In cerca di alberi nel bosco dei nomi

Dendronimia - La toponomastica alpina indica la stretta relazione che intercorre da millenni tra uomo e alberi
/ 11.05.2020
di Alessandro Focarile

Come una buona torta millefoglie, i nomi dei luoghi (topónimi) nelle Alpi rivelano una storia umana millenaria, costruita attraverso la sovrapposizione di alterne presenze Liguri, Celtiche, Romane, Franche, Longobarde, Saracene, Germaniche e Slave, nell’arco temporale di oltre 5mila anni. In un incessante «andare di popoli», da Est a Ovest, dal settentrione al meridione. Oetzi, la mummia del Similaun, percorreva un tratto delle Alpi orientali 5400 anni or sono. E da sempre, il destino degli uomini è stato associato a quello degli alberi.

Fino a una certa quota, gli alberi erano una parte fondamentale e costitutiva della vita quotidiana, scandita attraverso una serie di azioni e funzioni vitali. Taluni boschi erano considerati sacri (le silvae sacrae dei Romani), dimora di divinità venerate e temute, alle quali si chiedeva benevolenza e protezione. Altri boschi erano da sfruttare per il legname, per la selvaggina che ospitavano, e per i frutti che offrivano.

In definitiva, negli stessi luoghi, ogni popolo che si è succeduto nel possesso del territorio ha lasciato la sua traccia linguistica, dando un nome a ciascun albero, che costituiva la cornice del suo vivere quotidiano. La toponomastica alpina, giunta fino ai nostri giorni, è infarcita con questi nomi (dendrónimi, dal Greco dendros = albero), i quali, nel corso del tempo, hanno subìto molte variazioni anche errate di scrittura, e in funzione della posizione geografica di essi. Un esempio molto evidente ci è offerto dal nome dell’Abete rosso (Picea abies). Albero di origine siberiana, ha colonizzato un po’ alla volta le Alpi da Nord-Est dopo la ritirata dei ghiacciai (12mila-15mila anni da oggi). Grazie alle analisi dei suoi pollini contenuti nelle torbiere studiate, sappiamo che questo albero era presente in Carinzia circa 10mila anni or sono.

Spostandosi lentamente, ma inesorabilmente, verso Ovest, l’Abete rosso è penetrato nel Vallese 4mila anni fa, per terminare la sua avanzata in Valle d’Aosta e in Savoia poco meno di 2mila anni da oggi. Da Est verso Ovest il suo nome è mutato di poco: da Cortina d’Ampezzo alla Valle d’Aosta intercorrono circa 500 chilometri. Da pez, attraverso peccia, pescen, si è addolcito nel francofono pessey (fig. 1).

Ben differente è il caso del Pino cembro (cirmolo, fig. 2), albero che si è conservato in distretti di rifugio delle Alpi sud-occidentali anche durante le avanzate glaciali dell’ultimo periodo Quaternario, oltre ad avere conosciuta una successiva migrazione dalla taiga siberiana, sua patria primaria di origine. Una duplice colonizzazione che ha configurato, nel tempo, il suo areale alpino.

«Oggi nelle Alpi rappresenta un relitto, anche in confronto a tempi storici non antichissimi nei quali dovette aver diffusione ben più estesa. Ne fanno testimonianza gli esemplari rimasti qua e là solitari, molto al disopra dei limiti attuali delle foreste, i resti subfossili delle torbiere, la diffusione dei toponimi derivati dai nomi volgari dell’albero. Pare assai verosimile che vi sia stata un’epoca post-glaciale in condizioni climatiche tali che i valichi alpini, ora spogli di foreste, del Grimsel, del Gottardo (del Lucomagno = grande bosco), del Bernina, dovevano nereggiare di folte selve di Cembri» (Penaroli & Giacomini, 1958).

Non a caso, il Pino cembro (cirmolo) ha tutt’oggi nomi che rivelano una sua presenza molto più antica rispetto a quella dell’Abete rosso. Dall’arcaico elv delle Alpi piemontesi fino a Zirben del Tirolo, attraverso arolley, arolla, arbola, arbeola, Arven. Il nome dell’albero, attribuito dai primi occupatori del territorio, si è conservato fino ai nostri giorni, vero fossile vivente della toponomastica alpina.

Inoltre, i nomi degli alberi, in vernacolo, documentano spesso l’esistenza del bosco a quote notevolmente superiori (200-400 metri) rispetto al limite altimetrico attuale, testimo-niando la presenza umana passata in località alpine per noi oggi impensabili. In altri casi, il bosco attuale non ha più le stesse presenze arboree rispetto al passato, ma il nome primigenio si è conservato. Per esempio, dove c’erano i pini silvestri (dasei, dal Maghrebino dasà, dajey Valdostano, dailley Vallesano), oggi vegetano i castagni piantati dall’uomo. Oppure, dove prosperavano i pini cembri (arolley), oggi non c’è più un albero. In quanto la copertura boschiva, attraverso i secoli, è stata fortemente depauperata e penalizzata dai disboscamenti finalizzati all’estensione di vaste aree destinate al pascolo.

In Valle Bedretto, per restare in terra ticinese, è ubicata la vasta Alpe Pesciora, il cui nome testimonia la remota presenza del pesc (peccia, Abete rosso).

Agra per l’acero, eghen e igher per il maggiociondolo, roveredo per la quercia rovere. L’esplorazione linguistica dei nomi di luoghi, attribuiti agli alberi, potrebbe continuare a lungo: c’è solo l’imbarazzo della scelta, e la curiosità di apprendere.

L’ultima curiosità: Zerbion, ovvero grande zirben, a testimoniare la presenza del germanofono popolo Walser in Valle d’Ayas, 800 anni or sono.

Bibliografia
Fenaroli L. & Giacomini V., La Flora. Conosci l’Italia vol. II, Touring Club Italiano (Milano, 1958), 272 pp.