Regime bielorusso verso il collasso?

Altre sanzioni contro Lukashenko che colpisce gli oppositori anche oltre confine
/ 16.08.2021
di Anna Zafesova

«Me ne andrò molto presto». Aleksandr Lukashenko ha impiegato ben 8 ore di conferenza stampa, nell’anniversario delle elezioni presidenziali in Bielorussia che non ha vinto, per ricordare che lui è «parte di questo Paese, che è ormai parte di me, non riesco a immaginarmi per ora senza la mia carica», e quindi la sua uscita di scena – chiesta a gran voce dal suo popolo, dall’Occidente e perfino dalla Russia – resta una promessa di un lontano futuro. Il presente rimane una repressione senza precedenti per durezza: un anno dopo le massicce proteste contro i brogli elettorali, la polizia continua ad arrestare chi aveva manifestato per le strade di Minsk nell’agosto 2020, mentre i tribunali continuano a emettere condanne a 5-7 anni di prigione anche a semplici manifestanti.

Svetlana Tikhanovskaya, che un anno fa ha vinto le elezioni nelle urne, nell’anniversario della rivolta bielorussa ha strappato a Joe Biden un incontro alla Casa bianca e la promessa di nuove sanzioni contro il regime, ed è ormai una leader politica matura, rispetto a quando, un anno fa, era stata sequestrata dalla polizia di Lukashenko per venire minacciata e portata a forza in Lituania. Ma suo marito resta in carcere e lei non può tornare in patria, come tutti gli altri leader della protesta, come la scrittrice premio Nobel Svetlana Alexievich, i cui libri sono stati eliminati dai manuali di scuola, insieme a quelli di Aleksandr Solzhenitsyn, sostituiti dai «romanzi» di un generale fedelissimo del regime.

Un anno e 37 mila arresti dopo la Bielorussia è l’incubo e l’imbarazzo dell’Europa, la sua ultima (o forse non più) dittatura che sta degenerando dalla farsa alla tragedia. Nell’agosto del 2020 una protesta trasversale e pacifica, in cui un’avanguardia femminile che aveva conquistato le prime pagine di tutto il mondo era stata affiancata da operai, giovani, intellettuali e imprenditori, aveva fatto sognare una rivoluzione non violenta che avrebbe completato la caduta del Muro, iniziata nel 1989.Nell’agosto del 2021 la fuga verso la libertà della velocista bielorussa Kristina Timanovskaya, riuscita a sfuggire durante le Olimpiadi di Tokyo ai servizi di Lukashenko, ottenendo asilo a Varsavia, ha ricordato che l’ex Repubblica sovietica resta una prigione per 10 milioni di cittadini, e l’omicidio a Kiev dell’attivista Vitaly Shishov, impegnato ad accogliere i bielorussi in fuga verso l’Ucraina, ha mostrato che il regime di Minsk è pronto a colpire anche fuori dai suoi confini.

Lukashenko appare sempre più una scheggia impazzita, un kamikaze che, conscio della fine imminente, cerca di portare con lui il numero più alto di nemici. Ha iniziato a importare in maniera organizzata decine di iracheni ai quali era stato promesso il passaggio sicuro verso la Lituania, un tentativo di provocare una crisi di migranti e uno scontro armato sul confine con l’Ue. Mentre il Governo iracheno chiudeva i voli con Minsk e prometteva il rimpatrio gratuito a tutti i suoi cittadini finiti nella trappola di Lukashenko, i migranti venivano scortati dai poliziotti bielorussi verso la frontiera con la Lettonia e quella con la Polonia. L’adesione degli Usa e della Gb alle sanzioni contro le esportazioni bielorusse già indette dall’Ue dopo il dirottamento verso Minsk dell’aereo della Ryanair da una rotta interna all’Europa, allo scopo di arrestare il giornalista dissidente Roman Protasevich (prigioniero da maggio scorso e torturato), mostra che la pazienza della comunità internazionale si sta esaurendo.

Il dittatore in conferenza stampa ha replicato che esporterà i suoi concimi di potassio – la principale voce del commercio estero bielorusso – attraverso i porti russi. E se è vero che senza il sostegno di Mosca il regime sarebbe probabilmente collassato già un anno fa, il Cremlino non è particolarmente entusiasta di sostenerlo, anche perché alle prese con i propri problemi e le proprie sanzioni. Lukashenko dovrebbe offrire a Putin una contropartita generosa, come quella unione che Mosca auspica da anni, ma durante le sue 8 ore di esternazioni il dittatore di Minsk ha di nuovo respinto l’ipotesi, e si è rifiutato anche di riconoscere l’annessione della Crimea, un gesto al quale il Cremlino tiene molto e in cambio del quale sarebbe disposto a perdonare parecchio. Non solo Lukashenko ha respinto l’idea, ma è stato sarcastico, promettendo di riconoscere la penisola annessa all’Ucraina «quando lo farà l’ultimo degli oligarchi russi»: un’allusione pesante al fatto che perfino i sudditi più ricchi di Putin evitano di fare affari in Crimea per non ricadere nelle sanzioni internazionali, che ha irritato molto Mosca.

Resta da capire se i russi la faranno pagare all’autocrate che deve i suoi 27 anni al potere essenzialmente ai soldi di Mosca, o se alla fine prevarrà il calcolo di non lasciare che un cambio di regime a Minsk porti anche la Bielorussia verso l’Europa, privando definitivamente la Russia di una dimensione imperiale, e mostrando ai russi che una protesta in nome della democrazia può anche avere successo. Lukashenko sembra convinto della seconda ipotesi, e ha promesso durante la sua conferenza stampa che «se necessario, qui arriveranno domani tutte le truppe russe che esistono», facendo accenno perfino all’eventualità di una «terza guerra mondiale» che il Cremlino potrebbe lanciare per difendere il regime bielorusso dalle mire dell’Occidente. Fonti dell’opposizione bielorusse parlano ormai apertamente di una malattia mentale del dittatore (che appare sempre più provato anche fisicamente), e sicuramente il suo comportamento politico appare sempre più autodistruttivo. L’opzione di un passaggio di potere soft, attraverso un negoziato che porti a elezioni libere, proposto da Tikhanovskaya, o di una uscita di scena di Lukashenko accompagnata da una riforma costituzionale che tuteli il regime (ipotizzata da Mosca), appare sempre più impraticabile, mentre le sanzioni accelerano la prospettiva di un collasso economico e quindi politico al quale né l’Europa, né la Russia appaiono preparate.