Si decide in Africa il futuro della giustizia

Uno dopo l’altro i paesi membri che avevano aderito alla Corte penale internazionale hanno detto basta. E sono tutti, o quasi, africani
/ 28.11.2016
di Pietro Veronese

Nei tempi incerti e poco rassicuranti che stiamo vivendo, c’è un altro pilastro dell’ordine internazionale che scricchiola. Non ne è forse una delle colonne portanti, ma è l’espressione della speranza che esista una giustizia universale, superiore ai singoli Stati, capace di riconoscere ai popoli i diritti che tiranni, usurpatori e signori della guerra fanno di tutto per negare. La Corte Penale Internazionale, con sede all’Aia, in Olanda, esiste da meno di quindici anni e ha pronunciato la sua prima, storica sentenza soltanto nel 2012. Eppure oggi diversi Stati, che dapprima vi avevano aderito, la stanno abbandonando e rischiano di dare il via a un fuggifuggi che lascerebbe la Corte screditata e svuotata. La personalità più in vista del tribunale, il suo pubblico ministero, che è la zambiana Fatou Bensouda, ammette che c’è un «arretramento» ma continua a dichiararsi ottimista e convinta che la Corte sopravviverà. Lo ha ribadito di recente in un’intervista alla BBC, eppure proprio il suo Paese è tra quelli che hanno deciso di ritirare la propria adesione a questa suprema istanza della giustizia internazionale.

L’ultimo Stato a fare un passo indietro, in ordine di tempo, è la Russia di Putin. La Russia aveva sottoscritto nel 2000 lo Statuto di Roma, la Carta fondatrice della Corte Penale Internazionale, ma non l’aveva mai ratificata e dunque non era membro a pieno titolo della Corte. Adesso, dopo essere stata chiamata in causa per quella che il tribunale ha definito «occupazione in atto» della Crimea, la penisola ucraina del Mar Nero che la Russia si è di fatto annessa, ha interrotto il processo di adesione. La Corte è «unilaterale e inefficiente», ha proclamato il ministero degli Esteri di Mosca, e Vladimir Putin ha ordinato di restarne fuori.

Poiché la Russia non era un membro a pieno titolo, e nemmeno tra i finanziatori tribunale internazionale, il suo gesto ha un valore più che altro simbolico. È un segnale politico. In fondo anche gli Stati Uniti, dopo aver aderito sotto la presidenza Clinton, hanno fatto marcia indietro all’epoca della presidenza di George W. Bush. Anche Israele, come pure il Sudan, hanno ritirato la loro firma iniziale. E la Cina, l’India non ne hanno mai voluto sapere. La giurisdizione della Corte Penale Internazionale, pur riconosciuta da 124 Stati, è dunque ancora lungi dall’essere universale (ricordiamo che i Paesi membri dell’Onu sono 193). Ma quello che è accaduto nelle ultime settimane è qualcosa di nuovo: Paesi che avevano entusiasticamente aderito alla Corte hanno detto basta. E c’è un altro fatto sorprendente: sono tutti africani.

Il primo ad andarsene è stato il Burundi. Un Paese piccolo e di scarso peso internazionale. L’anno scorso il presidente burundese Pierre Nkurunziza aveva imposto ai suoi concittadini un referendum per modificare la Costituzione e ottenere così la propria rielezione. Questa mossa politica, condannata da tutte le istanze internazionali, ha gettato la nazione centroafricana nel disordine, ferocemente represso dalle forze di sicurezza. Oppositori, giornalisti, dissidenti sono stati incarcerati o uccisi. La Corte dell’Aia ha avviato una procedura a carico, il cosiddetto «esame preliminare». Questo basta a spiegare la contromossa di Nkurunziza, sempre più intollerante di qualsiasi sanzione internazionale al proprio operato. Anche in questo caso, come sarebbe poi accaduto con la Russia, c’era una logica in qualche modo prevedibile: la giustizia internazionale va benissimo, finché si occupa di qualcun altro. La vera sorpresa, invece, doveva ancora venire.

In ottobre è stata infatti la volta del Sud Africa. E l’annuncio che il Paese di Nelson Mandela e della lotta pluridecennale contro l’apartheid aveva deciso di lasciare la Corte Penale Internazionale ha avuto l’effetto di un terremoto. È arrivato a freddo: nessuno se l’aspettava. Il Sud Africa ha una delle legislazioni più avanzate al mondo in materia di diritti dell’individuo e delle minoranze, la sua Costituzione è spesso citata come un modello. Il fatto che decidesse di non riconoscere più la giurisdizione dell’Aia in materia di crimini di guerra e contro l’umanità ha lasciato tutti a bocca spalancata. «Il segretario generale è rimasto completamente scioccato», ha riferito una fonte delle Nazioni Unite riferendosi alla reazione di Ban Ki Moon.

In passato, il Sud Africa aveva avuto da ridire con la Corte dell’Aia. Il predecessore di Fatou Bensouda, l’argentino Luis Moreno Ocampo, aveva incriminato il presidente sudanese Omar al Bashir per crimini di guerra commessi in Darfur e aveva spiccato contro di lui un mandato di arresto. Tempo dopo, al Bashir era stato ricevuto in Sudafrica, dove le autorità si erano ben guardate dall’eseguire il mandato. Bashir se ne era potuto tranquillamente ripartire, ma un tribunale locale aveva aperto un procedimento contro il governo per mancato rispetto degli impegni internazionali. Il presidente sudafricano Jacob Zuma non aveva affatto gradito. E infatti il motivo addotto per l’abbandono della Corte Internazionale è che le sue disposizioni impedirebbero al Sudafrica di svolgere il ruolo di mediatore e negoziatore di pace al quale è chiamato dal suo peso nel contesto continentale africano.

La mossa sudafricana è una minaccia reale per la Corte Penale Internazionale. Il Sud Africa non è il Burundi: rischia di fare da battistrada a molti Stati che non gradiscono l’ingerenza dell’Aia. Subito dopo si è infatti accodato il Gambia. Si teme che il Kenya, l’Uganda, la Namibia possano seguire. L’emorragia africana potrebbe lasciare la Corte pericolosamente indebolita e in rapida perdita di credibilità. Innescare quella che la sudafricana Thuli Madonsela, rispettatissima ex capo dell’autorità anticorruzione, ha definito «una dinamica malsana».

L’Unione Africana è divisa sul ruolo della Corte Penale Internazionale. Il motivo è semplice. Sebbene la Corte abbia avviato indagini preliminari su molti Paesi del mondo, dall’Afghanistan alla Colombia, tutti quelli andati effettivamente a processo sono solo e soltanto africani. Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Sudan, Uganda, Mali e altri. Di qui un’accusa di parzialità. Per citare il ministro dell’Informazione del Gambia (il cui presidente è indagato), la Corte «perseguita e umilia la gente di colore, e in special modo gli africani». Il fronte dei contrari è guidato dal presidente del Kenya Uhuru Kenyatta (indagato in passato insieme al vicepresidente William Ruto). All’ultimo vertice dell’Unione Africana si è discusso, senza esito, di una possibile fuoriuscita in massa dalla Corte Internazionale. La decisione sudafricana è apparsa come un effetto ritardato di quella discussione e una possibile mossa concordata con altri capi di Stato a cui Zuma si sarebbe offerto di fare da battistrada

Ma l’annuncio sudafricano ha fatto anche uscire allo scoperto molti sostenitori del tribunale internazionale, che hanno chiesto al Sud Africa di ricredersi e hanno ribadito la loro convinta adesione alla Corte dell’Aia. Costa d’Avorio, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Malawi, Tanzania, Zambia, Botswana… Così come molti comitati di «saggi» composti da ex capi di Stato o alte personalità. Il futuro della giustizia internazionale è oggi al centro di una battaglia, e questa battaglia si combatte in Africa.