Regolare le nascite senza profilattici

Fra scienza e rito - Il controllo demografico nelle società tribali era utile per garantire alla popolazione salute e prosperità, ma le pratiche utilizzate erano certamente troppo triviali
/ 21.11.2016
di Roberta Nicolò

Nelle società preindustriali, ma anche tra gruppi stanziati in zone remote e difficili, mantenere il controllo sulle nascite era un fattore importante per garantire al gruppo un apporto di cibo sufficiente al suo sostentamento. Il corretto regime alimentare, in modo particolare i livelli di proteine bilanciate, aumentavano notevolmente la capacità di guarire, o addirittura di non contrarre, certe infezioni come il morbillo, la dissenteria, la pertosse, la tubercolosi o il semplice raffreddore. Molte grandi malattie epidemiche, come il vaiolo o il colera, erano presenti maggiormente in popolazioni ad alta densità, mentre tra i piccoli gruppi di cacciatori e raccoglitori, sparpagliati su vaste aree o nelle piccole culture di villaggio, erano assai meno frequenti.

Uno degli obiettivi del controllo demografico era quello di ridurre al minimo gli oneri per elevare al massimo i vantaggi della riproduzione e assicurare così alla popolazione salute e prosperità. Oggi le società industrializzate, e soprattutto le società occidentali, non hanno più bisogno di regolare in maniera ferrea la crescita demografica. Il calo della natalità, iniziato con l’introduzione e la diffusione dei moderni metodi contraccettivi, ha sopperito alla netta diminuzione del tasso di mortalità e al progressivo invecchiamento della popolazione. Molte delle malattie, come la scarlattina, la febbre gialla, la malaria e l’influenza, sono state debellate o tenute sotto controllo con la scoperta di vaccini e cure efficaci e, inoltre, l’economia di mercato ha radicalmente cambiato i metodi produttivi garantendo un certo benessere generale. 

Ma come si regolavano le nascite in un’epoca in cui non esistevano profilattici e contraccettivi?

La crescita demografica veniva regolata attraverso delle pratiche determinate culturalmente e che oggi possono sembrare inumane e inaccettabili. Erano usi che mettevano spesso a rischio la salute e perfino la sopravvivenza delle donne e dei bambini. Oggi molti di questi metodi non sono più accettati, sono stati vietati e considerati incivili. 

Uno dei comportamenti più diffusi, spiega l’antropologo e psicanalista ungherese George Devereux in uno scritto del 1967, consiste in pratiche di aborto dirette o indirette. Secondo Devereux (che ha preso in esame 350 differenti società in diverse parti del mondo), l’aborto si può considerare un metodo universale. Quello che si distingue è la prassi con cui viene eseguito, che varia tra le diverse popolazioni. Spesso i procedimenti adottati, soprattutto se praticati senza le dovute attenzioni e in contesti non idonei, si rivelavano fatali per le gestanti. Ecco perché oggi nella maggior parte del mondo e soprattutto nelle società occidentali, l’aborto è eseguito da un medico specializzato in un contesto di ospedalizzazione, atto a garantire la salute della paziente. 

Anche l’infanticidio era una pratica molto comune. Ancora oggi, alcune società che vivono in zone povere o isolate, praticano questa forma di contenimento demografico. L’infanticidio indiretto, per esempio, è esercitato privando il neonato del giusto nutrimento o attraverso il suo mancato accudimento. Ma ci sono anche realtà in cui si può assistere all’uccisione diretta del bambino, che viene soppresso appena nato.

Per alcune popolazioni, come gli amazzonici Yanomami, il confine tra aborto e infanticidio è molto sottile, poiché praticato direttamente sulla gestante al settimo mese di gravidanza, stimolando un parto precoce che si conclude spesso con la morte del feto prematuro. Gli Yanomami subiscono una forte pressione demografica, determinata dall’ambiente in cui vivono. Hanno un’economia di sussistenza basata soprattutto sulla coltivazione di banani, che non garantisce però il giusto apporto proteico. La poca carne a disposizione viene procurata attraverso la caccia, ma la carenza di selvaggina mette gli Yanomami nella condizione di dover controllare costantemente la crescita della popolazione, per evitare il sovrappopolamento. Un numero troppo elevato di individui nel gruppo lo indebolirebbe, facendolo cadere preda delle malattie. 

L’infanticidio, in alcune realtà, può essere praticato anche su bambini più grandi. Molte società, infatti, considerano il bambino un essere umano solo dopo il compimento dei tre anni d’età e celebrano l’avvenimento con speciali riti di passaggio. Fino a quel momento il piccolo, se si ammala, viene lasciato morire, poiché non considerato ancora parte della comunità. 

Nel nord est del Brasile, una regione molto estesa con siccità periodiche, malnutrizione cronica e una povertà molto diffusa, l’indice di mortalità infantile è estremamente elevato. Uno studio dell’antropologa statunitense Nancy Scheper Hughes del 1984 rivela che alcuni decessi post natali e infantili, riportati da un campione di 72 donne, erano da definirsi come forme di infanticidio indiretto. Sempre secondo questi studi, le madri dimostravano la loro preferenza per bambini vivaci e attivi, mentre ai figli con caratteristiche opposte non veniva fornita assistenza medica e non erano nutriti quanto i fratelli più forti.

Ma c’erano anche metodi meno cruenti con i quali regolare le nascite e contenere l’aumento della popolazione. Per esempio posticipando lo svezzamento del bambino e allungando il periodo di allattamento. O ancora con l’introduzione di tabù comportamentali che favorivano l’astinenza o impedivano i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio.

La scienza e la medicina hanno contribuito a cambiare radicalmente il comportamento degli esseri umani, influenzando lo sviluppo di un’etica nuova, che disapprova condotte ritenute accettabili solo fino a qualche decennio fa.