Quella porta resta aperta

Si conclude il Giubileo – Nella cerimonia di chiusura dell’Anno Santo il Papa ha voluto «aprire» sul tema dell’aborto: non declassando la pratica dell’interruzione di gravidanza ma sostenendo che non esiste peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere
/ 28.11.2016
di Giorgio Bernardelli

Che papa Francesco non sia un uomo dai copioni scontati l’avevamo capito già da tempo. Ma che la notizia più importante del Giubileo della misericordia sarebbe arrivata il giorno dopo la sua conclusione, neanche il più ferrato dei suoi tanti biografi avrebbe potuto prevederlo. Mentre infatti – compilando il bilancio dell’Anno Santo – eravamo tutti impegnati a discutere sulla cifra dei 21 milioni di pellegrini (con annessa delusione degli albergatori romani) o sulla vittoria di Donald Trump alle elezioni americane (il candidato oggettivamente più lontano dalla visione del mondo di papa Francesco), lui dal cilindro ha tirato fuori una lettera apostolica che anziché chiudere una porta la riapre. E non una porta qualsiasi, ma quella sul tema più lacerante nel rapporto tra la Chiesa cattolica e le società post-cristiane: la questione dell’aborto.

È bene innanzi tutto chiarire i termini della questione: non è vero che nella lettera apostolica Misericordia et Misera, il documento reso noto lunedì 21 novembre, vi sia un’apertura da parte della Chiesa nei confronti della pratica dell’interruzione volontaria di gravidanza. «Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente», premette in maniera inequivocabile Bergoglio, nel passaggio della lettera che più ha destato scalpore. «Con altrettanta forza – prosegue però – posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre».

Ed è partendo da questa motivazione che il Papa, dunque, ha deciso di rendere stabile una facoltà già concessa durante l’Anno Santo a tutti i sacerdoti: quella di dare il perdono sacramentale a chi nella confessione si pente per aver scelto o procurato un aborto. Un cambiamento al diritto canonico, che tuttora inseriva l’interruzione di gravidanza tra quelle colpe di particolare gravità che solo il vescovo (o un suo delegato) avevano la facoltà di rimettere, una volta accertato l’effettivo pentimento.

Bergoglio non cambia la dottrina della Chiesa riguardo all’aborto: l’elenco degli interventi in cui papa Francesco ha definito l’interruzione di gravidanza «un omicidio», espressione della stessa «cultura dello scarto» contro cui si scaglia quando denuncia i muri e le chiusure nei confronti dei poveri, sarebbe noiosamente lungo da riportare. Procurare un’interruzione di gravidanza resta un peccato gravissimo per la Chiesa e sbaglia chi ritiene che con la novità introdotta da Misericordia et Misera venga declassato. Come pure sbaglia chi si illude che questa nuova impostazione porterà a un ammorbidimento da parte del Vaticano rispetto alla questione dei medici obiettori di coscienza, che si rifiutano di praticare l’aborto.

Ma ciò che cambia e in maniera profonda è l’atteggiamento con cui Francesco invita la Chiesa a guardare alla morale cristiana. L’aborto diventa in qualche modo il caso paradigmatico del primato della misericordia sulla norma: Dio è sempre pronto a riaccogliere tutti, non c’è peccato dal quale un cuore pentito non possa tornare indietro. A dire il vero di per sé neppure questa sarebbe una grande novità: c’è scritto nel Vangelo. Ma nel corso della sua storia la Chiesa ha teso a mettere in primo piano la sua autorità nel dettare le condizioni per concedere questo perdono. E le regole del magistero e del diritto canonico si sono moltiplicate. Ora invece Francesco – nel suo indicare una nuova radicalità e un ritorno alle origini del messaggio di Gesù come risposta alle ferite del mondo di oggi – segna un ulteriore ridimensionamento del ruolo della Chiesa gerarchica. Appare sempre più chiaro che quando lui invoca «una Chiesa povera per i poveri» non parla solo della questione delle ricchezze; parla anche di una Chiesa che non sta su un piedistallo a comminare giudizi dall’alto, ma si riconosce essa stessa povera, peccatrice e dunque bisognosa di vivere ogni relazione con l’uomo di oggi all’insegna della misericordia.

C’è tutto questo dietro la scelta compiuta da papa Francesco sull’aborto. Scelta paradigmatica: basti pensare ai milioni di cattolici che negli Stati Uniti poche settimane fa hanno votato Donald Trump prendendo fondamentalmente la posizione del politico rispetto a questa materia come principale criterio di giudizio. Bergoglio dice: la misericordia di Dio vale anche per la colpa che vi abbiamo insegnato essere la più grave. Ed è interessante notare che innovando le norme del diritto canonico su questa materia il Papa compia una scommessa molto grande sui singoli sacerdoti a cui è restituito pienamente il compito di essere volto della misericordia di Dio. Questo nonostante tutti gli scandali, gli abbandoni, a volte anche le crisi di identità che il clero oggi vive. Francesco non è ingenuo: questi fenomeni li conosce bene. Non a caso nell’ultimo venerdì dell’Anno della misericordia, con uno dei suoi soliti gesti che dicono più di mille parole, è andato a visitare alcune famiglie di ex sacerdoti che hanno lasciato il ministero. Allo stesso tempo, però, sa anche che senza un clero che torni ad essere più vicino alla gente, deciso ad accompagnare più che a puntare il dito, la sua riforma della Chiesa resterà comunque lettera morta. E allora spinge sull’acceleratore nel chiedere ai suoi preti di non essere una casta, ma – come ama dire lui – «pastori con l’odore delle pecore».

Si tratta, però, di un passaggio che non è indolore per il cattolicesimo di oggi. E proprio il Giubileo della misericordia lo ha mostrato con chiarezza. Perché papa Francesco insiste su questo messaggio; ma il mondo intero – dalla Siria a Wall Street – continua ad andare nella direzione opposta. Bergoglio predica l’accoglienza, ma ovunque aumentano la paura e i muri, non solo metaforici. Vanno per la maggiore le leadership che praticano il pugno di ferro, le risposte muscolari non solo alla violenza dilagante, ma anche alle domande che vengono dall’uomo di oggi. C’è una gran voglia di ordine oggi in circolazione, che è l’esatto opposto della misericordia. Viene dunque da chiedersi se non sia solo una bella utopia quella che papa Francesco si ostina a predicare.

Ed è un malumore che serpeggia in maniera sempre più scoperta anche dentro alcuni settori della Chiesa. L’Anno Santo è stato segnato dalla lunga battaglia intorno alla questione della riammissione all’Eucaristia per i divorziati risposati, questione sulla quale – dopo due Sinodi dei vescovi – Bergoglio ha risposto nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia con lo stesso criterio che ora propone per l’aborto: la misericordia prima della dottrina, ma anche preti che seguano le singole situazioni una per una. Si tratta però di una soluzione fortemente contestata da chi è terrorizzato dall’idea di una Chiesa disposta a mettersi in discussione davanti a ogni singola storia.

C’è chi dice che così si genera solo «confusione» tra i fedeli, in un mondo in cui la tentazione di costruirsi una fede a propria immagine e somiglianza è già molto forte. È un’ala che non comprende solo il cerchio più ristretto dei cattolici tradizionalisti e che nelle ultime settimane ha trovato un’eco clamorosa nella lettera aperta in cui quattro cardinali, guidati dalla statunitense Raymond Leo Burke, hanno posto ufficialmente al Papa quattro «dubbi» su Amoris Laetitia e sul suo modo di intendere il rapporto con le norme morali proposte dalla Chiesa.

Misericordia et Misera è una risposta anche a questo: papa Francesco dice con molta chiarezza che lui non torna indietro. Il Giubileo che si è concluso non è stato l’apoteosi di Bergoglio, ma la formulazione più chiara della sua sfida. Il percorso di un papato che per ritrovare l’incontro con il mondo di oggi ha scelto la strada più difficile: una radicalità controcorrente, destabilizzante a 360 gradi. Troppo fedele al Vangelo di Gesù?