Le morte stagioni

/ 02.09.2019
di Franco Zambelloni

«Non ci sono più le stagioni di una volta!»: questo è il lamento che si sente sempre più spesso, ora che le bizzarrie del tempo anticipano in primavera un caldo estivo e confondono l’inverno e l’autunno. E davvero, per chi ha ricordi di un’infanzia ormai lontana, le stagioni – e soprattutto gli ultimi inverni – sembrano ben diversi da quelle conservate nei ricordi infantili. Mi torna in mente una dolce poesia che Giovanni Pascoli aveva composta sul finire dell’Ottocento: «Un bimbo piange, il piccol dito in bocca; / canta una vecchia, il mento sulla mano. / La vecchia canta: “Intorno al tuo lettino / c’è rose e gigli, tutto un bel giardino”. / Nel bel giardino il bimbo s’addormenta. / La neve fiocca lenta, lenta, lenta». Negli ultimi anni – almeno nella pianura a sud di Lugano – è accaduto poche volte di vedere scendere il velo dei fiocchi di neve; e, comunque, le grandi trincee di neve ghiacciata che s’innalzavano come muri bianchi lungo i sentieri scavati dagli spalatori o dagli spazzaneve sono un ricordo lontano. Ma anche la vecchia signora che, come nella poesia del Pascoli, canta una ninna-nanna è una figura sempre meno presente; non perché non ci siano più persone anziane (anzi, non ce ne sono mai state così tante!), ma perché l’abitudine e il piacere di cantare vanno scomparendo, soppiantati dalla musica onnipresente della radio, della televisione, degli smartphones.

Anche la vita di un uomo ha sempre avuto le sue stagioni, ma ora anche queste diverse fasi esistenziali tendono ad essere sempre più indifferenziate. Che l’infanzia tenda a prolungarsi, con un ritardo nello sviluppo del carattere e nell’evoluzione del comportamento, è cosa rilevata da tempo; la maturità è rinviata, mentre invece le pubertà si fanno precoci. La vecchiaia è posticipata, grazie ai progressi della medicina, all’igiene, alle misure salutistiche e ai trattamenti cosmetici; la vita si prolunga come mai in passato, ma le sue stagioni non sono più nettamente distinte. A giudizio dello psichiatra Giorgio Abraham, questo dipende dal fatto che nel passaggio da uno stadio all’altro della vita non vi sono più momenti di iniziazione vera e propria: ossia, hanno perso vigore quei «riti di passaggio» che segnavano il termine di una fase della vita e il passaggio a quella successiva (la fine della formazione scolastica, l’inizio dell’attività lavorativa, il servizio militare, il fidanzamento, il matrimonio…). Certo, questi momenti ci sono ancora, ma direi che sono sbiaditi, hanno perso il significato e il valore che avevano un tempo. Il matrimonio, ad esempio: come sacramento sanciva un’unione quasi indissolubile, «finché morte non vi separi». Ma oggi, più che un sacramento, il matrimonio è considerato un contratto rescindibile in qualsiasi momento; in Svizzera i matrimoni risultano da anni in calo costante: molti preferiscono scegliere una semplice convivenza senza vincoli, e la Svizzera è poi tra i Paesi al mondo col maggior numero di divorzi. Quanto al servizio militare, anche qui si registra una crescita costante di giovani che optano per l’alternativa del servizio civile – che è pur sempre utile alla comunità, ma che si differenzia molto meno da un normale impiego di lavoro.

Così, priva di fratture e di passaggi significativi, la vita si estende in una continuità scarsamente differenziata. Anche se la cosa può sembrare irrilevante, pare che non sia priva di conseguenze: lo stesso Abraham rilevava, nel suo libro Le età della vita, che la scomparsa di passaggi decisivi nel corso esistenziale può essere causa di disagi psichici, perché comporta l’assenza di modelli di riferimento per il momento presente e quello successivo, quasi fosse un invito a rimanere fermi sul posto.

Insomma, come per il corso dell’anno, così anche per la vita la consapevolezza delle diverse stagioni può avere un valore rilevante: il tempo è fatto di ritmi, e senza variazioni sprofonda in un piatto silenzio. A ogni età della vita, diceva Goethe, corrisponde una certa filosofia, che non può continuare ad essere quella ingenua ed egocentrica dell’infanzia. Dunque, riflettere sulle stagioni – dell’anno e della vita – può indurre a valorizzare il tempo e ad attribuirgli un profondo significato. Ogni confine è anche un invito ad andare oltre: Giacomo Leopardi, contemplando il limite delle siepe, intuisce l’infinito: «e mi sovvien l’eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei». Solo la memoria del tempo passato può dare senso al presente e al futuro.