L’azzardo in letteratura

In memoria - Un ricordo dello scrittore ed editore Roberto Calasso, intellettuale raffinato che ha saputo lasciare un’impronta del tutto personale nella cultura italiana
/ 02.08.2021
di Paolo Di Stefano

Si fatica a individuare una personalità culturale complessa come quella di Roberto Calasso, morto a Milano nella notte tra mercoledì e giovedì scorso, proprio in coincidenza con l’uscita di due suoi nuovi libri, peraltro ambedue di stampo autobiografico (il primo dedicato alla figura dell’amico Bobi Bazlen, il secondo centrato sugli anni dell’infanzia a Firenze).

A Firenze, Calasso era nato nel 1941, da Francesco, famoso storico del diritto e antifascista, costretto alla clandestinità e poi alla prigionia con l’accusa di aver partecipato all’assassinio di Gentile nel 1944. La madre di Roberto, Melisenda, classicista allieva di Ettore Bignone e di Giorgio Pasquali, era figlia di Ernesto Codignola, pedagogista e filosofo, il quale a Firenze fondò una Scuola-Città Pestalozzi e la casa editrice Nuova Italia. Grazie alla straordinaria biblioteca del nonno, il bambino Calasso ebbe la possibilità di dedicarsi a letture molto precoci (Cime tempestose fu il primo romanzo da cui si disse travolto), e nel Natale 1954 ricevette in regalo da suo padre tre volumi Pléiade della Recherche di Proust. In casa Calasso circolavano, durante e dopo la guerra, intellettuali di grande fascino e prestigio, come lo stesso Pasquali e lo storico Arnaldo Momigliano, ma si potevano incontrare anche, di passaggio, componenti della famiglia Pasternak.

Con il trasferimento a Roma, nel 1954, la vita di Roberto cambia, non solo per gli studi (al liceo classico Tasso e poi in università con l’anglista Mario Praz), ma soprattutto per gli incontri fatali: a cominciare da quello con il triestino Bazlen, che lo stesso Calasso ricorda come una figura imprendibile e geniale, lettore onnivoro, oltre che consulente di case editrici come Bompiani, Astrolabio, Boringhieri, Einaudi. A lui si deve, nel 1962, l’idea di fondare una nuova casa editrice («pubblicheremo solo i libri che ci piacciono molto») e di coinvolgere nel progetto il ventenne amico Roberto, oltre a Luciano Foà e a Roberto Olivetti (figlio maggiore di Adriano). Bazlen morirà ultrasessantenne nel 1965, facendo appena in tempo a vedere il primo volume pubblicato dalla neonata Adelphi. Da allora Calasso tiene fede all’impegno contratto con Bobi: nel 1971 sarà direttore editoriale, e presto diventerà amministratore e proprietario della casa editrice. L’obiettivo è quello di proporre i filoni banditi o sottovalutati dalla cultura einaudiana, di ispirazione marxista: etnologia e religione, filosofie orientali, pensiero nichilista, letteratura mitteleuropea della decadenza. Del resto, Foà e Bazlen si erano separati da Einaudi dopo aver incassato il rifiuto di pubblicare l’edizione critica delle opere di Friedrich Nietzsche a cura di Giorgio Colli (su cui avrebbe poi puntato Adelphi).

Da allora il catalogo Adelphi, che Calasso amava definire come «libro unico» per gli accostamenti studiati dei titoli e i reciproci riverberi, è diventato quasi un monumento di raffinatezza, apprezzato, invidiato e ammirato ovunque. Con opere che quasi per miracolo riuscivano a catturare l’attenzione del vasto pubblico pur essendo tutt’altro che di facile lettura. Basti pensare ad alcuni titoli-bestseller come L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera (1985), Il cardillo addolorato di Anna Maria Ortese (1993), Le braci di Sandor Marai (1998). Viceversa, Calasso riuscì a dare un’aura di massima ricercatezza ad autori di vocazione più popolare, come Simenon. Si tratta in genere di nomi già ampiamente proposti da altri ma felicemente rilanciati grazie all’intuizione e al tocco particolare di Calasso. Re della riscoperta (Savinio, Gadda, Sciascia, Manganelli, Landolfi, Parise, Arbasino…). E non solo: è Calasso a intuire il talento di Aldo Busi, il cui esordio, Seminario sulla gioventù, è del 1984. Ed è Calasso a dare ospitalità a Giampaolo Rugarli, Paolo Maurensig, a Letizia Muratori, alla scrittrice svizzera-italiana Fleur Jaeggy (che sarà sua moglie).

Calasso è stato anche editore di sé stesso, avendo pubblicato con le eleganti copertine pastello di Adelphi una notevole serie di sue opere che spaziano dai Veda indiani alla Parigi di Baudelaire, dalla mitologia classica alla Praga di Kafka, dal Settecento veneziano di Tiepolo all’«innominabile attuale», cioè la modernità che annienta la vocazione all’ignoto, oggetto primario della letteratura. «Letteratura assoluta» è stata definita l’opera labirintica di Calasso, il cui libro più famoso, del 1988, è Le nozze di Cadmo e Armonia, incredibilmente capace, in virtù della particolare seduzione del racconto saggistico, di superare il mezzo milione di copie vendute (e le venti traduzioni).

Con Umberto Eco e Italo Calvino, non c’è stato intellettuale italiano più noto e ammirato all’estero: non si contano i tentativi (in genere falliti) di ispirarsi a lui come maestro di editoria. Curiosamente è stato meno amato dalla cultura italiana (specie quella di sinistra), che diffidava del suo snobismo e del suo elitarismo. Del resto, Calasso non aveva timore, spesso, a mostrare il suo lato polemico, e anzi concepiva il suo lavoro, ovvero la sua passione, come un azzardo.