Tramonta il «pivot to Asia»

Usa-Pacifico – Non è chiaro quale sarà il futuro della politica estera americana nell’Asia orientale, ma la fine del Tpp significa maggiore influenza geopolitica e economica della Cina e il ridimensionamento dell’alleanza con il Giappone
/ 28.11.2016
di Beniamino Natale

John Pomfret, ex-corrispondente da Pechino e autore di due libri sulla Cina – l’ultimo si chiama The Beautiful Country and the Middle Kingdom: America and China, 1776 to the Present – ha raccontato in un articolo sul «Washington Post» di aver partecipato ad una tavola rotonda con esperti cinesi sulla vittoria elettorale di Donald Trump. Pomfret riferisce di aver notato nei suoi interlocutori cinesi, che erano analisti ed ex-diplomatici, una sostanziale «gioia» per l’affermazione a sorpresa del candidato repubblicano. «Alla base di questa gioia – prosegue Pomfret – c’era la convinzione che l’Amministrazione Trump lascerà il Pacifico Occidentale alla Cina, ridimensionerà la sua alleanza col Giappone e con la Corea del Sud e non terrà fede alle promesse fatte in campagna elettorale sull’istituzione di barriere tariffarie alle esportazioni cinesi negli Usa. Forse, ho pensato, i miei interlocutori dovrebbero essere più prudenti nel formulare i loro desideri».

L’eccessivo ottimismo degli esperti cinesi di cui parla Pomfret ricorda quello mostrato da alcuni loro colleghi in occasione della crisi finanziaria del 2008, che fu interpretata come un segnale della fine dell’egemonia americana sul Pacifico – e dell’inizio di quella cinese. 

Nel corso della aspra campagna elettorale che ha visto il presidente eletto opposto alla candidata democratica Hillary Clinton, i media cinesi non hanno perso occasione di sottolineare i toni più polemici e «sopra le righe», gli insulti e le minacce, sottintendendo che la democrazia basata sulle elezioni è inferiore all’autoritarismo cinese, un sistema centrato su un partito unico che difende ferocemente il suo monopolio sulla vita politica e nel quale i dirigenti vengono scelti per cooptazione dagli «anziani» del partito stesso.

Quanto ai due candidati, Trump e Hillary Clinton, il pubblico cinese si è diviso più o meno a metà – proprio come quello statunitense – mentre i dirigenti politici hanno mantenuto il silenzio. Che Hillary non sia mai piaciuta ai dirigenti cinesi non è un mistero. Lei, che quando fu lanciata la nuova formula era segretario di Stato, è considerata responsabile – più del presidente Obama – del «pivot» (letteralmente, il «perno») nel Pacifico, cioè lo spostamento dell’asse principale della politica estera degli Usa dal Medio Oriente all’Asia Orientale, una politica che Pechino osteggia per evidenti ragioni. Inoltre, nessuno ha dimenticato il modo nel quale Hillary gestì nella primavera del 2012 la vicenda del dissidente Chen Guangcheng, che era fuggito dagli arresti domiciliari e si era rifugiato nell’Ambasciata americana, alla vigilia del suo arrivo in visita a Pechino. In quell’occasione, la decisione e l’aggressività della Clinton – che alla fine riuscì a portare Chen negli Usa evitando allo stesso tempo una crisi nelle relazioni tra le due potenze – certamente non piacquero ai massimi dirigenti cinesi. Per le stesse ragioni, la Clinton è ben conosciuta dai dirigenti politici e dagli studiosi cinesi, mentre Trump è un’entità sconosciuta e una prova vivente – secondo la logica del Partito Comunista Cinese – della pericolosità della democrazia politica.

Una dettagliata analisi di quello che la presidenza di Trump potrà significare per la Cina è stata elaborata da Robert A. Kapp, uno dei maggiori esperti americani del Regno di Mezzo. «Nel medio e lungo periodo – scrive Kapp – potrebbero emergere alcune “contraddizioni” nella definizione delle politiche americane. Per esempio, Trump ha chiesto a gran voce un incremento delle spese militari, incluso un aumento delle spese per la Marina militare, e non c’è dubbio che l’Asia-Pacifico sia una regione che interessa più la Marina che non l’Esercito o l’Aviazione».

D’altra parte, «i suoi (di Trump) collaboratori hanno regolarmente descritto il “perno sull’Asia” di Obama come una politica elaborata malamente e come un fallimento. In qualche modo la nuova Amministrazione dovrà decidere fino a dove vuole spingersi nell’acquisire e impegnare i muscoli che sembra ritenere necessari per affrontare una Cina che, sotto il presidente e segretario del Partito Comunista Xi Jinping ha dimostrato di non essere un’amica degli Usa nella regione dell’Asia Pacifico».

Secondo Kapp, «considerando che Trump non sembra avere un senso della storia, coloro che lo consigliano sulla Cina dovranno parlare in modo semplice, e le loro aspirazioni ideologiche e professionali avranno un ruolo inusualmente importante nel determinare il senso delle priorità e delle alternative a disposizione del leader».

Non c’è esattamente da stare allegri, almeno stando alle prime nomine decise da Donald Trump. Come Consigliere per Sicurezza Nazionale, The Donald ha scelto l’ex-generale Michael Flynn, un ammiratore di Vladimir Putin che sostiene la necessità di una guerra senza quartiere contro l’estremismo islamico – ma che è amico del presidente turco Erdogan, un sostenitore in funzione anti-curda dello Stato Islamico. Che si sappia, non ha finora espresso opinioni sulla Cina e sull’Asia. 

Non si conosce ancora il nome del prossimo segretario di Stato ma è noto che un esperto di Cina ascoltato da Trump è il professor Peter Navarro, un economista molto critico verso Pechino che sostiene il rafforzamento dei legami militari tra gli Usa e Taiwan e, più in generale, della presenza americana nel Pacifico (le sue opinioni sono espresse con chiarezza nel libro Crouching Tiger, pubblicato nel 2015).

Ma con The Donald non si sa mai: il presidente eletto ha annunciato che una delle sue prime decisioni sarà quella di seppellire definitivamente la Trans Pacific Partnership (Tpp), il mercato comune del Pacifico promosso da Obama e al quale avevano espresso la loro adesione 14 Paesi americani e asiatici. C’è da scommettere che l’annuncio della fine del Tpp – che, come ha detto il premier giapponese Shinzo Abe «non ha senso» senza gli Usa – sia stato accolto con un brindisi dagli «ottimisti» cinesi incontrati da John Pomfret. Come ha scritto il «New York Times», «non ci sono dubbi» sul fatto che la rinuncia al Trattato apra un grande spazio per l’egemonia della Cina sulla regione. Pechino non potrà infatti non approffitare dell’opportunità offertale dal presidente eletto per rilanciare la sua versione di mercato comune regionale, chiamata Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep). 

È stato proprio Shinzo Abe il primo leader asiatico e incontrare Trump, nel quale – ha affermato in seguito – ha «piena fiducia». Tra gli altri leader regionali alcuni, come il filippino Rodrigo Duterte e il malese Najib Razak, hanno accolto con favore la vittoria di Trump, sperando che sia meno intransigente del suo predecessore sui diritti umani. I più «pragmatici», come il singaporeano Lee Hsien Loong, la sudcoreana Park Geun-hyen e il thailandese Prayuth Chan-ocha, si sono limitati a rilasciare fumose dichiarazioni sulla volontà e la necessità di collaborare con la nuova Amministrazione.