Una sfida all'ultima tecnologia

La Cina lancia il cripto-yuan come valuta globale, in alternativa al dollaro, e domina anche il settore dei semiconduttori
/ 19.04.2021
di Federico Rampini

Nel Trecento Marco Polo ebbe davanti a sé un’innovazione formidabile eppure non seppe riconoscerne l’importanza: nella Cina del Kublai Khan circolava già la moneta cartacea, mentre l’Europa era ferma al metallo, ma il viaggiatore veneziano nel suo Il milione la menziona di sfuggita, come una curiosità. Sette secoli dopo gli americani potrebbero commettere un simile errore, sottovalutando l’avanzata della Cina nella criptovaluta?

La Cina ha già preso una lunghezza d’anticipo, da anni, sullo sviluppo dei mezzi di pagamento digitali con l’uso dei cellulari. È in vantaggio sugli Stati uniti sulla 5G (acronimo di «fifth generation», termine che indica la tecnologia di telefonia mobile di quinta generazione, più potente e veloce delle precedenti). Ora il Governo di Pechino stampa valuta digitale, che può scuotere un pilastro della potenza americana. La Cina è un terreno fertile per questo tipo d’innovazione, le sue applicazioni di pagamento digitale su smartphone come «Alipay» di Alibaba e «WeChat», sono molto più diffuse di quanto lo sia in America un sistema equivalente come «Apple Pay». Ma queste sono solo delle tecnologie che spostano la moneta tradizionale in modo elettronico.

Il salto verso la criptovaluta trasforma la moneta stessa in un codice informatico. È quel che ha fatto un pioniere come bitcoin, che però esiste al di fuori dei sistemi regolati dalle banche centrali, pertanto non ha valore legale. Bitcoin è soggetto a fluttuazioni selvagge, che contraddicono il ruolo di uno strumento di pagamento. Perché una moneta sia di uso quotidiano, le chiediamo una certa stabilità. La Cina si appresta a darle proprio questo: una criptovaluta che ha dietro la banca centrale e offre garanzie che bitcoin non può dare. Al tempo stesso aumenta la capacità del Governo cinese di controllare la sua popolazione. La tracciabilità infatti è totale. Il cripto-yuan o cripto-renminbi nega un principio di bitcoin che è l’anonimato dell’utente.

Ma a Washington fa paura l’ambizione esplicita di Pechino di lanciare il cripto-yuan o cripto-renminbi come una valuta globale, un’alternativa al dollaro. Questo fra l’altro ridurrebbe l’efficacia delle sanzioni americane, legata in prevalenza al ruolo del dollaro nel sistema internazionale dei pagamenti. Xi Jinping ha affermato il suo obiettivo: deve essere la Cina a stabilire le regole mondiali nelle criptovalute, così come fu l’America nel 1944 (alla conferenza di Bretton Woods) a creare le regole del sistema monetario post-bellico. Finora quel sistema vecchio di 77 anni resta in piedi almeno per la centralità del dollaro, che continua ad essere usato per l’88 per cento delle transazioni sui mercati dei cambi, mentre lo yuan rappresenta solo il 4 per cento. Che le criptovalute possano intaccare la supremazia del dollaro è un timore condiviso da Federal reserve, Casa Bianca e Congresso.

L’America ha sempre usato il predominio del dollaro come un’arma geostrategica. Quando Washington infligge sanzioni contro l’Iran, la Corea del nord, Myanmar, quando colpisce alti dirigenti cinesi per gli abusi commessi a Hong Kong o nello Xinjiang, quelle sanzioni fanno male perché 21 mila banche mondiali si adeguano pur di non correre il rischio mortale di essere isolate dal circuito del dollaro. Di recente Hong Kong ha dovuto pagare la sua governatrice con valigie di banconote, dopo che Carrie Lam è stata messa su una lista nera dagli americani. Ma questa efficacia delle sanzioni verrà ridimensionata se una parte del mondo dovesse convertirsi al cripto-yuan, che circolerebbe senza transitare dalle banche estere né dal sistema Swift che gestisce i trasferimenti di fondi internazionali.

In una manovra militare virtuale, un war game organizzato dall’Università di Harvard nel 2019, un gruppo di esperti americani di strategia ha simulato uno scenario in cui la Corea del nord sviluppa missili a testata nucleare finanziandoli con criptovaluta cinese. Più ancora dei missili, gli esperti americani hanno trovato terrificante questo uso del cripto-yuan. Fra le tante infrastrutture che Joe Biden deve pensare a modernizzare, quella dei pagamenti digitali è stata trascurata troppo a lungo. Una parte del pianeta potrebbe scivolare nell’orbita monetaria della Cina per rendere invisibili i suoi affari agli americani.

Un altro terreno dove si accentua la sfida tecnologica fra Cina e Stati uniti è l’industria dei semiconduttori (che includono micro-chip, circuiti integrati, memorie). General motors e Ford hanno dovuto rallentare o fermare stabilimenti per una penuria di semiconduttori che sono componenti essenziali delle auto, e nel resto del mondo dalla Toyota alla Volkswagen molte grandi case automobilistiche soffrono di questa crisi. Sullo sfondo c’è il ruolo strategico di un settore industriale che ha catturato l’attenzione di Joe Biden. Il presidente Usa ha convocato un summit con tutti i chief executive dell’industria dei micro-chip per affrontare l’emergenza. E nell’ultima legge di bilancio che Biden ha annunciato – il piano d’investimenti decennali da 2000 miliardi – 50 miliardi di dollari andrebbero a finanziare questo importante settore.

Chip o semiconduttori sono i minuscoli cervelli o memorie che fanno funzionare computer, cellulari, e molti altri apparecchi. Danno il nome alla Silicon Valley, letteralmente, perché il silicio è un materiale usato per fabbricarli. Però da tempo la Silicon Valley ha perduto il primato mondiale in questa produzione. Un tempo Intel era la regina mondiale, da anni ha dovuto cedere lo scettro a concorrenti asiatici, due in particolare: il gigante di Taiwan Semiconductor manufacturing company, e la Samsung sudcoreana. Queste due aziende hanno una posizione dominante soprattutto nei microchip più avanzati.

Quando i lockdown del 2020 hanno paralizzato o perturbato la logistica globale, è suonato un campanello d’allarme a Washington. Il Pentagono si è spaventato per l’eccessiva dipendenza dell’industria militare americana da semiconduttori fabbricati sulla sponda opposta del Pacifico. La pandemia ha rivelato la fragilità di catene logistiche globali troppo dilatate. Che accadrebbe – si sono chiesti i vertici militari americani – se la Cina dovesse bloccare le rotte navali che da Taiwan e dalla Corea del sud riforniscono l’America di microchip? Nel frattempo la Cina stessa si è allarmata, perché Donald Trump stava cominciando a imporre restrizioni sull’export di microchip made in Usa verso la grande rivale. Quasi in contemporanea sono partiti due piani paralleli, uno americano e l’altro cinese per consentire un’autosufficienza producendo semiconduttori in casa.