Tanto amata e tanto odiata

Potentissime, un ritratto della premier neozelandese Jacinda Ardern
/ 28.11.2022
di Cristina Marconi

«L’implacabile spirito positivo» con cui Jacinda Ardern (nella foto) ha conquistato la Nuova Zelanda – e non solo – nel 2017 non si ferma davanti a niente. Neppure ora che, dopo aver trasformato nel profondo il paese e aver gestito in modo impeccabile la pandemia, il Partito laburista, nei sondaggi, sta scivolando ai minimi degli ultimi cinque anni in vista del voto del 2023. In Nuova Zelanda si va alle urne ogni tre anni e se la quarantaduenne Ardern continua a scintillare sulla scena internazionale, in patria deve affrontare quella che si potrebbe definire una crisi di saturazione. Come se il paese arrancasse nel tentativo di stare al passo delle riforme e delle novità introdotte dalla terza donna a ricoprire la carica di premier dopo la liberal-conservatrice Jenny Shipley e la laburista Helen Clark.

«Non abbiamo finito il nostro lavoro», ha affermato lei, che resta la leader preferita di tanti neozelandesi perché, al di là di tutto, la «jacindamania» è dura a morire ed è difficile rinunciare all’idea di una premier giovane e competente, con il piglio giudizioso e compassionevole, che va avanti a colpi di ottimismo e tazze di tè. La sua è un’agenda di sinistra-sinistra: ha promesso di dimezzare la povertà infantile in dieci anni, il Parlamento ha approvato una legge per un salario minimo equo, l’aumento della paga oraria in linea con l’inflazione, la negoziazione collettiva per interi settori e l’aumento dei benefits per le fasce di reddito più basse. La disoccupazione è al 3,3 per cento, un livello record, il congedo di maternità e di paternità è stato rafforzato, i giorni di malattia pure. Il governo di Ardern sta portando avanti nuove leggi sull’hate speech (o discorsi d’odio, le espressioni d’intolleranza rivolte contro delle minoranze) e sulla centralizzazione del servizio sanitario, ha aumentato i finanziamenti per gli asili nido e per l’assistenza all’infanzia, soprattutto per i genitori single e le famiglie a basso reddito.

Sull’immigrazione la Nuova Zelanda non è troppo rigorista, soprattutto se confrontata con la vicina Australia, ma predilige l’accoglienza di lavoratori qualificati e segue criteri stringenti. Anche se Ardern non è andata alla Conferenza sul clima delle Nazioni Unite, sul fronte dell’ambiente è piuttosto radicale. Ma l’idea di tassare gli allevatori per i gas serra emessi dagli intestini dei 6,3 milioni di mucche del paese sta incontrando una prevedibile resistenza. Sulla pandemia ha agito con pugno di ferro, sfruttando al massimo il fatto di essere su un’isola poco densamente popolata: ha chiuso le frontiere, imposto quarantene all’arrivo e lockdown rigidissimi però brevi, volti ad azzerare i casi in una società che ha continuato a funzionare normalmente, con 2154 vittime in tutto, mentre il resto del mondo era bloccato in casa. Il risultato, paradossale, è che Ardern si è ritrovata alle prese con un movimento no vax tra i più violenti, dovuto forse alla mancanza di esperienza oggettiva delle stagioni più nere del Covid.

Insomma, la premier l’ha protetto troppo bene, il suo paese, dove negli ultimi anni la temperatura dell’opinione pubblica si è alzata e l’odio nei confronti dei politici è aumentato. Ardern è stata oggetto prediletto di questa rabbia, sia per la campagna vaccinale, sia per la decisione di regolare il porto d’armi dopo la tragedia di Christchurch del 15 marzo del 2019, quando un suprematista bianco di 28 anni è entrato in due moschee e ha ucciso 51 persone, ferendone altre 40. Ardern ha giurato di non pronunciare mai il nome dell’attentatore per non contribuire all’agognata visibilità. A questo si somma il fatto che da quando alle elezioni del 2020 Ardern è riuscita a portare il partito ad avere una maggioranza senza bisogno di alleanze, risultato mai riuscito a nessuno dal 1951, il parlamento neozelandese è composto al 48 per cento da donne e accoglie molti rappresentanti di minoranze, come Nanaia Mahuta, la ministra degli Esteri di origine maori. La società è cambiata, il Te Pāti Māori è in crescita, alle tradizioni e alla lingua dei nativi viene dedicata molta attenzione.

Quindi «Jacinda la fatina della pace» – esiste un libro per bambini che si chiama così – viene inseguita in macchina, insultata in maniera orribile, minacciata di morte e di tutte le altre efferatezze del repertorio misogino internazionale. Lei sorride, mostra di non curarsene, denuncia. Una cinquantasettenne è stata arrestata dopo aver attaccato, armata di machete, l’ufficio della premier ad Auckland. Ha fatto un buco nella porta e ha tirato qualcosa attraverso la finestra. Nessuno si è fatto male, anche perché Ardern era in viaggio in Antartica, dove ha suscitato nuove critiche per essersi fatta accompagnare dal fidanzato e padre di sua figlia, Clarke Gayford, noto personaggio televisivo e radiofonico, come se i capi di Stato e di governo maschi non avessero sempre la first lady al seguito.

Padre poliziotto, madre impiegata nella mensa di una scuola, Ardern è decisamente working class, si è laureata in comunicazione e scienze politiche. La zia Marie, attivista di lungo corso del partito, l’ha portata a fare campagna per un deputato nel 1999 e da allora ha accumulato esperienze; è andata a New York e a Londra, dove era in un gruppo di 80 giovani consiglieri politici di Tony Blair, ha visto il mondo e nel 2008, a soli 27 anni, è diventata presidente dell’Unione internazionale dei giovani socialisti. E in più, quando il 21 giugno 2018 è nata Neve, Ardern è stata la seconda donna della storia a partorire durante il mandato da premier dopo Benazir Bhutto. In cinque anni ha costretto l’intera scena politica a darsi una mossa per stare al suo passo. Il risultato, inevitabile, è che ora ha avversari molto tonici.