell’antichità molte leggende: posta sul capo di un malato, se questi stava per morire si sarebbe messo a piangere, un malato in via di guarigione si sarebbe invece messo a cantare. Era considerata un portafortuna e chiamata l’erba delle fate, definita «la migliore di tutte le erbe e di tutte la più crudele», crudele perché in forti dosi è velenosa: si raccontava che cavalli, asini e oche passandole accanto girassero la testa e si allontanassero.

Chelidonia – nome scientifico Chelidonium majus L. della famiglia della Papaveracee – è una pianta comunissima e un poco infestante, tipica del bacino mediterraneo. La si trova ovunque: nei terreni incolti, alla base dei muri, ai bordi di strade e sentieri; impossibile non vederla presso i ruderi e le vecchie costruzioni abbandonate. 

Per motivi misteriosi, quest’erba li predilige e li ama. È una delle prime piante a sbocciare a primavera e i suoi fiori a quattro petali di un caldo colore giallo crescono in forma di ombrello, mentre le foglie sono di un verde bluastro tendente al grigio. Il fusto è leggermente peloso alla base, quando lo si spezza o si strappano le foglie emette un liquido dallo spiccato odore caratteristico. Dei suoi semi son ghiotte le formiche. 

Il medico e botanico greco Dioscoride, vissuto ai tempi di Nerone, sapeva che questa pianta fiorisce con l’arrivo delle rondini e muore quando queste stanno per migrare. Vi è nella natura e nel linguaggio una logica segreta: la parola rondine infatti nel vocabolo greco si chiama «Chelidòn». Nella credenza popolare, le rondini curano con la Chelidonia i rondinini ciechi. Secondo il grande scrittore ed erborista Maurice Mességué – che negli anni Settanta seppe risvegliare l’interesse e l’amore per le cure naturali – porzioni di questa pianta vengono strofinate dalle rondini sugli occhi non ancora aperti dei loro piccoli, così facendo il lattice caustico che contiene aprirebbe loro dei lembi di pelle consentendo ai rondinini di vedere. 

In un codice miscellaneo – in latino e volgare, conservato a Genova – raccolto sul finire del ’400 leggiamo: «Chelidonia va raccolta con le sue radici 3 o 4 ore dopo l’alba. Le radici ripulite, sminuzzate e pestate in un mortaio di marmo vanno messe in un’ampolla di vetro e poste sotto sterco equino per 15 giorni, (sic) poi il tutto si distilla». Questo preparato, che non osiamo raccomandare proprio a tutti, era considerato quasi miracoloso, a leggerne il bugiardino: «ottimo farmaco per i nervi come per gli occhi, fortifica e rende allegri, cura sangue e polmoni, fa diventare giovani i vecchi, dà sollievo agli epilettici e paralitici, tira su l’umore della gente debole e malinconica». 

Nella medicina popolare il preparato di qualche goccia di succo fresco di Chelidonia aggiunto all’albume di un uovo sbattuto era applicato come impiastro sugli occhi «deboli» per «rafforzarli». 

Secondo la dottrina delle «segnature» ideata da Paracelso e seguita dai suoi allievi, tutte le cose in natura portano un segno che rivela le loro virtù terapeutiche ed è criterio per farne un rimedio: il lattice giallo intenso che esce dalla Chelidonia e ricorda quello della bile aveva fatto pensare che la pianta fosse indicata per le affezioni del fegato. Secoli dopo, ricerche di laboratorio hanno confermato la supposizione: è noto il suo impiego nei disturbi delle vie biliari e dei sintomi collegati al fegato, ha proprietà analgesiche e sedative, diuretiche e lassative. 

Ma questa pianta è celebre soprattutto per la cura delle verruche e dei porri, che riesce spesso a bruciare ed estirpare completamente producendo una potente reazione locale: è un vero killer per le verruche di lunga data causate da alcuni tipi di papilloma virus. Il suo lattice, di un intenso giallo arancione alla base della pianta, esposto all’aria si ossida rapidamente e scurisce, ed è inoltre ricco di principi attivi dovuti a una ventina di alcaloidi, sostanze basiche che anche in piccole dosi scatenano forti effetti negativi negli organismi animali. Come usavano fare le nonne non troppo tempo fa, si può raccogliere quotidianamente la pianta, spezzandone il gambo e applicando il suo lattice sulla verruca o sui porri fino a completa sicura guarigione. 

Di fatto, la Fitoterapia trova un’ampia applicazione in dermatologia: se non si tratta di disturbi gravi, le erbe offrono molto ad esempio per trattare l’acne, i pruriti allergici, le dermatiti, gli eczemi, le irritazioni; piante usate a tale scopo sono fra molte altre la viola tricolor, la bardana, la piantaggine, la cicatrizzante aloe, la betulla, la calendula, la gramigna, la saponaria.

Maurice Mességué aveva ben compreso che i princìpi attivi delle piante medicinali penetrano non solo attraverso la mucosa gastrointestinale, ma anche per assorbimento cutaneo tramite immersione, grazie alla proprietà delle mani e delle piante dei piedi, ricchi di terminazioni nervose, e per questo consigliava con grande successo l’antica pratica dei pediluvi e maniluvi a base di erbe curative dove anche la Chelidonia trova un suo posto.