Covid – I pazienti ad «alto rischio»

Persone sotto dialisi o che hanno subito un trapianto di reni hanno dovuto affrontare con grande cautela l’anno di pandemia
/ 10.05.2021
di Maria Grazia Buletti

«Sono stato trapiantato da poco e ricordo la telefonata notturna del 5 febbraio scorso nella quale dall’Ospedale universitario di Zurigo mi hanno informato di avere un rene per me. Ero in lista d’attesa da 5 anni, anche se ho dovuto sospendere un periodo per questioni di salute, e temevo che la situazione creata dal Coronavirus avrebbe potuto ritardare ulteriormente il trapianto». 

Così non è stato per il nostro interlocutore che racconta come ha trascorso, prima da paziente dializzato e poi da trapiantato, il periodo della pandemia in cui si è compreso che l’insufficienza renale è un fattore di alto rischio di complicazioni per chi contrae il Covid: «Sapevo che se avessi preso il Covid avrei corso più rischi di altre persone e ho sempre fatto attenzione a chi frequentavo, cercando di capire chi fosse e se si comportava responsabilmente. Ad esempio ho chiaramente intimato di stare alla larga a una persona che non rispettava l’isolamento malgrado avesse il Covid. Non mi sono lasciato sopraffare dalla paura nemmeno quando mi recavo in ospedale 4 volte alla settimana per sottopormi a emodialisi: medici e sanitari hanno saputo mettere a proprio agio tutti noi dializzati, anche nella trasferta di mesi all’Ospedale Regionale di Bellinzona perché Locarno era diventato un centro Covid. Una grande famiglia, in cui ci siamo sentiti a nostro agio e siamo stati aiutati a capire come proteggerci. Sarò vaccinato tra poco, perché, a causa dei farmaci antirigetto, bisogna aspettare circa tre mesi dopo il trapianto perché il vaccino sia efficace». 

      Egli ha vissuto consapevolmente la sua condizione durante l’anno di pandemia che lo ha visto passare da paziente emodializzato a trapiantato. L’emodialisi (dal greco àima – sangue, e diàlysis – scioglimento) è una terapia fisica sostitutiva della funzionalità renale a cui si devono sottoporre più volte alla settimana pazienti nei quali essa è fortemente ridotta, mentre il trapianto renale è l’intervento chirurgico che consiste nel prelevare un rene sano da un donatore (deceduto o donatore vivente) e impiantarlo in una persona con insufficienza renale terminale. 

Per chi è affetto da insufficienza renale irreversibile, il trapianto di rene costituisce un’alternativa alla dialisi in grado di assicurare la sopravvivenza anche grazie all’assunzione di farmaci antirigetto che però, per evitare il rigetto dell’organo, inibiscono il sistema immunitario. «Ciò spiega l’alto rischio che corrono questi pazienti più delicati a fronte di agenti patogeni come il Coronavirus», esordisce il dottor Pietro Cippà, primario di nefrologia EOC. La sua capo clinica Jennifer Scotti Gerber ribadisce: «L’insufficienza renale è un fattore di rischio importante nei pazienti Covid e si può comprendere quanto pesante sia stato quest’anno per i nostri pazienti». Dal canto suo Cippà ricorda: «Un anno in cui tutto il sistema sanitario ha dovuto rivedere le proprie priorità, soprattutto durante la prima ondata in cui ancora poco o nulla si sapeva, e in brevissimo tempo abbiamo dovuto assistere e trovare il modo per proteggere tutti i pazienti dializzati, ad esempio trasferendo verso l’Ospedale Regionale di Bellinzona tutti quelli della dialisi di Locarno. Quei primi mesi il programma trapianti era stato sospeso, suscitando parecchie preoccupazioni dei nostri pazienti». 

In Ticino, le persone bisognose di emodialisi sono oltre 200, mentre i trapiantati 10 – 15 all’anno, fra i quali ora c’è pure il paziente che ci ha raccontato l’esperienza vissuta nel periodo di pandemia. Il primario di nefrologia è soddisfatto del bilancio di questi mesi complicati: «Ci siamo occupati di tutti gli aspetti sanitari, sostenendo e curando correttamente i nostri pazienti, senza dimenticare i rapporti coi centri trapianti della Svizzera interna per assicurarci che tutto potesse comunque proseguire, in attesa del vaccino». Una gestione delle risorse che ha lasciato spazio a un nuovo assetto per assicurare le cure necessarie, racconta Gerber: «Abbiamo curato e visitato i nostri pazienti trapiantati che, soprattutto nelle prime fasi post trapianto, vanno seguiti assiduamente». Una presa a carico per nulla banale dei primi mesi, resa possibile dalla gestione condivisa fra i centri trapianti e il Ticino che oggi dispone delle necessarie competenze, sottolinea Cippà: «Questo attraverso una multidisciplinarietà funzionale assicurata da figure curanti e specialisti per la gestione di tutti i casi: un sistema sviluppato negli ultimi anni che, con l’arrivo del Covid, ci ha permesso di curare tutti i nostri pazienti nel migliore dei modi evitando frequenti trasferte in treno e i relativi rischi aumentati durante la pandemia». 

L’immunosoppressione è pure un tema complesso per rapporto al Covid, spiega Cippà che parla di «dati un po’ discordanti» anche nella letteratura scientifica: «Sappiamo che le infezioni nel paziente immunosoppresso portano a esiti negativi, ma in certi contesti si sono usati immunosoppressivi a scopo terapeutico per evitare il decorso Covid in parte legato a un’esagerata risposta del sistema immunitario. Oggi possiamo affermare che il rischio, per i pazienti immunodepressi non è estremamente più alto, ma abbiamo comunque consigliato ai pazienti trapiantati di proteggersi con mascherine, disinfezione e attenzione». Sin dall’inizio, l’estrema cautela e l’accurata gestione hanno permesso di proteggere adeguatamente la maggior parte dei pazienti: «Abbiamo giocato d’anticipo con la prevenzione, applicando le misure di quando ci sono rischi aumentati». 

Resta il discorso del vaccino cui ora possono accedere i pazienti ad alto rischio: «La gestione rigorosa ed efficace da parte delle autorità e degli organi competenti ha permesso di dare, laddove necessario, una priorità a quei pazienti che sarebbero dovuti essere presto trapiantati perché poi, a causa dell’alta immunosoppressione, si sarebbe dovuto aspettare tre mesi dal trapianto: un periodo già troppo critico per rischiare di contrarre anche il Covid, a scapito della riuscita del trapianto stesso, e una misura a beneficio della collettività». 

L’efficacia del vaccino nei dializzati è pure un tema: «Il loro sistema immunitario è meno efficace di quello della popolazione sana e all’EOC stiamo svolgendo uno studio di monitoraggio sierologico con tutti i pazienti dei centri dialisi (prima, durante le ondate Covid e ora, dopo il vaccino). I dati mostrano un’efficacia un po’ minore che nella popolazione, ma potremo comunque valutarli per rapporto a cosa aspettarci dai vaccini con questi pazienti». Pazienti che pensano al vaccino con un certo sollievo: «Permetterà a parecchi di loro di ritrovare una certa normalità».