Un Paese impreparato

Brexit – A sei mesi dal suo insediamento e a poche settimane dall’attivazione dell’articolo 50 (dopo l’approvazione del Parlamento) che sancirà l’avvio dei negoziati con Bruxelles, Theresa May ha dimostrato finora di non sapere come gestire la strategia per uscire dall’Unione europea
/ 16.01.2017
di Cristina Marconi

Theresa va alla guerra. Dopo le settimane più difficili del suo primo semestre a Downing Street, per la May è urgente chiarire quella che sarà la strategia del governo per il negoziato sull’uscita dall’Unione europea, spiegando una volta per tutte quello che si nasconde dietro il suo vago slogan «Brexit vuol dire Brexit». In un’intervista recente ha puntualizzato che non è interessata a «tenere pezzi di membership» della Ue e preferisce avere una soluzione su misura col resto d’Europa che permetta «l’accordo migliore possibile per la società britannica». Tradotto, questo vuol dire che Londra non cercherà a tutti i costi di restare nel mercato unico se questo significa dover accettare la libera circolazione dei lavoratori, che ormai viene messa in discussione non solo dal Labour ma perfino da un LibDem come Vince Cable, e dover mantenere la giurisdizione della Corte europea.

Le anticipazioni del discorso di questa settimana confermano che, a meno di colpi di scena, questa sarà la linea seguita. Theresa «Maybe» (Theresa «Forse»), come è stata perfidamente ribattezzata dall’«Economist» in un numero che ne metteva in evidenza l’indecisione e la mancanza di direzione, ha deciso di reagire con piglio inflessibile: «Stiamo uscendo, ce ne stiamo andando». E, rispondendo alle accuse di «pensiero confuso» che erano state mosse nei confronti del governo dall’ex ambasciatore britannico a Bruxelles, Sir Ivan Rogers, ha aggiunto: «Il nostro pensiero non è per niente confuso in materia. È vero, ci siamo presi il nostro tempo. Era importante farlo e analizzare la questione». Una prospettiva, quella delineata dalla May, che i mercati hanno letto con pessimismo e che ha portato ad un calo della sterlina, subito seguito da un dietrofront della stessa premier. «Non accetto i termini Brexit morbida e Brexit dura», ha prontamente specificato, aggiungendo che «coloro che sbagliano sono quelli che dicono che sto parlando di una “hard Brexit”». 

Ed è tornata ad essere «Theresa Maybe» quando ha definito il suo obiettivo come «un accordo ambizioso e solido, che sia il migliore possibile per il Regno Unito, in termini di possibilità di scambio e di azione all’interno del mercato unico europeo». Solo che, come da sempre le viene fatto presente, la partecipazione al mercato unico non è possibile senza la libera circolazione dei lavoratori, sul rifiuto della quale lei ha sempre detto di essere inamovibile, nel rispetto delle indicazioni date dagli elettori in occasione del referendum. «Non si possono portare avanti i negoziati come fossero un esercizio di “cherry-picking”, di scelta dei frutti migliori», ha prontamente messo in chiaro Angela Merkel.

La cautela della May – che si è insediata a Downing Street dopo un periodo tumultuoso con il compito di interpretare e gestire i risultati di un voto difficile – è comprensibile, ma si è protratta per troppo tempo, lasciando spazio ai suoi critici per parlare di mancanza di leadership. Schiacciata tra gli euroscettici baldanzosi che da mesi invocano un taglio netto con Bruxelles e i diplomatici, i funzionari pubblici e chiunque abbia una responsabilità pratica nel districare Londra dall’Unione europea, i quali invece non mancano di sottolineare la fatica erculea che questo rappresenta, ora è costretta a venire allo scoperto, anche perché la scadenza di marzo è vicina e la May ha promesso di invocare l’articolo 50 prima della fine di quel mese, girando una clessidra che misurerà con esattezza i due anni prima della Brexit vera e propria.

Due anni in cui a negoziare con Bruxelles ci sarà, accanto al governo, l’ex ambasciatore a Mosca Sir Tim Burrows, chiamato in tutta fretta a sostituire il dimissionario Rogers, accusato dal fronte euroscettico di essere poco convinto, e quindi poco convincente, in materia di Brexit. La sua lettera d’addio allo staff, lunga e forse più diretta di quella che ci si sarebbe aspettati da un ambasciatore, è un importante avviso contro la prospettiva molto anglocentrica con cui il governo punta ad avviarsi ai negoziati. Un bagno di realismo, verrebbe da dire, soprattutto per quanto riguarda il raggiungimento degli accordi commerciali che gli euroscettici presentano come la soluzione a qualunque problema economico post-Brexit: le tensioni tra Rogers e il governo erano iniziate quando quest’ultimo aveva fatto presente che per stringerne uno ci possono volere anche dieci anni. 

Dopo il voto del 23 giugno scorso, c’era chi parlava di un pentimento da parte degli elettori sul risultato delle urne. Guardando al modo in cui la politica sta gestendo la faccenda, verrebbe da pensare che sia in corso l’esatto contrario.

Ad essersi espresso in termini più favorevoli alla Brexit è anche il laburista Jeremy Corbyn, che nel tentativo di migliorare la sua immagine di leader di nicchia e di contenere l’emorragia di voti dal partito ha annunciato che «il Labour non è legato alla libera circolazione dei lavoratori europei come ad una questione di principio» e, pur ribadendo che «non possiamo permetterci di perdere il pieno accesso al mercato unico europeo da cui così tante aziende e posti di lavoro britannici dipendono», ha messo in chiaro che occorre un «cambiamento del modo in cui le regole sull’immigrazione operano nella Ue». In sintesi, il Labour vuole il mercato unico, ma anche una revisione delle regole sull’immigrazione e il ritorno di poteri a Londra in modo da permettere al governo di tracciare una strategia industriale adatta al Paese. Al di fuori della questione europea, il messaggio più forte di Corbyn è stato che intende proporre un tetto agli stipendi in tutto il Paese, in modo che nessuno, calciatori inclusi, possa guadagnare più di una certa cifra. 

E anche dalle fila di un partito europeista come i LibDem, che sta ritornando sulla mappa politica dopo la disastrosa esperienza durante il governo di coalizione, un veterano come Vince Cable ha scritto di avere «seri dubbi sul fatto che la libera circolazione europea sia sostenibile o anche solo desiderabile». Il partito, che va in tutt’altra direzione e vuole un secondo referendum, ha preso le distanze dalle sue dichiarazioni, che dimostrano però come l’atmosfera politica sta cambiando rapidamente. E anche se l’accesso al mercato unico deve essere considerato una priorità, «può non essere conciliabile con le restrizioni alla libera circolazione» e per questo si potrebbe dover scegliere un’altra strada, per Cable. Secondo Nicola Sturgeon, la leader scozzese, un abbandono del mercato unico porterebbe ad un secondo referendum sull’indipendenza, in quanto metterebbe a repentaglio l’economia del Paese a nord del Vallo d’Adriano. La minaccia, più volte reiterata, per ora non è stata presa troppo sul serio, ma bisogna ricordare che i negoziati non sono ancora iniziati e la Brexit non c’è ancora stata. Quelle che circolano ora sono solo teorie.

La May, nel suo tentativo di debellare il populismo e di saccheggiare voti a sinistra attraverso delle politiche sociali forti, ha delineato la sua visione di una «società condivisa», «shared society», che in contrasto con la «big society» del suo predecessore David Cameron punta ad andare incontro alle fasce più deboli, senza aspettare che sia la crescita economica a raggiungerle con un miglioramento delle condizioni di vita che non sempre arrivano per tutti. Marzo si avvicina e la premier sembra voler ricompattare il Regno Unito intorno all’idea di una comunità coesa, sedando il più possibile lo scontento in modo da avere spazio per comunicare al Paese le verità difficili che inevitabilmente emergeranno. Perché potrà anche essere un successo, ma l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non sarà un successo semplice da raggiungere.