Fallire fa parte della vita

Intervista – Il fallimento ci connette tutti e ci rende umani. Ce lo insegna Elizabeth Day, giornalista inglese che nel suo podcast invita gli ospiti a parlare dei propri momenti difficili
/ 26.07.2021
di Natascha Fioretti

Nel mondo anglofono Elizabeth Day è un nome che non lascia indifferenti. Per i suoi romanzi, certamente, Scissors, Paper, Stone ha vinto il Betty Trask Award ed è stato il libro dell’anno per l’«Observer», Paradise City è stato nominato uno dei migliori romanzi del 2015 dall’«Evening Standard», The Party è diventato un bestseller. Ma, soprattutto, per il suo podcast How to fail with Elizabeth Day su Apple e Spotify in cui, una volta a settimana, invita i suoi ospiti, filosofi, scrittori, calciatori, psicoterapeuti, popstar a parlare a cuore aperto dei loro fallimenti. Lo so, quello del fallimento è un tema poco estivo, ora che tutti siamo intenti a postare sui social foto di spiagge scintillanti e serate mondane sui social. Ma il fallimento esiste ed è dietro l’angolo, parola di Elizabeth Day che in un libro appena uscito per la collana Beat di Neri Pozza L’arte di saper fallire. Cosa fare quando tutto va male ci invita ad abbracciarlo con più positività, come un’esperienza in grado di plasmarci: «Se glielo consentiamo, può insegnarci qualcosa».

Classe 1978, nata in Inghilterra e cresciuta nel nord dell’Irlanda, con un pizzico di orgoglio mi racconta della sua nonna della Svizzera francese, cuoca sublime di ratatouille e fondue. Ma cosa l’ha spinta a vendere il suo abito da sposa su eBay e scommettere tutto su un podcast? Ce lo racconta in questa intervista.

A che punto della sua carriera professionale è nata l’idea?
Quando una mia lunga relazione finì all’improvviso costrigendomi a rivalutare molte cose. Qualche tempo prima era finito anche il mio matrimonio, avevo deciso di lasciare la mia collaborazione con l’«Observer» e diventare una giornalista indipendente. Ero stanca di intervistare le celebrità mettendo in luce i loro successi e mai le loro fragilità. Mi sentivo una fallita, all’alba dei miei quarant’anni ero single, senza figli, un matrimonio alle spalle e nessuna idea del futuro. Insieme, la mia esperienza personale e la mia insoddisfazione professionale mi hanno indicato la strada: intervistare personalità e gente comune chiedendo loro di aprirsi, di raccontare cosa nella vita è andato storto.

Da giornalista della carta stampata perché ha scelto il podcast?
Simbolicamente ho messo in vendita su eBay il mio vestito da sposa, ho investito il ricavato nel progetto, ho trovato chi si occupasse della parte tecnica, gli sponsor e nel luglio del 2018 sono partita. Da subito ho pensato che fosse il formato più adatto perché molto democratico. Con il podcast instauri un dialogo intimo, nel mio caso una conversazione tra amici. How to fail with Elizabeth Day doveva essere un posto sicuro in cui le persone condividono le loro vulnerabilità. Volevo creare una conversazione fluida e naturale che avesse una propria integrità.

Secondo quali criteri sceglie i suoi ospiti?
Non avendo un’esperienza o un’identità consolidata come podcaster inizialmente mi sono affidata ad amici e contatti nel mondo del giornalismo. Phoebe Waller-Bridge, autrice della serie tv Fleabag, è stata una delle prime e ha immediatamente portato attenzione e ascolti. Dopo il successo delle prime due stagioni le persone hanno iniziato a proporsi, molti editori a contattarmi, si è creato un passaparola virtuoso. Nella selezione mi affido al mio istinto e tengo conto della diversità.

Si diceva che il podcast è molto democratico, concetto che applichiamo spesso anche ai social network dove però, tra la bulimia di successi, debolezze e fallimenti non trovano spazio.
Quando durante una pandemia sei chiuso in casa con i bimbi, cerchi di tenere insieme il tuo lavoro e il tuo equilibrio mentale è messo a dura prova è davvero complicato confrontarti con la migliore versione degli altri. Voglio smantellare quest’idea per cui gli altri stanno meglio di noi, ecco perché spesso invito a raccontarsi personalità famose. Tutti abbiamo i nostri momenti difficili. Per questo sostengo che il fallimento è democratico mentre i social media non lo sono. Ci mostrano solo minuscole parti dell’esistenza di una persona.

Il fallimento capita ma non ci definisce. Qual è il messaggio del suo libro?
Il fallimento ci connette tutti, ci rende più umani. Il testo è una sorta di vademecum tascabile che unisce i consigli del tuo migliore amico e del tuo terapista per ricordarti che il fallimento fa parte della vita. Quando smetti di stigmatizzarlo, perde il potere di danneggiarti.

L’eccitazione di un buon risultato, in passato, le dava delle soddisfazioni temporanee inducendola a confondere chi era con le cose che faceva. Ma noi non siamo ciò che facciamo come diceva Aristostele?
Confondevo l’approvazione degli altri con l’amore e l’autostima. Ho imparato a volermi bene indipendentemente dai miei successi o insuccessi. La più grande lezione di umiltà è stata l’esperienza della fertilità. Ho sempre voluto dei bambini, ho provato infinite volte ad averne e infinite volte ho fallito. Ho imparato che nella vita ci sono cose che esulano dal nostro controllo. Ho imparato a prendere le distanze, tutti dobbiamo farlo, distanziarci dai marcatori di successo che valgono per gli altri e decidere i nostri, cosa ha valore per noi.

È vero che gli uomini, rispetto alle donne, hanno una differente percezione del fallimento?
All’inizio tutti gli uomini, eccetto uno, mi dicevano di non avere mai fallito nella vita e di non sentirsi adatti a partecipare. Le donne, al contrario, sentivano di avere fallito così tante volte che scegliere tre episodi da raccontare, come chiedo nel programma, sembrava loro impossibile. In verità ho imparato che gli uomini hanno un modo diverso di intendere il fallimento, non lo etichettano come tale e non lo vedono come un ostacolo o qualcosa che li definisce. Così più il podcast cresceva più il numero degli uomini aumentava. In passato non gli abbiamo insegnato a parlare la lingua della vulnerabilità, cosa che accade con i bimbi di oggi.

Ci dice che da un fallimento possono nascere nuove opportunità. A lei come è andata?
In settembre inizierà la dodicesima stagione del podcast. Nel frattempo mi è stato proposto di condurre il programma radiofonico Radio 4’s Open Book della BBC e Arts Book Club Live su Sky. Curo una rubrica su «You magazine» del «Mail on Sunday».

Non male per una giornalista che aveva deciso di essere indipendente, in più qualche settimana fa Elizabeth Day è convolata a nuove nozze. Sembra essere vero che ci sia luce in fondo al tunnel.