La maratona del vaccino

Covid-19 - Risultati incoraggianti, ma ancora nessuno sul podio nella ricerca per immunizzarsi contro il virus sempre più contagioso (non maggiormente aggressivo)
/ 24.08.2020
di Maria Grazia Buletti

«Non è finita, il virus sta sempre lì ad aspettare una sola cosa: che gli uomini si incontrino e che lui possa infettarli, perché in fin dei conti questo è il suo compito», Alessandro Diana, medico vaccinologo all’HUG di Ginevra, pediatra e professore all’Unige, fa il punto della situazione sulla ricerca di un vaccino, e in ragione delle differenze di contagio che separano il Ticino dal canton Ginevra: simili durante la prima ondata virale, queste due regioni svizzere oggi presentano una situazione diametralmente opposta in termini di contagi: «È come quando si è riusciti a domare un pochino l’incendio di una foresta: dalle ceneri è normale che si riaccendano dei focolai qua e là, perché il fuoco, se alimentato, riprende a bruciare. L’attenzione generale va poi dove vediamo il fumo: ora qui, domani là, ecco tutto».

Una buona ragione per mantenere alta l’attenzione: «Tutti sono oramai comprensibilmente stanchi del virus, emerge il bisogno di vacanze, vorremmo che tutto sia finito, ma è proprio ora che dovremmo “metterci un po’ a livello” per evitare il riaccendersi di focolai sempre più ampi». Gli fa eco l’UFSP che mette in guardia la popolazione «sempre meno attenta a igiene e distanza»: «Constatiamo in generale un certo rilassamento da parte della popolazione nel mantenere le misure di igiene e distanziamento sociale, con la conseguenza di mettere in quarantena più persone rispetto a maggio, quando è stato reintrodotto il sistema del contact tracing».

A questo proposito, il vaccinologo Diana ricorda alcuni aspetti imprescindibili di cui tenere conto: «Questo virus, sempre presente, si è adeguato in un’unica cosa: sappiamo che ha modificato una proteina della sua corona per adattarsi meglio alle cellule umane. Ciò significa che la contagiosità interumana è molto più elevata: il virus non è di per sé più aggressivo (le persone che necessitano di ospedalizzazione sono sempre circa il 20 percento del totale degli infettati), ma è chiaramente in grado di contaminare meglio gli esseri umani e questo corrisponde a una maggiore carica virale di chi è infettato». Ecco perché, spiega, oggi sappiamo che le persone asintomatiche infettate sono il 40-45 per cento del totale.

Diana sente il bisogno di rivolgersi anche ai giovani, in ragione dell’abbassamento dell’età di contagio: «Sebbene nei giovani il rischio di mortalità sia minore, stiamo imparando che questo virus comporta pure conseguenze a lungo termine sulla salute. Dunque, avere meno fattori rischio per i giovani non significa che non possano essere soggetti, una volta contagiati, agli effetti debilitanti di lungo termine; pensiamo ai fattori cardio-polmonari, addirittura miocardite per alcuni casi, insufficienze cardiache…».

Lo specialista pensa si sia privilegiata la comunicazione ai gruppi a rischio e agli anziani, dimenticando forse di rivolgersi direttamente anche ai giovani. E il messaggio è chiaro: «È vero che la mortalità è bassa, ma rimane il rischio di sequele a lungo termine che non vanno sottovalutate. Se ciò va spiegato ai giovani sotto i 30 anni, questi saranno in grado di comprendere l’importanza di proteggere non solo genitori e nonni, ma anche loro stessi con le misure adeguate oramai note».

Sulle misure per contrastare il Coronavirus subentra il discorso della ricerca di un vaccino dalla provata efficacia. Le notizie si susseguono e, più che uno sprint, la corsa intrapresa da decine di laboratori in tutto il mondo nella ricerca di un vaccino contro il Covid-19 appare come una maratona. È oramai palese che il processo di ricerca di un vaccino efficace e sicuro necessita tempi lunghi, così come, a giusta ragione, è lungo il processo di concessione delle licenze, anche in Svizzera. Ma la speranza di trovarlo quanto prima prevale, alimentata dalle tante notizie quotidiane di singoli studi portati avanti a livello mondiale.

Il portavoce di Swissmedic (organismo svizzero incaricato di autorizzare e controllare gli agenti terapeutici) Lukas Jaggi ha affermato: «Un vaccino per l’autunno? No, è un malinteso. Ciò che ci auguriamo per questo autunno è l’inizio delle prove della fase 2». Sulla stessa linea Diana: «Di norma ci vogliono da 10 a 12 anni dai primi test di laboratorio all’arrivo sul mercato di un prodotto di provata efficacia; oggi l’emergenza globale e la ricerca globalmente condivisa (COVAX) permetteranno di accelerare alcune fasi, ma non tutte».

Egli sottolinea che nessuno parla mai abbastanza dell’efficacia: «E invece si dovrebbe! La storia ci insegna che ad oggi la probabilità che un singolo vaccino funzioni è del 10 per cento», da qui l’importanza dell’odierna ricerca condivisa, seppur con metodi differenti, su circa 200 possibili vaccini: «A un certo punto si troverà qualcosa: forse uno o, meglio, più di un vaccino che funzioneranno, e sarebbero davvero i benvenuti».

È appurato che la portata della pandemia abbia dato un notevole impulso alla ricerca su questo nuovo virus. Prova è che, a proposito di vaccino, a inizio agosto la «NZZ am Sonntag» riporta che in sei importanti ospedali svizzeri è tutto pronto per il primo grande studio di un vaccino contro il Coronavirus: «Nelle prossime settimane potrebbe essere somministrato a circa mille candidati al vaccino di Moderna, ma per ora l’inizio è bloccato perché mancano otto milioni di franchi per il suo finanziamento».

In Ticino, ai microfoni della RSI, il direttore dell’Istituto di scienze farmacologiche della Svizzera italiana professor Alessandro Ceschi ha dichiarato che l’Ente ospedaliero cantonale potrebbe essere uno tra i sei ospedali svizzeri scelti per l’avvio dei test del vaccino: «La coordinazione di questo studio è nelle mani di un istituto basilese che si è già attivato con i grossi centri universitari e medici, tra cui l’EOC. Bisogna creare una rete di centri di ricerca clinica che possano arruolare volontari e testare il vaccino nell’ambito di questo studio».

Per ora, comunque, Diana ribadisce: «La massiccia ricerca è promettente, ma ricordiamoci che bisognerà poter disporre di un vaccino efficace e sicuro. Ecco perché, per ora, il miglior vaccino di cui disponiamo è di non prendere la malattia, attuando i comportamenti che fungono da barriera ed evitano l’infezione». Egli lascia aperto lo scenario sulla problematica del futuro: «Trovato il vaccino, come si farà a distribuirne miliardi di dosi? Quali saranno i problemi di produzione e distribuzione da superare? Certo, se ne avremo più d’uno di provata efficacia, anche la distribuzione equa e completa del vaccino ne beneficerà». E sulla ricerca ribadisce l’importanza dell’unione che fa la forza: «Stati, distribuite i vostri investimenti a favore di una ricerca costruttiva!».