Trump contro tutti

Usa/Cina – Il presidente americano apre un nuovo fronte di ostilità contro Twitter, mentre fa scattare l’ora delle sanzioni alla Cina dopo che Xi Jinping ha violato l’autonomia di Hong Kong
/ 01.06.2020
di Federico Rampini

Donald Trump contro tutti. In piena escalation di ostilità con Xi Jinping per la nuova crisi su Hong Kong che oppone le due superpotenze, il presidente degli Stati Uniti apre un nuovo fronte interno: contro i social media. Questa la chiama la sua battaglia «contro la censura online». La vendetta di Trump si abbatte su Twitter, il suo mezzo di comunicazione favorito di colpo si è trasformato in nemico. Dopo lo scontro provocato dalla decisione di Twitter di mettere in guardia gli utenti su messaggi del presidente potenzialmente falsi, è arrivato il castigo.

Quanto sarà efficace, è presto per dirlo. Trump ha firmato un ordine esecutivo (l’equivalente di un decreto) che dovrebbe rendere più agevole perseguire per vie giudiziarie i social come Twitter e Facebook qualora assumano il ruolo di «moderatori» delle fake news, cancellando dei post o chiudendo degli account.In questo modo il decreto cerca di abbattere o di indebolire uno scudo legale che protegge i social media e le piattaforme online. La tesi di Trump è che questi social hanno un’agenda politica progressista, che il loro ruolo di moderatori non è neutrale, anzi secondo lui «fanno dell’attivismo». Nell’annunciare la firma del decreto ha aggiunto che sarebbe pronto a chiudere il proprio account su Twitter.

Quest’ultima minaccia è forse più inquietante – se solo fosse vera – per il social media che dall’uso quotidiano del presidente degli Stati Uniti ha ricavato un aumento di audience e una pubblicità notevole. Trump ha detto che la sua mossa serve a «difendere la libertà di parola contro uno dei più grandi pericoli». Interpellato sulla possibilità che l’ordine esecutivo venga bloccato da ricorsi in tribunale, l’ha data per scontata: «Lo sono tutti, no?».In effetti la storia dei decreti nell’era Trump è ricca di rovesci in sede giudiziaria: a inaugurare questo genere di battaglie fra ricorsi e contro-ricorsi fu uno dei primissimi atti della sua presidenza, il cosiddetto Muslim Ban con cui vietava l’ingresso negli Stati Uniti a cittadini di alcune nazioni islamiche. In questo caso l’ordine esecutivo solleverà eccezioni di incostituzionalità perché potrebbe violare il Primo Emendamento, quello che tutela la libertà di espressione e di stampa. Inoltre è dubbio se un decreto presidenziale possa cancellare le normative vigenti che regolano le responsabilità dei social media e li proteggono da azioni legali.

Di sicuro questo decreto entra nell’arsenale della campagna elettorale: Trump ha sempre accusato i giornali e le tv di essere a maggioranza di sinistra, ora aggiunge i social media nel novero dei nemici che lo perseguitano e lo boicottano.Jack Dorsey non è un peso massimo dell’economia digitale come Mark Zuckerberg. Eppure il chief executive di Twitter è un personaggio centrale nell’universo di Trump. Questo presidente ha costruito un modello di comunicazione in cui i tweet sono lo strumento principe. Si sveglia al mattino e lancia i celebri «cinguettii» che hanno il potere di dettare l’agenda politica del giorno. Fa campagna elettorale attaccando i suoi avversari con brevi, incisive, spesso violente e offensive mini-frasi su Twitter. Perfino la sua diplomazia aggira i canali tradizionali – con lo sgomento del Dipartimento di Stato e delle ambasciate – per dialogare direttamente con i grandi della terra a colpi di tweet. Lo scontro fra il Commander-in-Chief e il top manager di San Francisco ha qualcosa di epico.

Dorsey in passato aveva sempre trattato con i guanti il presidente, fingendo di ignorare gli appelli che venivano dai democratici e dai media tradizionali perché mettesse un argine alle fake news disseminate da Trump. Twitter, proprio perché non ha la stazza di Facebook o di Google, deve una parte della sua fortuna al fatto di essere stato abbracciato da cotanto comunicatore. Il rapporto si è incrinato il 26 maggio, quando per la prima volta Twitter ha affiancato ai messaggi del presidente un avvertimento ai lettori: verificate i fatti. È avvenuto di fronte ad una delle campagne di disinformazione favorite di Trump: l’allarme per i brogli massicci che avverrebbero qualora si votasse per corrispondenza alle presidenziali di novembre. Ecco il tweet che ha acceso la controversia: «Non c’è modo (zero!) che le schede elettorali spedite per posta siano altro che fraudolente. Le cassette postali saranno derubate, le schede saranno falsificate, stampate di frodo, avranno false firme».

Il tema ha grande rilevanza politica, più che mai a causa della pandemia. Molti Stati Usa si stanno già attrezzando per facilitare il voto per corrispondenza: il 3 novembre potremmo essere nel mezzo di una seconda ondata di contagi e l’affollamento dei seggi sarebbe pericoloso. Trump ha sempre sostenuto che il voto per corrispondenza è fatto su misura per trasformare in elettori gli immigrati illegali, organizzati dal partito democratico. Non ha mai fornito prove. Parlò perfino di milioni di schede abusive a favore di Hillary Clinton nel novembre 2016. Sempre senza prove. Inchieste e denunce sui brogli hanno sempre indicato che riguardano una minuscola frazione percentuale nelle elezioni americane. Ma il tema dei brogli serve a mobilitare la base repubblicana contro lo spettro di un’elezione «rubata» dalla sinistra; può anche pre-costituire un alibi in caso di sconfitta. Infine dà sostegno ai tanti ostacoli che i repubblicani disseminano contro la partecipazione elettorale delle minoranze etniche.

Sta di fatto che stavolta Dorsey ha deciso di passare all’azione ed ha esortato l’audience di Twitter a verificare la notizia, in quanto potenzialmente fuorviante. Trump ha reagito e minaccia nientemeno che la chiusura dei social media. Minaccia non del tutto nuova nell’arsenale di questo presidente. In passato per la verità lui aveva preso di mira la stampa, annunciando nuove leggi contro la calunnia e la diffamazione. Nel paese del Primo Emendamento è molto difficile legiferare su questi temi. La vera novità è che un social media cruciale per lui abbia cominciato a insinuare il dubbio nell’opinione pubblica che si abbevera ai tweet di Trump. Al presidente non resta che reagire con l’altro tema amato dalla base repubblicana: i media sono pregiudizialmente ostili ai conservatori. È probabile che la sua base sia impermeabile alle messe in guardia di Twitter.Sul fronte esterno, la crisi di Hong Kong conferma che siamo a un nuovo pesante deterioramento nelle relazioni bilaterali tra le due superpotenze.

A Washington è scattata l’ora delle sanzioni, dopo lo strappo di Xi Jinping che ha violato l’autonomia di Hong Kong. Reazione inevitabile, dal punto di vista americano: che su questo raccoglie un consenso sempre più bipartisan. Ma con conseguenze rilevanti per il ruolo di una piazza finanziaria quasi offshore, che ha consentito alla Cina un alto volume di transazioni finanziarie col resto del mondo al di fuori delle restrizioni e dei vincoli imposti su altre piazze come Shanghai e Shenzhen. Xi Jinping estendendo a Hong Kong le leggi di uno Stato di polizia ha stracciato un patto che reggeva dal 1997. Quando il Regno Unito restituì Hong Kong alla Repubblica Popolare, promise all’intera comunità internazionale di applicare la regola «una nazione, due sistemi». Hong Kong sarebbe rimasta diversa, e lo è rimasta fino a ieri.

Con un vero Stato di diritto, magistratura indipendente, libertà di stampa e di manifestazione. «Quella» Hong Kong sta scomparendo. E con essa la giustificazione dello Hong Kong Policy Act del 1992, legge con cui gli Stati Uniti promisero che avrebbero continuato a trattare l’isola-metropoli come fosse inglese: niente protezionismo, facilità di visti per l’immigrazione, agevolazioni anche nei rapporti finanziari e nell’uso del dollaro americano. Applicare a Hong Kong gli stessi dazi in vigore sulle merci cinesi, colpirebbe un interscambio bilaterale che vede gli Stati Uniti in attivo per 31 miliardi di dollari (2018). Molto più importante è il volume degli investimenti. Gli investimenti diretti sono cresciuti a un ritmo del 18 per cento annuo, arrvando a superare gli 80 miliardi di dollari; 110 mila persone impiegate in aziende americane, centinaia di miliardi di dollari in asset da parte di tutti i principali gruppi finanziari statunitensi.

Nella regione metropolitana di Hong Kong vivono 85 mila cittadini Usa. Colpire solo sui dazi e sui visti, rischia di impoverire ulteriormente Hong Kong che ha già sofferto molto in questi anni, perché la Cina favorisce le città continentali dove non ci sono contestazioni. Perciò al Senato di Washington era già in discussione da tempo una legge che estenderebbe le sanzioni alle banche e istituzioni finanziarie cinesi, in quanto «collaborano» col regime nell’imporre le nuovi leggi liberticide su Hong Kong. Questa legge potrebbe danneggiare l’intero sistema bancario cinese. L’anno scorso le banche cinesi gestivano nelle loro sedi di Hong Kong – fuori dalla portata dei controlli sui movimenti valutari di Pechino – 1.137 miliardi di dollari Usa. Cioè all’incirca la metà di quei flussi di capitali che prestano o investono a clienti stranieri.

Hong Kong è anche la piattaforma a cui Xi Jinping affida i suoi progetti di trasformare il renminbi in una vera moneta globale. La guerra fredda ha già allungato la sua ombra sulle Borse. Grazie a una recentissima legge del Congresso, gli Stati Uniti possono radiare dalle loro Borse quelle società che non si sottopongono a una certificazione di bilanci trasparente, o che fanno ricorso a un audit cinese, fuori dalla portata degli organi di vigilanza americani. I preparativi di una grande fuga di società cinesi dalle Borse americane sono un altro pezzo di quel grande «decoupling» o divorzio che è il corollario della guerra fredda.