Un’Europa unita in nome della pace

Le nostre radici, durante la seconda guerra mondiale a Ventotene nasce il sogno di una federazione di Stati con un solo esercito
/ 28.11.2022
di Alfredo Venturi

Come si presenterà l’Europa all’appuntamento col futuro? Sarà in pace, sarà unita? Sarà l’Europa tratteggiata dai padri del federalismo? Il miraggio della pace universale immaginato alla fine del Settecento da Emmanuel Kant (Zum ewigen Frieden), sembrò prendere forma proprio mentre imperversava la più devastante guerra della storia. Accadde nel 1941 a Ventotene, l’isoletta tirrenica dove il regime fascista confinava i suoi oppositori. Alcuni fra costoro, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e la moglie di quest’ultimo Ursula Hirschmann, che aveva seguito il marito pur non essendo confinata, avevano riassunto nel Manifesto per un’Europa libera e unita una metapolitica intuizione inevitabilmente destinata a qualificarsi, nell’attualità lacerante di quegli anni, come sogno irrealizzabile.

L’idea era nata proprio dalla realtà delle armate nazionali che si affrontavano sui campi di battaglia e dalla intrinseca stupidità della guerra. Perché spararci addosso? Perché non unire i nostri destini, aprire le frontiere, procedere verso un’Europa federale, fare un solo esercito continentale delle truppe che oggi si combattono? Perché non creare il nucleo originario di quella che potrebbe diventare la Federazione mondiale degli Stati? Ecco delinearsi un progetto che completa e rafforza l’identità europea: unirsi in nome della pace, della sicurezza, della prosperità e additare questo scenario al mondo intero.

Ci penserà Colorni, dopo essere fuggito da Melfi dove lo avevano trasferito, a pubblicare clandestinamente il Manifesto nel 1944, pochi mesi prima di essere assassinato dai militi della Banda Koch. Aveva collaborato alla stesura del testo, ora lo completò con una prefazione. Un anno più tardi finiva il conflitto e fra le macerie del Continente distrutto quel seme cominciò a germogliare contro tutti i risentimenti e i propositi di rivalsa e di vendetta. Si deve soprattutto a tre uomini, il tedesco Konrad Adenauer, il francese Robert Schuman e l’italiano Alcide de Gasperi, se l’utopia poté essere instradata sui binari della diplomazia, diventare programma e prospettiva concreta.

Purtroppo non è affatto agevole il contatto fra una superba visione di portata storica e le angustie della politica. Gli egoismi nazionali erano in agguato per tarpare le ali alla fragile creatura federalista. Nel Manifesto si prefigurava un governo europeo che gestisse la politica estera e la difesa. Prendeva forma la visione rassicurante e rivoluzionaria di un solo esercito unito: avrebbe preso il posto di quelle stesse armate nazionali che si erano sanguinosamente affrontate nei secoli, fino al recente massacro della seconda guerra mondiale. Ma la politique politicienne non tardò a cancellare quella affascinante prospettiva. Fu la Francia a proporre la Ced, Comunità europea di difesa, e fu la Francia ad affossarla con un voto dell’Assemblea nazionale nell’estate del 1954.

A questo punto non restò che ripiegare sulla collaborazione economica: il progetto imboccò i binari del cosiddetto metodo funzionale. Fu per così dire un passaggio dalla poesia alla prosa. Ma sia pure all’interno di quella prospettiva limitata l’integrazione poteva andare avanti. Già qualche anno prima era nata la Ceca, Comunità europea del carbone e dell’acciaio, che conteneva implicita una promessa: il controllo delle materie prime non sarà mai più occasione di guerra. Un giorno di primavera del 1957 in un salone del Campidoglio i rappresentanti di Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo diedero vita ai Trattati di Roma. Nascevano la Comunità economica europea e l’Euratom per coordinare le politiche energetiche e produttive. I federalisti amareggiati dal voto francese si rifugiarono nella speranza che almeno questa strada potesse gradualmente portare a una profonda integrazione politica. Ma come poteva il nuovo orizzonte spalancato dal Manifesto restringersi nella banalità degli affari, certamente importanti ma così riduttivi?

È vero che compensava il fiasco della Ced la constatazione largamente condivisa che una guerra fra i nemici di ieri era ormai diventata semplicemente impensabile: un tassello essenziale della nuova Europa era dunque acquisito. Questa realtà ebbe una rappresentazione plastica nel 1984, quando il presidente francese François Mitterrand e il cancelliere tedesco Helmut Kohl si fecero ritrarre, mano nella mano, davanti alla sterminata distesa di croci del cimitero militare di Verdun, che accoglie migliaia di soldati tedeschi e francesi vittime di quella spaventosa battaglia. Intanto si costituiva una brigata binazionale composta proprio da soldati francesi e tedeschi. Ma a Bruxelles, dove si erano insediati gli organi della Comunità, un’arida burocrazia e una snervante dialettica fra le esigenze degli Stati soffocavano sempre più lo slancio federalista. Si arrivò nel 1992 all’Unione europea, ma di fatto a gestirla erano i Governi nazionali.

Più tardi ci s’illuse che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione avrebbe spianato la strada verso un rilancio del progetto federalista. Londra non era forse stata il principale elemento frenante del processo? Purtroppo rimanevano altri a frenare, come il gruppo di Visegrad, per non parlare della diffidenza dei virtuosi del nord verso le «cicale» del sud. Si affermò sempre più il meccanismo dell’Europa a due velocità: da una parte un nucleo di Paesi in marcia verso una stretta integrazione, dall’altra quelli più restii a cedere pezzi di sovranità. Come nel caso dell’euro: infatti la moneta comune circola soltanto in diciannove dei ventisette Paesi dell’Unione.

Ma cosa ha a che fare tutto questo con la grandiosa proposta federalista? Che fra l’altro non si limita al vecchio Continente ma riguarda tutto il pianeta. Mentre da una parte si auspica un’Europa strettamente unita che si affianchi alle superpotenze come gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, dall’altra si vorrebbe superare questa sorta di tetrarchia dal sapore ottocentesco suggerendo la mitica Federazione mondiale. Utopia? Certamente, ma in tempi come questi proprio un’utopia è necessaria per la nostra sopravvivenza psicologica. Mentre l’Unione europea balbetta di fronte alla guerra insensata che si combatte nella parte orientale del Continente, nulla è più consolante che riscoprire la «pace perpetua» di Kant attraverso il magnifico sogno di Ventotene.